Proposta indecente per gli innamorati

di Marcello Veneziani.

Proposta indecente per San Valentino: chi può, stasera slacci le cinture di sicurezza, si tolga il casco e la mascherina e vada a ruota libera. Traduco in modo esplicito: festeggiate in modo davvero originale e creativo la festa degli innamorati, mettendo al mondo una creatura. È il modo più antico e più “bio” di festeggiare e di connettersi, altro che la cena all’etnico e il regalo di uno smartphone. A chilometro zero, senza uscire di casa, autarchico.

Da tempo immemorabile si è perso un rapporto elementare, primario, originario, naturale e soprannaturale, quello tra amore e procreazione. Sembrano due cose estranee tra loro, diverse, remote. L’amore sembra appartenere al regno delle voglie, dei capricci e dei sentimenti, delle pulsioni e delle attrazioni in un circuito chiuso a due. La procreazione, invece, da tempo, appare sotto la specie economica della programmazione, un progetto difficile da pianificare, quasi una manovra finanziaria. Isolare uno spermatozoo in un ovulo è ormai più raro e complicato che isolare un virus in laboratorio. Eppure per lunghi secoli, e non solo per la famiglia cristiana, quel nesso c’era, ed era causale, addirittura necessario. Amore eguale far figli.

Vi sembrerà una perversione agli occhi del presente ma se tu carichi un atto sessuale di quel progetto di vita, se lo vuoi rendere più carnale e più spirituale, con la procreazione trasformi davvero una copula in un atto d’amore, raggiungi l’amore più intenso che va oltre gli amanti e fonda la sua piccola eternità. È l’amore più intenso e più vero, quello che genera il frutto più importante, che rende significativo, memorabile, un atto e un patto d’amore.

E invece oggi l’amore viene considerato come l’assoluto presente, sto bene con te qui, ora, così; non ho bisogno di proiettarmi nel tempo, lasciar tracce, mettere tra noi il terzo incomodo. Io tu e niente più. È cosa nostra, anzi a volte è cosa mia; quanta gente ama se stesso tramite l’altro, si ama allo specchio, ama per farsi amare. Troppi narcisi in fiore nella nostra età del selfie. Niente figli, solo tatuaggi. E invece, guardate un po’, la potenza dell’amore, la sua energia più misteriosa e più fascinosa è quell’alchimia che dall’unione di due produce il terzo, dall’attrazione genera procreazione. E da un desiderio fonda un destino.

So già le obiezioni degli uomini di mondo. Ma che ti metti a parlare di nascite nell’epoca della denatalità acuta e disperata; che ti metti a parlare d’amor gravido nell’epoca delle coppie col cappuccio, detto profilattico; che ti metti a parlare di generare un bambino nell’epoca in cui molte coppie appartengono allo stesso stesso. O in un cui l’amore più puro lo riservi al gatto, al cane.

Ricordo che qualche anno fa, a un ministro della salute, Beatrice Lorenzin, scappò una mezza campagna in favore della fecondità, della fertilità. Fu costretta a ritirarla come atto osceno in luogo pubblico, istigazione a delinquere, cioè a procreare. Col sottinteso che una campagna pro-gravidanza fosse da un verso mussoliniana e dall’altro omofoba, cioè inaccettabile, da condannare.

E invece, vi dico, fate un figlio. Fregatevene di tutte le incertezze e le preoccupazioni, perché il futuro è incerto per definizione, le preoccupazioni del presente ci saranno sempre, sotto altro nome e in altra veste. Si mettevano al mondo figli perfino ai tempi del colera, della guerra, della mortalità infantile più alta, della miseria più nera. Sei figli in una stanza. Troppe fragilità, troppi psicanalisti e consultori in agguato, troppe precauzioni. Occorre un atto puro nella sua impurità, antichista e futurista al tempo stesso, dirompente: la paternità e la maternità irresponsabile. Fare figli e poi sarà quel che sarà. Per una volta, lasciate prevalere l’atto sulle sue conseguenze, perché quell’atto darà vita a una Conseguenza fatale, che riempirà una vita, nel bene e nel male, e impedirà alla vita di accartocciarsi su se stessa. Affidatevi alla sorte.

Di quel tema neonascista (attenti ai refusi) ho scritto anche nel mio ultimo libro che non a caso si conclude con una lettera a un neonato. Ma quella stupida, vuota, commerciale festa di San Valentino può assumere un significato vero solo con uno sconcertante atto procreativo. È quella la prova d’amore più vera, altro che l’anello o il viaggio alle Maldive, ed è la massima prova da sforzo, perché ti cambia la vita come nessuna. Ti impegna davvero, ti restituisce all’astuzia primaria della natura, secondo il filosofo, che ci muove all’amore per salvare la specie. Ti restituisce al messaggio vitale della religione che promuove famiglia, nonostante tutto. Ti restituisce il futuro e insieme ridimensiona il tuo ego, perché in quel modo tu dimostri sul serio che il mondo non è nato con me e non finirà con me. Di tutte le crisi che vive l’Italia, e l’Occidente, quella dei figli mancanti è la più cupa e più grave. Una società dove i morti superano i nati è una società di cadaveri in lista d’attesa.

Del resto così nacque la festa di san Valentino, dalle ceneri pagane dei lupercalia, come una festa della fertilità. Si festeggiava allattando. E lo stesso santo in questione non era un cicisbeo, un fatuo cupido con la freccia e i cuoricini, ma un vescovo e un martire che consacrava l’amore nel rito cristiano. A chi dice che mettere al mondo figli è solo un bel guaio, rispondo parafrasando il più cinico dei nostri scrittori, Niccolò Machiavelli: meglio figliare e poi pentirsi che non figliare e poi pentirsi ugualmente. Libero seme in libero grembo.

MV, La Verità 14 febbraio 2020

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