Come la superficialità sul coronavirus lo ha reso un caso di emergenza nazionale

di Vanessa Combattelli.

Le carte in gioco sono cambiate: il coronavirus non è più solo un problema di altri, ma è diventato anche il nostro.
E’ successo ciò che in realtà non sorprende, la prevedibilità del contagio era conosciuta e le misure intraprese non sufficienti, questo lo avevano capito un po’ tutti, forse meno coloro che hanno usato un caso di emergenza internazionale come argomento sociale per contrastare il razzismo.
Il coronavirus è un fatto scientifico, medico, economico e sociale, lo capiremo meglio nel corso delle prossime settimane poiché i risvolti pratici già si estendono sotto più campi e settori, andando a modificare de facto anche la vita quotidiana dei cittadini delle metropoli e dei comuni colpiti.

Non è un terremoto, non è una disgrazia geograficamente circoscritta, non si tratta neanche di un ponte che crolla né di un attentato terroristico, ed è forse proprio l’inesattezza, il mancato perimetro emergenziale, a spaventare e generare ancora più allarmismo.
Succede, insomma, quello che abbiamo visto in quei tanti film dispotici, perché la componente fantasma, quella che caratterizza tipicamente virus di questa natura, non può fare a meno di non generare uno stato di apprensione che coinvolge chiunque.
Purtroppo qui non esistono barriere: chiunque sia stati infettato può farlo con altri, in un mondo dove tutti prendiamo la metropolitana, gli aerei e i treni, è estremamente difficile sapere con chiarezza se non si è almeno incrociato un contagiato.

Il focolaio che si è esteso nel Nord Italia ne è diretta dimostrazione: primi casi di italiani ammalati senza essere stati in Cina, già due morti nel padovano, e ancora tanto perbenismo da parte di coloro che avrebbero dovuto prendere delle contromisure molto tempo prima.
I risvolti che il coronavirus avrà sono ancora indecifrabili ma già possiamo immaginare quanto l’impatto sarà pesante sotto molto più punti di vista, pensiamo solo al settore manifatturiero e al tipo di politiche che andranno a configurarsi sia in Cina che nel resto dei paesi occidentali.
Bisogna però prendere atto dell’eccessiva superficialità portata avanti dai diversi responsabili governativi e regionali, perché nel mentre gli esperti segnalavano la pericolosità della diffusione (vedasi il virologo Roberto Burioni), questi continuavano ciecamente a brontolare di razzismo e ristoranti cinesi chiusi.

Insomma, il problema principale non era capire come bloccare l’ulteriore diffusione del virus, ma darsi un tono per non passare come paese xenofobo e razzista, quando non è difficile comprendere che di discriminatorio in tutto questo non c’era assolutamente nulla.
Come si svilupperà il caso è ancora difficile da prevedere, ma dobbiamo purtroppo aspettarci altri contagi, il perché è comprensibile: con controlli attivati e precauzioni prese, è molto probabile vi siano ancora altre persone venute in contatto con gli infetti da dover controllare.
L’allarmismo non è necessario, ma bocciamo qualsiasi tipo di giustificazione e leggerezza relativa al virus, perché non c’è nulla di più stolto oggi che ascoltare coloro che traducono la morte in folle discriminazione razziale.

fonte: l’Occidentale

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