“Cadere da cavallo” in Quaresima

Dal Giudizio alla Conversione di Saulo

Dopo che Paolo III commissionò il Giudizio Universale a Michelangelo Buonarroti e poté contemplarlo, allorché fu svelato nella solennità di Tutti i Santi del 1541, cadde letteralmente in ginocchio, pregando il Signore di perdonare i suoi peccati. E, in effetti, l’opera alla quale

Paolo III chiamò Michelangelo dopo il Giudizio, riveste carattere eminentemente personale. Gli commissionò la decorazione della cappella privata, detta “paolina”, assai vicina alla cappella pubblica della Sistina.

Si può vedere come lo stile resti quello del Giudizio. A Michelangelo, provato dalla fatica e dall’età, occorrerà un tempo lungo, più di due anni per due soli affreschi. Ma Michelangelo non si arresta nella sua continua geniale innovazione. Deve dipingere i SS. Pietro e Paolo, ma, anziché raffigurarli entrambi al momento del martirio, come si era soliti fare, Michelangelo rappresenta Paolo al momento della conversione.

Ai primi del Trecento, per esempio, Giotto dipinge per volontà del nipote di Bonifacio VIII, il cardinale Jacopo Stefaneschi, una pala, oggi ai Musei Vaticani ove, a destra e a sinistra di Cristo, sono raffigurati i due martiri: Pietro crocifisso a testa all’ingiù e Paolo decapitato. Così, pure, nelle porte del Filarete negli anni 1440 per la basilica, sotto la figura ieratica di ciascuno degli Apostoli, sulle valve della porta, troviamo la crocifissione di Pietro e la decapitazione di Paolo. Sarà proprio l’innovazione di Michelangelo da Firenze a spezzare la simmetria. Il nuovo schema verrà imposto nel 1600 dal cardinale Cerasi a Caravaggio: non più la morte dell’uno e dell’altro apostolo, bensì la crocifissione di Pietro cui si giustappone la conversione di Paolo, come per dire che la morte dei martiri è seme di nuovi cristiani.

Ma se per Caravaggio, e gli epigoni, si tratterà di ottemperare a disposizioni ecclesiastiche in materia di arte sacra, specialmente nel tempo della riforma Cattolica, per il genio di arte e fede di Michelangelo si tratta di motivazioni ben più ampie e che fondano il cambiamento, viceversa, teologicamente immotivato.

 

Sulla via di Damasco inizia il martirio

Potremmo dire che, mentre Pietro affrontò il martirio, lentamente, nella preparazione di una vita e, poi, cruentemente, al suo termine, a Roma, Paolo, già nella sua stessa vocazione di conversione, viene chiamato direttamente al martirio,  tanto che, stranamente, di per sé, è raffigurato da anziano e non da giovane, come storicamente era al momento della conversione, e, quindi, è raffigurato all’età in cui subì il martirio. Certo, il martirio di Paolo è posto fin dall’inizio. Martirio, perché lo deve alla così fortemente professata concezione legalistica della fede per abbracciare quella dell’amore. Martirio, perché sa di avere, da quel momento, tutti i Giudei contro. Martirio, perché, all’inizio, sarà ostacolato dagli stessi suoi nuovi fratelli, che stentano a credergli. Martirio, perché i suoi viaggi apostolici lo vedranno sempre perseguitato dai Giudei, ma anche all’interno della comunità, dagli oppositori, a causa dei quali dovrà molto soffrire. Martirio, perché una spina sarà sempre conficcata nella sua carne. E Paolo III, forse, lui proprio, è ritratto nelle sembianze di Paolo vecchio. Papa Farnese, infatti, benché schiavo dei vizi della famiglia, del nepotismo, nel 1513, cardinale quarantenne, ancora non sacerdote – come era uso allora- si convertì dalla vita dissoluta, allontanò l’amante, che gli aveva dato anche dei figli, e si impegnò a vivere integralmente, secondo gli impegni spirituali del suo stato[1].

 

De emendanda Ecclesia

Erano, i tempi di Paolo III, tempi di conversione, segnati dall’approvazione della Compagnia di Gesù, di un rinnovato fermento riformistico nell’Ordine dei Frati minori (i cosiddetti Francescani), nella vita religiosa, in genere, e nella vita sacerdotale; il tempo dei preparativi del Concilio, i cui problemi da trattare il Papa aveva delineato in un importante documento dal titolo scevro da equivoci: De emendanda Ecclesia. D’altro canto, un uomo come Michelangelo poteva capire sul piano personale la condizione del Farnese giovane. Anche l’artista in quel tempo viveva un cammino di conversione profonda e duratura, che lo accompagnerà fino alla morte. Non si dimentichi che era anche in amicizia con alcuni dei membri della commissione preparatoria del documento De emendanda Ecclesia  e con molti dei più noti riformatori cattolici.

La Chiesa voleva dire basta ad uno stato di cose assolutamente inaccettabile. E, forse, Michelangelo vedeva sé stesso in quel Paolo, uomo da non mezze misure, né, tanto meno, diplomatico, bensì, sferzante, combattivo, determinato.

Se Paolo III si inginocchiò davanti al Giudizio, confesso che l’effetto che provoca in me l’ammirazione di questa conversione, non è da meno. Se all’inizio mi chiedevo da dove cominciare a leggerla, avendo in mente maggiormente la Conversione del Caravaggio, o, del Murillo, via via, comprendendo i presupposti, mi si è aperto uno scenario spirituale grandioso, che svela l’orizzonte dell’infinito.

 

Davanti al Risorto

Paolo, qui, veramente si trova davanti al Cristo Risorto e, chiusi gli occhi, cerca di pararne la luce fulgida, ma invano. Infatti, la mano non ripara gli occhi, che vengono comunque accecati, ma la fronte, quella che per Michelangelo poteva essere la sede delle idee, delle convinzioni. Non è possibile resistere alla Luce di Cristo. Non è possibile, Ella è tremenda ed amorevole; è una spada, che separa l’anima dalla carne, ma ricuce le ferite. Cristo, nel turbinio di angeli, e di anime salvate, dai corpi perfetti, propri della resurrezione, -e non principalmente delle statue del rinascimento-, cala con la potenza della Sua destra, verso l’ignaro Saulo, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore (Cf At 9, 1), Cristo, ora, gli appare e lo ferma. Tutti ne odono la voce, pur non vedendolo (Cf At 9, 7) e restano ammutoliti; Paolo è colto in un dialogo:

 

«Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». 5Rispose: «Chi sei, o Signore?».

E la voce: «Io sono Gesù, che tu perseguiti! 6Orsù, alzati ed entra nella città

e ti sarà detto ciò che devi fare».

Chiaro il riferimento di Cristo all’azione diuturna e ostinata di Paolo. Cristo lo ferma nel suo impeto di sacro furore, ma lontano dalla volontà di Dio. E la sua domanda «Chi sei, o Signore?» non può intendersi solo come una richiesta di informazione, ma va presa come l’urgenza di capire chi Egli sia in Sé stesso. Paolo vuole sapere perché la Sua imperiosità e franchezza lo sconvolgano, lo capovolgano, gli demoliscano la certezza della fede dei suoi Padri! Di lui, così pieno di zelo per la casa di Davide!

E chi cade da cavallo? L’uomo vecchio, dalla barba bianca. Uomo vecchio che Paolo ben descriverà nei suoi scritti:

6Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. 7Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato. 8Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, 9sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. 10Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. 11Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù. (Rm 6, 6-11).

È evidente il riferimento alla crocifissione, visto che Paolo sta perseguitando Cristo prima in Santo Stefano, del quale ha da poco assistito alla lapidazione, e, poi, i cristiani, che si prepara ad arrestare  per fare ancora processare e lapidare, essendosi procurato di propria iniziativa lettere di autorizzazione al loro arresto.

Quest’uomo, ora, “disarcionato” dalle sue vigorose sicurezze, ha bisogno di essere sorretto da un servitore e guidato, poiché più non vede, non solo la luce degli occhi, come segno della sua cecità interiore. Il suo volto tende, però, allo stesso tempo, verso quella luce che lo spaventa. Egli ha incontrato il risorto, come la Maddalena e come gli altri Apostoli e tale incontro lo rende capace di essere Apostolo al pari degli altri, come rivendicherà a Gerusalemme. Il risorto l’ha cambiato. Questa è un’altra prova che la resurrezione di Cristo non sia un’interpretazione soggettiva degli Apostoli e degli Evangelisti, ma un evento soprannaturale.

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[1] Verdon T., Michelangelo Teologo, Ancora, Milano 2005, 130-131.

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