Scruton, conservare è una virtù

di Marcello Veneziani.

Difende le nazioni e le tradizioni, Scruton, ma vuol conservare anche la natura e difendere l’ambiente, elogia i doveri e le virtù passate di moda, critica l’eutanasia ed esorta a rispettare le generazioni assenti, ovvero i morti e i non ancora nati, sulla scia di Burke. Poi difende la religione dall’illuminismo, critica la neolingua e l’eurocratese e con sprezzo del pericolo si spinge ad elogiare il matrimonio, senza trombe retoriche e trombette moralistiche; arriva a rivalutare perfino l’idea più sconcertante e medievale che vi possa essere nel presente: che la sessualità sfrenata sia il cavallo di Troia in cui si nasconde Satana

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È morto ieri all’età di 75 anni il filosofo conservatore Roger Scruton. Nonostante fosse inglese, professore in un mucchio di università angloamericane e con una chioma rossa indisponente, da vecchia signora con pessimo parrucchiere, Scruton si è cimentato a scrivere il Manifesto dei conservatori, come fecero Prezzolini e Barry Goldwater negli anni Settanta. Ma il manifesto dei conservatori è una contraddizione in termini, perché i conservatori non manifestano, e spesso non si manifestano; raramente teorizzano, più spesso vivono i loro principi e la loro sensibilità immersi nel dolce e amaro rumore della vita. Di solito si è conservatori per indole e per senso pratico, amore della realtà, direi quasi in natura; perciò è difficile censire i conservatori se sono i primi a non dichiararsi all’anagrafe.

Lo stesso Scruton riconosce nel suo Manifesto dei conservatori che il conservatorismo non ha le sue radici in una teoria, o peggio in un’ideologia ma nel retaggio dei ceti alti, nel pacato buon senso e nelle abitudini senza pretese della gente comune; sottolineando come l’esperienza, le consuetudini, i pregiudizi, come pensava già Burke, siano il sostituto pratico della riflessione. Perché il conservatorismo, ha ragione Scruton, non è un’ideologia ma una visione del mondo. Intendiamoci, Scruton non è un pensatore politico, ha scritto lucidi saggi sulla bellezza e sull’arte, sulla scienza e perfino sugli animali. Il suo pensiero esula dai circuiti militanti, raggiunge anche i mass media e la cultura riconosciuta.

Ma è efficace il suo conservatorismo pacatamente radicale, a volte tipicamente britannico, comunque mite sia nel seguire con umile condiscendenza luoghi comuni antichi e profanati, sia nello sconcertare con naturale candore i canoni dominanti. Efficace è la sua critica a quell’ideologia che egli definisce oicofobia, l’odio per tutto ciò che è nostrano e la preferenza per tutto ciò che viene da fuori, dall’esterno, da lontano.

Difende le nazioni e le tradizioni, Scruton, ma vuol conservare anche la natura e difendere l’ambiente, elogia i doveri e le virtù passate di moda, critica l’eutanasia ed esorta a rispettare le generazioni assenti, ovvero i morti e i non ancora nati, sulla scia di Burke. Poi difende la religione dall’illuminismo, critica la neolingua e l’eurocratese e con sprezzo del pericolo si spinge ad elogiare il matrimonio, senza trombe retoriche e trombette moralistiche; arriva a rivalutare perfino l’idea più sconcertante e medievale che vi possa essere nel presente: che la sessualità sfrenata sia il cavallo di Troia in cui si nasconde Satana. Ci vuole un tale coraggio a sostenere oggi queste cose, che merita rispetto e ammirazione chi le pronuncia, a prescindere se le condividiamo o meno. Tutti invocano la nascita di un serio e sobrio conservatorismo anche da noi, a cominciare dai progressisti; ma appena appare uno come Scruton che risponde perfettamente al requisito, passa in silenzio acido ed è visto come un imbalsamatore di cadaveri.

Scruton coglie nel segno l’essenza del conservatore nel ritenere che si debba abbracciare la modernità ma in modo critico, e comunque “noi non abbiamo il diritto di distruggere la nostra eredità ma dobbiamo sempre pazientemente sottometterci alla voce dell’ordine”. Aggiungendo che nostro compito è riscoprire il mondo che ci ha dato vita e di vederci come parte di qualcosa di più grande. Magnifica semplicità di un grande progetto, felice uso di un linguaggio diretto, non ideologizzato, e dimostrazione sul campo che il buon senso nei nostri giorni rischia d’essere eversivo. Qui Scruton si fa aiutare dallo splendido pensiero poetante e religioso di Thomas Stearns Eliot.

L’essenza del conservatore è nel ritenere che il mondo non nasca e non finisca con lui, ma sia un ordito più grande, che viene dai padri e si trasmette ai figli. Il vero conservatore non si barrica in casa a difendere una fase storica, non si arrocca in un pezzo di passato, trasformando la memoria in un fortino assediato. Ma difende la continuità, combatte l’egocentrismo delle generazioni, il culto del presente; a cui oppone il passato e il futuro felicemente uniti. Il vero conservatore non è dunque un individualista; ritiene che non siamo individui ma eredi, anzi di più: eredi in gravidanza. La stessa cosa, in fondo, ha sostenuto un altro neo-conservatore, Alain Fienkelkraut sottolineando l’autorità dell’esperienza contro la barbara supremazia del presente: nel suo libro, L’ingratitudine, il filosofo sostiene che “lo sfogo prevale sul sacrificio, la rivendicazione sulla gratitudine”. E definisce la cultura “l’arte di far salotto con i morti” e tessere un legame tra i vivi e chi non c’è più.

La grande obiezione che resta in fondo irrisolta al pensiero conservatore ruota intorno alla Tecnica: fino a che punto possiamo riconoscere autorità all’esperienza degli antichi se sul piano della tecnica sono al nostro confronto bambini inesperti e balbettanti? Cosa possono insegnare a noi che sappiamo usare il pc e lo smartphone, guidiamo gli aerei e conosciamo il mondo, tramite la tv, i media e i viaggi? Che deferenza possiamo tributare a chi appare un rustico primitivo agli occhi cablati del presente? È l’unica seria obiezione alla tradizione, che può essere superata solo se si distingue la sfera dei mezzi dalla sfera degli scopi che danno un senso alla vita.

MV, Imperdonabili (Marsilio, 2017)

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