LE “SARDINE” COME EPIGONE DELLA “MAGGIORANZA SILENZIOSA”

  L’ultimissima tranche dell’anno 2019  è stata caratterizzata dalla forte affermazione del cosiddetto   Movimento delle Sardine, che politici, sociologici e mass-media hanno presentato come una grande novità. Si tratta in realtà di una riproduzione, adeguata in qualche particolare ai mutamenti avvenuti negli oltre quarant’anni da allora trascorsi, del movimento della Maggioranza silenziosa, che tenne le sue prime manifestazioni  il 7 e l’11 marzo 1971 a Torino (con modesto successo) e a Milano (con migliaia di partecipanti).

  Scopo  dichiarato della Maggioranza silenziosa era  la difesa e la rappresentanza  dell’Italia  che lavora, produce e paga, e, di conseguenza,  vuole libertà e progresso sociale, ma anche ordine. Nelle sue manifestazioni, tendenzialmente silenziose come la maggioranza di cui erano espressione, venivano ammesse solo le bandiere tricolori, vietati i vessilli e gli slogan di partito.

   Già sotto questo aspetto esteriore  Maggioranza silenziosa  e Sardine presentano evidenti analogie, tuttavia ancora più interessanti se dalla forma si passa alla sostanza. Entrambi i  movimenti si presentano come espressione di un certo disagio popolare. In realtà i loro aderenti provengono  in massima parte  da una  borghesia, piccola e media, abbastanza soddisfatta (allora e oggi) di quello che ha, quindi  favorevole,  anche se parzialmente critica (probabilmente l’aspetto critico era più presente nella Maggioranza silenziosa),  alla politica dei  partiti di governo. Una borghesia, che si autodefinisce “riformista”, quindi  schierata sì a favore sì dei quello che la cultura dominante definisce  “progresso”, ma di un progresso che costituisca sviluppo di uno status quo che sostanzialmente la soddisfa e va mantenuto, solo  apportandovi i ritocchi indispensabili per renderlo presentabile alle nuove generazioni (a questo scopo riescono molto utili le analoghe manifestazioni dei seguaci di Greta, quasi tutti figli di quella stessa borghesia abbastanza benestante o che si illude di esserlo). 

 In entrambi i casi venivano e vengono  guardati con sospetto i partiti di opposizione (nel ’70 anche i sindacati, allora molto schierati politicamente), i  cui crescenti   successi destano (destavano) preoccupazioni così vive da indurre  a scendere direttamente  in campo anche i ceti medi,   che, in quanto sostanzialmente soddisfatti del “sistema”, sono solitamente caratterizzati da una partecipazione politica molto ridotta e comunque non “di piazza”.

   Non è, quindi,  per caso che all’origine di entrambi i movimenti si trovino personaggi  vicini, o come vera e propria militanza  o come simpatie politiche, ai partiti di governo: i democristiani Adamo Degli Occhi e Massimo De Carolis per la Maggioranza silenziosa, i filopiddini Mattia Sartori  (bolognese, dipendente di una società di ambito prodiano e dirigente sportivo UISP) e amici per le Sardine.

    Naturalmente non mancano le differenze a cominciare dal fatto che, a differenza di  quanto sta avvenendo per le manifestazioni delle sardine, in genere oggetto, da parte di chi non condivide,  di critiche abbastanza tolleranti e   pacifiche,  quelle  della Maggioranza  silenziosa  comportarono sempre la presenza di imponenti schieramenti di forze dell’ordine per essere protette dalle violente aggressioni della sinistra extra-parlamentare, che le definivano “fasciste”.

    Come movimento più o meno organizzato  la Maggioranza silenziosa ebbe vita breve, non più di un paio d’anni, ma lo spirito  dal quale nasceva e l’animava  si protrasse quanto meno per l’intero  decennio e oltre.  Lo si ritrova, difatti, il 14 ottobre 1980  alla base  del  famoso “sciopero al contrario” (cioè antisindacale) dei “quadri” Fiat. Più di recente si è avuto un ritorno di fiamma a Torino con l’iniziativa  pro-Tav  delle cosiddette Madamine, in qualche misura un trait d’union fra Maggioranza e Sardine.

    Indubbiamente di centro-destra la Maggioranza silenziosa. Di centro-sinistra le Sardine. Due movimenti in apparenza collocati ai lati opposti dello schieramento politico eppure così simili nelle forme  e nei contenuti, anche a conferma di quanto sia ormai inconsistente la distinzione fra destra e sinistra. Entrambi, difatti,  a sostegno del governo e dell’establishment. Ovviamente a cinquant’anni di distanza questo potrebbe  non sorprendere se non fosse (e questo è l’aspetto più interessante del fenomeno) che  la classe sociale da cui traggono origine e sostegno è la stessa: appunto, come si è detto, la piccola e media  borghesia. Esattamente come i potenti, che alla Prima della Scala  a Milano di inizio dicembre, in piedi e in abito da sera,  hanno attribuito dieci entusiasti minuti di applausi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sono gli stessi (salve le sostituzioni dovute all’umana mortalità) che  hanno fatto altrettanto con i suoi predecessori: da Giovanni Leone a Giorgio Napolitano.

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