La coscienza dei romanzieri

Uccidere o non uccidere una vecchia usuraia, per affermare la propria indifferenza al bene e al male? Questa è la domanda che si pone un giovane studente, Rodion Raskolnikov, protagonista del romanzo Delitto e castigo del romanziere russoFëdor Michajlovič Dostoevskij (1821-1881).L’ipotesi di partenza di Raskolnikov è che la coscienza sia un’ illusione: “mi hanno insegnato così; mi hanno detto che uccidere è sbagliato; questa è la cultura e la religione in cui sono cresciuto. Ma io posso fare ciò che voglio, perché io sono Dio, io sono il metro di giudizio, la misura di tutte le cose. Libero dalla coscienza, potrò fare ciò che voglio, essere Dio di me stesso”.

Ma dopo l’omicidio, Raskolnikov entra in crisi e piano piano si accorge che per quanto si possa violentare o tacitare la coscienza, essa torna sempre a farsi sentire, come il grillo parlante di Pinocchio.

Non tanto diverso il senso di altri tre celebri romanzi dell’Ottocento: I Promessi sposi di Alessandro Manzoni (1785-1873), Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde (1854-1900) e L’innocente di Gabriele d’Annunzio (1863-1938).

Nel primo, l’Innominato, non vendendo mai alcunoal di sopra di sé, né più in alto”, finisce inevitabilmente per porre se stesso sopra i propri simili. Per molto tempo, ma solo fino ad un certo punto: poi nella vita accade sempre qualcosa che ridesta la domanda della coscienza. Nel caso dell’Innominato, suggerisce Manzoni, si può vivere come se Dio non esistesse finché si è forti e si ha successo, finché si calca la scena tra gli applausi del mondo. Ma poi arrivano la vecchiaia, la debolezza, e si incomincia ad intravedere la morte, e sentirsi ancora Dio diventa più difficile. L’Innominato vorrebbe scacciare i nuovi pensieri, vorrebbe rituffarsi nell’azione che tacita il rimorso e la paura, ma si trova “ingolfato nell’esame di tutta la sua vita”. Finché è colto da una domanda: ma se Dio esiste, quale sarà la mia sorte nell’eternità? Però, “se quella vita (nell’aldilà) non c’è, se è una invenzione dei preti; che fo io?… cos’importa quello che ho fatto? Cos’importa?”.

Se Dio non c’è, infatti, esiste solo la giustizia umana; ma sulla terra trionfano spesso  forza e ingiustizia: e l’Innominato, che lo sa, se lo ripete: “io vinco, che importa dunque il pentimento, il rimorso? Nessuno potrà mai chiedermi conto della mia vita”. Neppure dopo la morte? E se invece Dio esiste? Se quella voce della coscienza, che ora incalza e turba, fosse la Sua voce?

Assai simile il messaggio di fondo del romanzo citato di Gabriele d’Annunzio.

Ne L’innocente il poeta-vate sottolinea l’esistenza nell’uomo che uccide di un senso di colpa che invita alla confessione, alla richiesta di perdono, al cambiamento di vita. Infatti il protagonista del romanzo, Tullio Hermil, dopo aver ucciso un bimbo innocente non voluto, ponendolo sulla finestra, al freddo, nella notte di Natale, sente la necessità di chiedere perdono, non tanto alla giustizia umana, ad un giudice, in fondo peccatore come lui, ma più in alto, alla Giustizia stessa.

Questo l’incipit assai suggestivo del romanzo: “Andare davanti al giudice, dirgli:Ho commesso un delitto. Quella povera creatura non sarebbe morta se io non l’avessi uccisa. Io Tullio Hermil, io stesso l’ho uccisa. Ho premeditato l’assassinio, nella mia casa. L’ho compiuto con una perfetta lucidità di conscienza, esattamente, nella massima sicurezza. Poi ho seguitato a vivere col mio segreto nella mia casa, un anno intero, fino ad oggi. Oggi è l’anniversario. Eccomi nelle vostre mani. Ascoltatemi. Giudicatemi”. Posso andare davanti al giudice, posso parlargli così? Non posso né voglio. La giustizia degli uomini non mi tocca. Nessun tribunale della terra saprebbe giudicarmi. Eppure bisogna che io mi accusi, che io mi confessi. Bisogna che io riveli il mio segreto a qualcuno. A CHI?“.

Quanto a Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, il romanzo esprime un convincimento maturato nella vita dal suo autore: si può mettere la coscienza in soffitta, come fanno gli esteti, tutti dediti al piacere, per qualche tempo. Ma per sempre è impossibile.

Nell’ultimo capitolo si legge infatti: “Era proprio vero che un uomo non può mai cambiare? Sentì una folle nostalgia per la sua purezza di fanciullo… Sapeva di essersi macchiato, di essersi riempito l’anima di corruzione… Sarebbe stato meglio che a ogni peccato fosse seguito il castigo sicuro e immediato. Non ‘perdona i nostri peccati’, ma ‘colpisci noi per le nostre iniquità’ doveva essere la preghiera dell’uomo a un più giusto Dio… Una nuova vita! Ecco cosa voleva. Ecco cosa aspettava… Eppure era suo dovere confessare, patire la pubblica vergogna, fare pubblica espiazione. Esisteva un Dio che imponeva all’uomo di rivelare i suoi peccati alla terra oltre che al cielo. Niente poteva purificarlo fino a quando non avesse detto il suo peccato… Il ritrattto… era stato la sua coscienza. Doveva distruggerlo. Si guardò intorno, e vide il coltello che aveva ucciso Basil Hallward… Avrebbe ucciso il passato, e morto questo sarebbe stato libero. Avrebbe ucciso questa mostruosa vita dell’anima, e senza i suoi infami avvertimenti avrebbe trovato la pace. Afferrò il coltello e colpì il ritratto…”.

Così viene poi descritto il cadavere del protagonista, la cui bruttezza esteriore altro non è che il riflesso di quella interiore: “Sul pavimento giaceva un uomo, in abito da sera, con un coltello piantato nel cuore. Era avvizzito, coperto di rughe, con un volto ripugnante[1].

Tratto dalla lezione settima di Dieci lezioni di filosofia (Gondolin)


[1] Anni più tardi, nel 1897, Wilde scriverà a lord Alfred Douglas una lettera che prende il titolo da un salmo, il De profundis. Vi si leggono frasi di questo tenore: “... Bisogna, sì, ch’io mi dica che da me stesso io mi sono distrutto e che nessuno, piccolo o grande, non si può rovinare che con le sue proprie mani. Io sono pronto a dirlo; mi sforzo di confessarlo, quantunque, forse, in questo momento, non lo si creda. Senza alcuna compassione io sostengo contro di me l’implacabile accusa. Per quanto terribile sia stato ciò che il mondo mi ha fatto di male, quel che io feci a me stesso fu più tremendo ancora… Mi divertii a fare l’ozioso, il dandy, l’uomo alla moda. Mi circondai di poveri caratteri e di spiriti miserevoli. Divenni prodigo del mio proprio genio e provai una gioia bizzarra nello sperperare una giovinezza eterna. Stanco di vivere sulle cime, discesi volontariamente in fondo agli abissi per cercarvi delle sensazioni nuove. La perversità fu nell’orbita della passione quel che il paradosso era stato per me nella sfera del pensiero. Infine il desiderio si cangiò in una malattia, o in una follìa, o in entrambe le cose. Divenni noncurante della vita altrui. Colsi il mio bene dove mi piacque e passai oltre. Dimenticai che ogni più piccola azione quotidiana forma o deforma il carattere e che, per conseguenza, ciò che si è compiuto nel segreto della propria intimità si sarà poi costretti a proclamarlo al mondo intero. Così, non fui più padrone di me stesso. Non riuscii più a dominare la mia anima e la ignorai. Permisi al piacere di governarmi e finii coll’essere abbattuto da una sventura orrenda. Adesso non mi rimane più che una cosa: l’assoluta umiltà…“.

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