La Corte, il referendum e la “manipolazione” sospetta

di Gaetano Quagliariello.

Come sempre attenderemo il deposito delle motivazioni per esprimere un giudizio compiuto. Ma quel che abbiamo letto sul pronunciamento della Corte Costituzionale che ha dichiarato inammissibile il referendum elettorale maggioritario è già sufficiente per esprimere più di qualche perplessità.

Sul fatto che si sarebbe trattato di una decisione politica, i sospetti erano forti fin dall’inizio. Più difficile era immaginare che i giudici delle leggi, nello spiegare sommariamente il diniego, ne avrebbero fornito sostanzialmente una prova certa.

Una breve premessa tecnica per inquadrare la questione. Affinché i referendum elettorali possano essere ammessi, è necessario che la cosiddetta “legge di risulta” – ovvero la legge che resterebbe in vigore in caso di approvazione da parte dei cittadini – sia “autoapplicativa”, e cioè immediatamente utilizzabile nel caso in cui ci fosse bisogno di tornare al voto.

I promotori del referendum di cui si parla in questi giorni si erano premurati di adempiere a questa necessità, formulando il quesito in maniera tale da ricavarne una legge pronta all’uso. E invece, incredibile ma vero, la Corte se l’è presa proprio con il meccanismo che avrebbe evitato il vuoto normativo, accusando il quesito di essere eccessivamente “manipolativo”. Come se il problema fosse quello di attenersi a non meglio precisati standard di “manipolatività” che non si sa chi dovrebbe stabilire, e non quello di non lasciare il Paese senza una legge elettorale utilizzabile in caso di necessità.

Insomma, i giudici hanno voluto azzoppare il maggioritario e ci hanno messo apertamente la firma. Vedremo come tutto ciò sarà giustificato nelle motivazioni. Noi, pur sapendo che una legge elettorale non è un atto di fede, preferiamo il maggioritario e, per questo, ritenevamo che il referendum potesse spronare il Parlamento a varare una legge migliore. Da questo punto di vista si tratta dunque di un’occasione mancata per il sistema politico. Ma il vero rischio è che a questo danno si aggiunga la beffa di due “innovazioni” costituzionali di cui francamente non si avverte il bisogno: una nuova limitazione alla inevitabile “manipolatività” dei quesiti referendari, e dunque all’esercizio di una importante prerogativa popolare, e l’arbitraria attribuzione di uno status di intangibilità alle leggi di delega al governo.

Fonte: l’Occidentale

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