Edith Stein: vita e pensiero

Edith Stein: morirà ad Auschwitz nel 1942

Edith Stein: la sua vicenda storica, il percorso del suo pensiero e la sua evoluzione spirituale, la fanno essere un crocevia straordinario per cogliere i fattori cruciali dell’epoca contemporanea e i loro nessi profondi.

Nata nel 1891 in una famiglia ebrea di Breslavia, ultima di otto figli, a due anni rimane orfana di padre. Dopo gli studi liceali, durante i quali diventa atea, frequenta l’università a Breslavia e poi a Gottinga, dove diventa allieva e discepola di Edmund Husserl, fino al Dottorato in Filosofia conseguito nel 1916. Per due anni diventa poi assistente di Husserl stesso all’Università di Friburgo. Nel 1921, leggendo la Vita di Santa Teresa D’Avila si converte al Cattolicesimo. In seguito insegna in un Istituto Magistrale e prosegue i suoi studi filosofici, pubblicando numerosi saggi e tenendo numerose conferenze.

Nel 1932 torna ad insegnare all’Università, ma l’anno successivo, con l’avvento al potere di Hitler, è costretta come Einstein a lasciare la cattedra a causa delle sue origini ebraiche. In quello stesso anno entra come religiosa nel Carmelo di Colonia col nome di Suor Teresa Benedetta della Croce. Nel frattempo, su richiesta dei superiori, porta avanti le sue opere filosofiche. Come Einstein ha subito chiaro che la persecuzione del popolo ebraico e dei cristiani procede congiuntamente. Scrive al papa, nel 1933: “La lotta contro il cattolicesimo si svolge in sordina e con sistemi meno brutali che contro il giudaismo, ma non meno sistematicamente. Non passerà molto tempo in Germania che nessun cattolico possa più avere un impiego, a meno che non si sottometta senza condizioni al nuovo corso” (cit. in Giuliana Kantzà, Tre donne, una domanda. Hannah Harendt, Simone Weil, Edith Stein, Ares, Milano, 2012, p. 229).

Nel 1938 viene trasferita nel monastero di Echt, in Olanda, per sfuggire al pericolo delle persecuzioni naziste. Il 26 luglio 1942 i vescovi olandesi denunciano pubblicamente la persecuzione degli Ebrei. Come risposta, il 2 agosto i nazisti arrestano gli Ebrei cattolici di Olanda e li deportano ad Auschwitz. Edith Stein affronta la deportazione, come scrive nel suo testamento spirituale, “per il popolo ebraico”, per la sua “incredulità” e per la sua sofferenza, “per la salvezza della Germania e la pace nel mondo”. Nella sua ottica cattolica il male nazista è occasione di espiazione, e può essere vissuto senza disperazione né odio, alla luce della scientia crucis, dell’insegnamento di Cristo sulla croce.

La Stein muore nelle camere a gas il giorno 9 agosto (data presunta; vedi M. Paolinelli, La ragione salvata. Sulla “filosofia cristiana” di Edith Stein, ed. Franco Angeli, Milano 2001).

Nel 1987 viene proclamata beata e nel 1998 santa. Nel 1999 riceve il titolo di compatrona di Europa insieme a S.Brigida di Svezia e S.Caterina da Siena.

Che cosa accomuna Edith Stein ad Einstein oltre all’origine ebraica e alla nazionalità tedesca? Il loro pensiero ha qualcosa che unisce le loro persone?

Ecco, qui sta il punto più interessante nel paragone tra queste due personalità. In effetti nella sua ricerca filosofica la grande pensatrice -che unisce in sé straordinariamente la cultura ebraica, l’esperienza dell’ateismo e l’adesione al cristianesimo fino alla santità-, ha vissuto come Einstein una continua e appassionata ricerca della verità ultima delle cose. Non solo, ma l’appartenenza alla scuola fenomenologica di Husserl, vissuta con meticolosa serietà e convinzione, le ha permesso di avere un metodo rigoroso di indagine dei fenomeni, cioè di tutto ciò che appare alla coscienza. In tal modo ella si è esercitata all’osservazione attenta e insistente della realtà, nel tentativo di coglierne ogni aspetto e dimensione.

Come si è visto, Einstein, con la legge della relatività, ha mostrato nel campo della fisica come l’universo sia relativo rispetto ad un “mistero” che lo precede e lo fonda. La fenomenologia ha raggiunto in campo filosofico una conclusione analoga: tutto il mondo è un fenomeno che appare alla coscienza e quindi è relativo ad essa. Anzi, Husserl, nella fase finale del suo pensiero, ha aderito ad un vero e proprio idealismo, secondo il quale non c’è un mondo in sé al di fuori della coscienza. Ciò significa che la coscienza è una specie di assoluto, è quel mistero ultimo che Einstein ha cercato nella realtà stessa.

Edith Stein fin dal 1917 non accetta questa svolta idealistica del suo maestro. E’ convinta che non può essere la nostra coscienza, così carica di limiti, a produrre il mondo che le appare. Questo mondo è indubbiamente relativo, ma non alla nostra coscienza.

Se c’è una Super-Coscienza che lo produce di sicuro non è la nostra, ma è quella di un essere infinito ed eterno che non solo fa essere la realtà ma anche le nostre coscienze umane che la esperimentano e che entrano in rapporto tra loro.

Così questa singolare e indomabile pensatrice inizia un lungo lavoro di ricerca che la condurrà a dimostrare la sua tesi. La sua conversione al cristianesimo la porta a conoscere e studiare il pensiero di Tommaso D’Aquino, il più grande tra i filosofi cristiani. Si rende conto che la filosofia moderna ha scartato questo pensiero senza averlo conosciuto e compreso adeguatamente. E’ convinta che la fenomenologia può trovare in Tommaso un aiuto decisivo nella ricerca di ciò a cui i fenomeni inesorabilmente rimandano. E dopo quasi vent’anni di lavoro, nel 1936 conclude il suo capolavoro, Essere finito ed essere eterno (Endliches und ewiges Sein. Versuch eines Aufstiegs zum Sinn des Sein), che non potrà essere pubblicato durante la sua vita per ragioni politiche e vedrà la luce solo nel 1986 (Le citazioni che seguono sono tratte da: Edith Stein, Essere finito e essere eterno. Per una elevazione al senso dell’essere, ed. Città Nuova, Roma 1999).

In questo testo Edith Stein utilizza la sua padronanza del metodo fenomenologico per dimostrare, sulla base di alcuni rilievi decisivi della nostra esistenza, che la nostra coscienza non ha in nessun modo le caratteristiche dell’essere assoluto: “Il mio essere […] è un essere inconsistente; io non sono da me, da me sono nulla, in ogni attimo mi trovo di fronte al nulla e devo ricevere in dono attimo per attimo nuovamente l’essere”; “Di fronte all’essere compiuto, all’atto puro, l’essere attuale dell’io appare come un’immagine infinitamente lontana e debole” (p. 92, 93).

La sua osservazione si dirige in modo specifico sul fenomeno del tempo, come è avvenuto sul piano della fisica per Einstein: “… tutto ciò che è temporale, in quanto tale, è fugace e necessita di un sostegno eterno” (p. 97). L’esperienza della nostra temporalità e di quella di tutte le cose che ci circondano ci costringe ad ammettere che il nostro essere è contingente e non è l’autore di se stesso, perché non possiede l’essere: se lo possedesse non se lo lascerebbe sfuggire, come invece accade.

Dunque: “L’essere ‘fugace’ non è in possesso dell’ente […]; questo gli deve essere dato continuamente. Può darglielo però solamente colui che possiede veramente l’essere” (p. 145). La questione decisiva è dunque quella dell’essere eterno. Solo questo essere possiede veramente l’essere e solo lui ha la possibilità di dare l’essere agli enti che non sono eterni: “non è pensabile un ricevere l’essere indipendentemente dall’essere eterno, perché nulla all’infuori di esso possiede veramente l’essere. Ogni finito è qualcosa di posto e conservato nell’essere e per questo è incapace di darsi o di conservarsi l’essere da se stesso” (p. 92).

A questo punto siamo in grado di capire meglio la realtà. Essa ci offre due evidenze: la prima, che io sono un essere relativo e quindi dipendo dall’essere assoluto; la seconda, che io esisto, dunque l’essere assoluto vuole che io esista: “Di fronte all’innegabile realtà per cui il mio essere è fugace…, sta l’altra realtà, altrettanto inconfutabile, che, nonostante questa fugacità, io sono, e d’istante in istante sono conservato nell’essere… So di essere conservato e per questo sono tranquillo e sicuro: non è la sicurezza dell’uomo che sta un terreno solido per virtù propria, ma è la dolce, beata sicurezza del bambino sorretto da un braccio robusto, sicurezza obiettivamente considerata, non meno ragionevole” (p. 95-96).

Perciò, la conclusione: “Nel mio essere dunque mi incontro con un altro essere, che non è il mio, ma che è il sostegno e il fondamento del mio essere, di per sé senza sostegno e senza fondamento” (p. 96).

L’ “altro essere”, cioè l’essere eterno, infinito, assoluto, è una presenza inesorabile, è la realtà in cui esistiamo; rendersi conto di questo non significa ancora conoscerlo adeguatamente, ma iniziare a riconoscerne l’esistenza e la presenza: “Questo sentire oscuramente ci rende inevitabilmente prossimo l’Inafferrabile in cui “viviamo, ci muoviamo e siamo”, e che pur resta inafferrabile” (p. 98).

La nostra filosofa, tirando le somme di quanto detto finora – che, ricordiamolo, è molto più frutto dell’osservazione attenta dell’essere che non del ragionamento astratto su di esso -, riflette sui due termini fondamentali: l’essere “finito” e l’essere “infinito” o “eterno”. Fa notare che la sola temporalità non basta per cogliere la differenza tra i due; occorre arrivare a riconoscere l’essere eterno come il “tutto” dentro al quale è possibile l’esistenza del “qualcosa”.

Così si chiarisce ulteriormente l’evidenza della relatività dell’essere finito rispetto a quello infinito: “finito sarebbe in questo senso ciò che non possiede il proprio essere, ma che ha bisogno del tempo per poter arrivare all’essere. Seppure fosse realmente mantenuto senza fine nell’essere, non sarebbe ancora infinito nel vero senso della parola. E’ veramente infinito ciò che non può finire, perché non ha l’essere in dono, ma lo possiede, ne è padrone, anzi. Noi lo chiamiamo l’essere eterno. Non ha bisogno del tempo, ma è padrone anche del tempo. L’essere temporale è finito: l’essere eterno è infinito. Però finitezza vuol dire più di temporalità ed eternità vuol dire di più di impossibilità di finire nel tempo. Ciò che è finito ha bisogno del tempo per divenire ciò che è, ed è alcunché di oggettivamente limitato; infatti ciò che è posto nell’essere, è posto nell’essere come qualcosa, come qualcosa che non è nulla, ma che non è neppure tutto. E questo è l’altro significato della finitezza: essere qualcosa e non tutto. Corrispettivamente, eternità vuol dire possesso pieno dell’essere, non essere nulla, cioè essere tutto” (p. 99).

L’indagine della Stein prosegue poi con l’osservazione dell’esistenza della dimensione ideale e concettuale dell’essere e quindi di tutta la stupefacente razionalità dell’essere. Si tratta di ciò che anche Einstein, come abbiamo visto, ha colto come un fatto sorprendente e “miracoloso” della realtà, vale a dire la sua comprensibilità da parte dell’intelligenza, il suo essere fatta per essere compresa dall’intelligenza. Andando in questa direzione le osservazioni della nostra filosofa si portano sul mistero della persona e delle sue facoltà costitutive: la ragione, la volontà, la libertà, l’amore. Tutto ciò la conduce a identificare due prove logiche decisive per dimostrare che l’essere infinito ed eterno non è il Deus sive Natura di Spinoza, non è il grande meccanismo della materia e non è nemmeno lo “Spirito Assoluto” hegeliano che cerca faticosamente di diventare cosciente di sé nella storia, ma è Persona, Persona Infinita, eternamente compiuta.

Il primo argomento è di carattere a-priori: “colui il cui nome è «lo sono», è l’essere in persona. Che il cosiddetto Primo ente debba essere persona, si può già dedurre da quanto si è già detto: solo una persona può creare, cioè tradurre in esistenza il suo volere. E non dobbiamo pensare che l’agire della causa prima sia diverso dall’azione libera, poiché ogni atto che non sia un’azione libera è causato, e perciò non è l’atto primo” (p. 367).

Il passaggio cruciale sta nell’ultima frase: “non si è giunti alla causa prima, cioè all’essere ultimo, finchè non si giunge ad una causa libera, cioè personale”, perché altrimenti si sarebbe sempre di fronte ad un livello causato da altro. Cioè: l’essere che sia causa di se stesso non può essere che libero, quindi cosciente di sé, persona, altrimenti rimanderebbe ad un’altra causa.

La forza logica dell’argomento stesso non dipende tanto da un dato analogico dell’esperienza, quanto dalla differenza logica essenziale tra un ente deterministico o meccanico, che rimanda ad altro da sé, e un ente che non rimanda più ad altro da sé e che deve quindi essere egli stesso la causa del suo agire e il cui agire perciò non può essere meccanico altrimenti egli non sarebbe la causa del suo agire. La forza di questo argomento sta quindi in questa coda logica grazie alla quale viene esclusa la possibilità che l’ente ultimo sia meccanico: se infatti fosse tale non sarebbe l’ente ultimo, che quindi è un ente libero.

Questo formidabile argomento ontologico potrebbe bastare. E’ però ulteriormente confortante il fatto che esso trovi conferma in un altro argomento di carattere a-posteriori che Edith Stein aggiunge subito dopo: “Lo stesso ordine razionale e il finalismo del mondo ci rimandano ad una persona che ne è l’autore: solo per mezzo di un’essenza ragionevole può essere posto un ordine secondo ragione; solo un’essenza intelligente e dotata di volontà può porre fini e adottare i mezzi per raggiungerli. Ragione e libertà sono le caratteristiche essenziali della persona” (p. 367). Dunque l’argomento sostanzialmente a-priori della causa prima come causa libera, trova conferma nell’argomento a-posteriori della razionalità e del finalismo della realtà che ci è data nell’esperienza. Se infatti il primo argomento asserisce che una realtà meccanica rimanda ad una realtà libera, il secondo rincara la dose mostrando che la medesima realtà meccanica possiede straordinarie caratteristiche razionali e finalistiche che richiedono vieppiù una causa intelligente e volitiva, cioè libera.

La conclusione metafisica è chiara: l’essere, in tutte le sue dimensioni e in tutti i suoi fenomeni, non potrebbe essere se non avesse questo livello ultimo che lo fonda e lo genera, il livello della causa libera e intelligente infinita ed eterna. E’ ciò che Husserl intravvede come Coscienza Assoluta, Einstein come Mente Suprema; Edith Stein la identifica con precisione come Persona Infinita.

A questo punto, concludendo questa scheda dedicata al rapporto ideale tra Albert Einstein ed Edith Stein, viene solo il dispiacere che questi due grandi osservatori dell’essere e ricercatori della verità non abbiano potuto dialogare e confrontarsi sul valore delle loro reciproche conoscenze. Non è azzardato pensare che se Einstein avesse conosciuto Edith Stein e avesse potuto confrontarsi seriamente con lei, avrebbe avuto probabilmente un aiuto decisivo per comprendere qualcosa di più del grande Mistero che avvolge tutte le cose e a cui anche la fisica rimanda. Questa donna infatti ha incarnato in modo altissimo quell’ideale di serietà di ricerca, di intelligenza dell’essere e di vita esemplare che il grande fisico ammirava molto e che cercava nei suoi interlocutori.

Tratto da: FILOSOFIA, RELIGIONE, POLITICA IN ALBERT EINSTEIN (ESD).Qui video di presentazione: https://www.edizionistudiodomenicano.it/video-dettaglio.php?id=99

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