Stop alla cannabis, la difesa dei posti di lavoro diventa mantra a corrente alternata

di Giuseppe Leonelli.

In una settimana caratterizzata a livello internazionale dalle reazioni alla netta vittoria dei conservatori britannici e in Italia dal maxi blitz contro la Ndrangheta che ha scosso politica e istituzioni, il dibattito parlamentare si è concentrato sull’emendamento stoppato dalla presidente del Senato Elisabetta Casellati, emendamento alla Manovra che avrebbe dato il via libera alla vendita nel nostro Paese della cosiddetta Cannabis light. Una bozza di norma che – come sottolineato da tanti commentatori illustri – era stata varata senza nessuna consultazione tecnico scientifica ma sulla spinta di forti interessi economici (basti pensare che il fatturato della vendita di cannabis del 2017 in Colorado è stato 4 volte quello del McDonald’s). Tossicologi, medici legali, esperti non avevano infatti partecipato ad alcun tavolo col Governo per elaborare l’emendamento ed erano quindi rimasti esclusi da un tema di loro evidente competenza.

In questo contesto, curioso risulta il dibattito politico scaturito all’indomani dello stop tecnico, ma dal sapore decisamente politico, imposto dalla Casellati.

Da un tema etico il problema è divenuto infatti improvvisamente strettamente economico.

In Italia, è stato detto, con questo stop sarebbero state penalizzate 800 partite Iva agricole specializzate nella coltivazione della canapa e 1500 aziende di distribuzione e trasformazione per 10mila addetti totali. Insomma, una sorta di ecatombe economica per fermare la quale l’unica soluzione sarebbe stata permettere ai giovani e ai meno giovani di usare la cannabis depotenziata. E le conseguenze sulla salute? La sentenza della Cassazione? Il crollo della percezione del rischio conseguente a una liberalizzazione di prodotti ‘light’ derivati dalla cannabis? Domande che chi parla di ‘nuovo proibizionismo’ ovviamente evita con cura.

Premesso che, a prescindere, il denaro non può essere metro assoluto di valutazione rispetto al tipo di attività in essere e rispetto alle conseguenze ad essa collegate, va sottolineato come questa improvvisa spinta a tutela dei posti di lavoro non si sia materializzata in altre occasioni similari. Ad esempio la decisione di abolire le quote zucchero ha definitivamente ucciso un settore italiano d’eccellenza, quello saccarifero già piegato dal taglio dei prezzi del 2005. Servono pochi numeri per dar conto del fenomeno: in 10 anni in Italia si è passati da 19 zuccherifici ad appena due, la superficie coltivata è passata da 230mila ettari a 34mila e i dipendenti decimati. Una intera filiera produttiva è scomparsa nel silenzio pressoché assoluto. Nessuno si è stracciato le vesti, nessuno ha accusato l’Europa di avere sulla coscienza 10mila famiglie italiane. Evidentemente la coltivazione della cannabis ha più importanza rispetto a quella della barbabietola e i dipendenti del settore saccarifero valgono meno rispetto a quelli che si occupano di coltivazione della canapa. Un mantra, quello della difesa dei posti di lavoro, evidentemente a corrente alternata. E che a nessuno sorga il dubbio che dietro a cotanto ardore vi sia il desiderio di liberalizzare la cannabis tout court.

Fonte: l’Occidentale

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