Se evangelizzare la cultura significa costruire più pozzi (e meno brocche vuote)

di Carlo Mascio.

“Abbiamo sempre più bisogno di fare comunità”. Il monito è chiaro. Il desiderio anche: oggi più che mai abbiamo bisogno di momenti di lettura della realtà per poi comprendere come e se passare all’azione. Gaetano Quagliariello, al termine della due giorni di Anagni sui rapporti tra Chiesa e Politica, non usa mezzi termini per tratteggiare il momento storico dei “cattolici impegnati” in politica o nella società civile.

E il dato di partenza è molto semplice: nel campo politico gli spazi per condurre battaglie, soprattutto sui temi eticamente sensibili, sono assai limitati, anche per via di forze politiche che a parole dicono di portare avanti determinati temi, ma nei fatti non muovono mezzo dito al riguardo, con il risultato di impedire, anche senza volerlo, ad altri di esporsi in merito. Detto ciò appare sempre più evidente che è necessario tornare – o provare – a costruire comunità pensanti capaci di farsi portatrici sul piano culturale dei valori cristiani per favorire il radicamento di una cultura cristianamente ispirata. E’ questa in sostanza la ragione fondamentale per cui è nata l’associazione “Progetto culturale” ispirata al sogno ruiniano di evangelizzare la cultura, partendo da un assunto ineludibile: “il Vangelo genera cultura!”.

Questo non significa certamente abbandonare la politica per “rifugiarsi” o relegarsi solo al piano culturale. Ed è bene ribadirlo perché il rischio è molto concreto. Anzi, significa compiere un azione evangelicamente corretta: fermarsi ad ascoltare le necessità del tempo presente per poi comprendere come agire, sul piano sociale e politico. Oggi più che mai in molti denunciano, soprattutto in politica, l’assenza di un pensiero e, ancora più in profondità, di identità politiche. La ricerca ossessiva del “consenso a tutti costi” e del “consenso prima di tutto” ha di fatto eroso lo spazio vitale del pensiero e dell’identità di fondo di partiti e soggetti politici, ridotti sempre più a brocche vuote provate e riempire a colpi di tweet (con scarsi risultati). Oggi di brocche, per di più vuote, ce ne sono anche troppe. Mancano invece i pozzi dove attingere acqua fresca per dissetare chi ha effettivamente sete. Mancano – o non riescono ad emergere – realtà di ascolto e ricerca dai quali scaturiscano contenuti in grado di “dissetare” realmente e per lungo tempo chi ne ha bisogno, ovvero affrontare e risolvere le problematiche del nostro Paese.

Ecco, evangelizzare la cultura significa proprio questo: creare pozzi! Ricordare che l’uomo senza ascolto non è in grado di agire, senza un ascolto profondo e meditato di sè e della realtà che lo circonda si concede a strade all’apparenza semplici da percorrere ma inesorabilmente brevi. Non a caso, la radice della parola “cultura” deriva dal sanscrito “camminare, andare avanti” che può assumere anche il significato di “abitare”. Come dire: se abito me stesso e abito il mio tempo,  posso condurre la realtà a quell’oltre che merita.

Ma come attivare questo processo cristiano? Sicuramente non compiendo l’errore di dare per scontato di essere cristiani o che la società, in fondo in fondo, lo sia. Lo ha ricordato anche il Vescovo di Anagni, Monsignor Lorenzo Loppa, nella sua omelia nel corso della santa messa celebrata per i partecipanti all’evento e, per altri versi, anche don Nicola Bux nel suo intervento nel corso del convegno: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7, 21). E fare la volontà del Padre significa mettersi nelle condizioni di ascoltare l’amore che il Padre ha per la nostra vita, per la nostra storia, per il nostro essere umani fragili. Oggi nessun cristiano si deve vergognare di ribadire questa verità. Se accade questo, vuol dire che non si è in grado di ascoltare il bisogno di essere amati che viene fuori come un grido da ogni essere umano che vive lontano da se stesso. “E’ l’amore che muove il progresso sociale” ricordava San Paolo VI nello stesso discorso pronunciato per celebrare i 25 anni della FAO ove era presente in nuce quella che poi divenne la celebre formula “la politica è la più alta forma di carità”.

Può sembrare assurdo e anche un po’ sdolcinato arrivare ad affermare quanto appena detto. E chi scrive ha voluto correre questo rischio. Tuttavia non si può più fare a meno di dire che il cristiano arriva ad essere incisivo ovunque solo se comprende che così come è, nella sua bellezza e imperfezione, è amato e va bene. Questa è la “verità che rende” liberi di camminare e provare ad intercettare le fami e le seti della società di oggi – diversamente, porsi il problema dell’incisività dei cattolici in politica e più generalmente dei cattolici significa non fare i conti con la realtà. E la Chiesa, ora più che mai e a tutti i livelli, deve farsi promotrice di cammini di fede che favoriscano l’incontro con questa verità e sostenere quanti, a livello e politico e sociale, desiderano portare questo annuncio. Nella società dell’apparire è importare iniettare l’urgenza dell’essere. Questo significa evangelizzare la cultura.

Fonte: l’Occidentale

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