Sardine, c’è qualche “indicatore” che non ci piace proprio

di Cominius.

Certamente ci vuole un po’ di coraggio a parlare ancora di sardine e sperare pure che i lettori vadano oltre il titolo: l’ultima settimana sono state praticamente una monopietanza. E, quanto a commenti, abbiamo già fatto una bella scorpacciata tutti quanti.

Impavido, provo lo stesso ad aggiungere velocemente qualcosa.

Abbiamo visto da una parte l’entusiasmo dei giornali filogovernativi, degli artisti oculatamente naviganti nel dissenso (purchégradito al mainstream), dei politici speranzosi che l’onda li possa mantenere o riportare a galla, dei giovani e dei meno giovani preoccupati – come sempre da una trentina di anni- che il fascismo stia arrivando e che solo i nuovi partigiani ci possano salvare.

Questa “narrazione” apologetica è stata messa in discussione da Luca Ricolfi, che ha sottolineato molto severamente il ricorrente “bullismo etico”,  al pari di altri episodi di mobilitazione della sinistra cosiddetta pensosa e riflessiva, ma soprattutto la straordinaria novità di un movimento che lotta… contro l’opposizione e a favore del governo. Ancora, Barbara Spinelli ha denunciato il carattere fortemente illiberale delle loro proposte sulla regolamentazione dei social, mentre su questo giornale Eugenio Capozzi ha analizzato con l’abituale profondità le loro caratteristiche ideologiche e il quadro sociologico di riferimento nel contesto della crisi della sinistra dopo l’impasse della globalizzazione.

Ma c’è anche una terza via (piuttosto benevola), quella di chi dice (qualche nome: Manconi, Bertinotti, Taradash e Ferrara): “lasciamole stare, non facciamoci su troppa teoria, non tentiamo di demonizzarle e nemmeno di metterci il cappello: loro sono sì magmatiche, indistinte e forse poco chiare, ma esprimono soprattutto uno stato d’animo e una voglia di politica normale, dai toni più bassi e composti”. Può darsi che ci sia anche questo, anche se onestamente la superiorità morale e culturale ripetutamente ribadita e la pratica della demonizzazione sistematica dell’avversario (e di circa metà degli italiani) fanno pensare che gli aspetti predominanti siano piuttosto altri.

Se poi andiamo a guardare alcuni episodi accaduti qua e là, è possibile ricavarne “indicatori” non tanto rassicuranti sul sentiment del movimento; indicatori a loro modo significativi, anche se per onestà bisogna ammettere che il campione è abbastanza casuale e che l’osservatore è molto prevenuto (e talora discretamente fazioso).

Indicatore del tasso di ambiguità (su Israele e l’ebraismo)

Roma, La donna musulmana che sul palco dichiara di esserlo con orgoglio: poco da dire sul punto specifico dell’orgoglio, se non che si prende giustamente e a stretto giro di posta la controdeduzione di Giorgia Meloni: mi spieghi allora perché io non posso essere pubblicamente orgogliosa di essere cattolica? Ma il peggio si annida altrove,  in un tweet rivelatore in cui Israele è definito “un mostro”.  A parte che andrebbe sfidata a trovare un paese mediorientale dove si godono gli stessi diritti civili e politici di Israele (eh sì anche per le donne, signora mia), la qualifica di “mostro” va ben al di là del dissenso sulle politiche dello stato di Israele e fa trasparire abbastanza chiaramente una delegittimazione dell’esistenza dello stato ebraico in quanto tale. Con un’occhiata al profilo del consorte l’impressione si fa più marcata.

E dunque, se una che parla dal palco (nella misura in cui, come si diceva una volta) è rappresentabile come una portavoce delle sardine, c’è un’ambiguità sull’antisionismo/antiebraismo che andrebbe per lo meno chiarita.

Indicatore del tasso di proselitismo (sui minori)

Pisa. La maestra che entra in una classe di quarta elementare, felicemente caricata dalla manifestazione della sera prima recando con sé una sardina di cartone (ce l’aveva in tasca per caso, dice) e, sempre a partire dal caso, si produce in una lezione-comizio sul significato del pesciolino e della manifestazione eponima, su Hammurabi (che non ho ben capito se è un prototipo di illuminato costituente o un nuovo avatar autoritario di Salvini), sulla costituzione e, manco a dirlo, sul razzismo. In due balletti (come dicono a Pisa) dalla lotta contro l’odio siamo arrivati già al tentativo di fanatizzare e “polpottizare” i bambini?

Indicatore del tasso di puerilità (sul ruolo dei libri)

Torino. I suffragetti e le suffragette che distribuiscono un libro ai presenti in Piazza Castello, in base all’assunto che, poiché il fascismo è frutto di ignoranza, se uno legge un libro smette di esserlo o non lo diventa. Questa pretesa puerile per la verità potrebbe essere un indicatore multiplo: di supponenza (ma chi gliel’ha detto che i libri li leggono solo loro?), ma soprattutto di vera ignoranza, che salta in un colpo solo decenni di studio sulle origini del fascismo e sulla complessità culturale della crisi del Novecento europeo. Non facciamo il solito elenco dei Gentile, Volpe, Pirandello, Marinetti, Drieu La Rochelle, Hamsun, Pound, Celine e compagnia, tutta gente che qualche libro l’ha ha scritto e letto, perché viene troppo lungo.

Il vero abisso intellettualmente regressivo è ignorare Zangrandi, De Felice, Pavone e Del Noce, o magari Arendt, Mosse e Voegelin, perdendo l’occasione di scavare un po’ a fondo nella genesi del fascismo e nel suo “attraversamento” da parte di tanta cultura italiana ed europea, anche quella poi antifascista e comunista. In questa dismissione della complessità delle vicende storico-culturali si finisce col non avere un’idea neppure della vigorosa posizione da comunista ortodosso di György Lukács, che legava il fascismo alla cultura irrazionalistica; una parte della quale i nostri eroi praticano alla grande, forse senza averne troppa contezza. Ma questa è un’altra storia.

Fonte: l’Occidentale

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