Le sardine rievocano la rivoluzione francese: il solito movimentismo illuminista

di Anicio Severino.

“Nella rivoluzione francese oltre alla libertà, che è qualcosa di acquisito, c’è l’uguaglianza e la fratellanza. In questo momento il popolo del Sud si è distinto per il dissenso. Abbiamo fatto delle cose in Calabria, in Puglia, in Basilicata e in Campania. Adesso ci stiamo abbracciando con il popolo dell’Emilia. Mi auguro che chi ha voce in capitolo sia degno di questo regalo che sta ricevendo”. A dirlo, durante l’ultima puntata di “Piazza Pulita” su La7 – e chi poteva essere altrimenti – è stata Jasmine Cristallo, coordinatrice del movimento delle “sardine”, che non sembra aver chiaro il da farsi in prospettiva partitica, ma che è certo delle priorità valoriali cui aggrapparsi. La “fratellanza” – appunto – che arriva dritta dritta – quale dovere assoluto ed estendibile quasi a chiunque – dalla idolatrata rivoluzione francese.

Le “sardine”, in qualche modo, hanno fatto un piacere agli analisti politici: citando la rivoluzione francese, il vertice delle “sardine” ha sgombrato il campo dagli equivoci sul neutralismo. Semmai ce ne fosse ancora bisogno. I giovani organizzati attorno alla metafora ittica non dovranno sforzarsi troppo: il mondo contemporaneo è già intriso di individualismo illuministico.

Non serve ripristinare una visione del mondo finita in disuso: i “nuovi diritti” sono l’emblema di quanto il 700′ e i suoi effetti stiano ancora influendo sul corso degli eventi. La “piattaforma Cirinnà” dovrebbe suggerire qualcoda. Ma è bene che chi partecipa al sardinismo sappia a quale moto sta prendendo parte. Un moto di “fratellanza” –  appunto – che non prevede però che i sovranisti e i populisti possano, con il medesimo diritto partecipativo attribuito agli altri, fungere da attore dialettico. Perché è anche questo che si trova scritto sul manifesto programmatico dei nuovi rivoluzionari. Chi prova stupore magari sbaglia: basta dare uno sguardo alla parabola di Robespierre. Il che non significa prevedere per le “sardine” lo stesso compimento pratico di quella fase storica  – e ci mancherebbe – , ma segnalare come una conventio ad exclundendum – è bene ricordare come i populisti siano percepiti dalle “sardine” come intolleranti, dunque al di fuori dal cerchio magico della fratellanza – sia tutto fuorché fraterna nel senso cristiano del termine. E pazienza se la Cristallo usa considerare proprio la fratellanza come un “valore cristiano e rivoluzionario”. Non è la prima a mischiare i due piani. Non sarà l’ultima. Nell’analisi fatta in tv dalle “sardine” persiste poi una presunzione, che risulta abbastanza facile da smentire: il Sud si starebbe facendo avanti per quello che, mediante un’interpretazione politologica estensiva, oseremmo definire giacobinismo. Un po’ ardita come disamina. Il Meridione italiano, infatti, si è sempre contraddistinto per comunitarismo. Basta dare un occhio alla storia d’Italia. E poi può capitare che alcune prossime elezioni regionali, come quelle campane, fungano da certificato a questa nostra dissertazione. Si vedrà. Il “ritorno alla Comunità” è un filone culturale che spetta cavalcare al centrodestra.

Ma bisogna esserne capaci. Certo è che se dovesse nascere un moto giacobino, insomma, è più probabile che possa attecchire con più facilità altrove e non nel Sud Italia. Ognuno ha le sue certezze. Ed è bene rispettarle tutte, in nome di una fratellanza – questa sì – piena. Ci piace pensare, inoltre, che quel chi ha “voce in capitolo” non sia per forza riferito al Partito Democratico: sarebbe l’ennesima riproposizione di uno schema già visto, che è basato più o meno su questi passaggi: un movimento di piazza segnala l’esistenza di un malessere popolare; alcuni media mainstream e certa carta stampata spingono affinché quel malessere divenga virale o comunque venga preso in considerazione dalla base elettorale; il partito maggioritario di centrosinistra costituisce un’alleanza organica col moto di piazza, finendo con l’inglobare le istanze e qualche membro di vertice. Sarebbe davvero un peccato se, anche in questa circostanza, il finale fosse scontato. Siamo certi che gli sceneggiatori abbiano idee molto più innovative e che nessuno voglia sfruttare l’onda lunga del sardinisimo per finire in Parlamento. Nicola Zingaretti, poi, non si farà portavoce di un’operazione siffatta: sarebbe un torto ai tanti giovani in fila nella sua corrente. Quelli che aspettano una rottamazione, ma in salsa zingarettinana. E questo ci lascia ben sperare sulla natura spontanea e gratuita di quello che sta avvenendo nelle piazze italiane. La rivoluzione francese – e questa è una buona notizia – rimane lo spartiacque in grado di distinguere chi opera in un lato del campo e chi in un altro. Ai conservatori e ai liberali, e magari pure ai sovranisti, che noi invece includiamo volentieri nel ragionamento comunitario, può interessare di più la Vandea. La regione che all’epoca resistette al giustizialismo in nome della tradizione. Si tratta solo di una metafora, ma può tornare attuale. E magari si scopre che i vandeani – a questo giro – rappresentano la maggioranza democratica. Le valutazioni andranno fatte alla fine. Le urne sono l’unico responso in grado di definire la ragione e il torto politico.

Da un punto di vista prettamente culturale, ci piace pensare che anche le “sardine” rivedano il concetto di fratellanza insito nella loro piattaforma programmatica. Si è fratelli quando, seppur nelle differenze, si sta insieme, rispettando la difformità delle identità. Altrimenti non è fratellanza ma altro. Magari radicalchicchismo o qualcosa di molto simile. Che è poi quello cui a sinistra ci hanno abituato. Ma le sardine non sono di sinistra: sono sardine. Lo ripetono a mo’ di mantra ma è da quando sono nate che, volenti o nolenti, si smentiscono di continuo.

Fonte: l’Occidentale

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