La nostalgia della Guerra Fredda

Articolo redatto da Driss Ghall – da CAUSEUR.Fr– Quotidiano francese di informazione online.

La fine della Guerra Fredda è lontana dall’aver posto un termine all’ideologia comunista. Al contrario, essa ha solo cambiato pelle e, ampliando la sua influenza, è imperante in Occidente.

La fine della Guerra Fredda ha provocato nelle società occidentali un inatteso e devastante movimento di oscillazione, tanto che sembra che il comunismo sia migrato all’Ovest proprio nello stesso tempo in cui lo spirito patriottico e conservatore è passato ad Est. Oggi, i «matti» sono a Parigi e a New York, mentre i saggi si rifugiano a Mosca e a Bratislava. Chi avrebbe potuto immaginare solo 10 anni fa che le università americane e francesi sarebbero diventate terre di missione degli indigenisti e della peggior versione della sinistra e che i governi polacco e ungherese sarebbero stati alla testa della resistenza al multiculturalismo? Il mondo libero non è più un sinonimo dell’Occidente. C’è da credere che il ruolo della cortina di ferro era più per proteggerci dal comunismo, che di isolare l’Europa dell’Est dal capitalismo.

Senza la sua membrana protettrice, l’Occidente si è lasciato infettare da un virus che si è infiltrato dappertutto, colonizzando la sua vittima senza finirla del tutto. Il genoma del comunismo è mutato: non si tratta più di costituire un sistema politico, né di prepararsi a una Grande Sera. Il comunismo è ridiventato un’utopia, e perciò un pensiero invincibile. Si è affrancato dalla necessità di riempire di nuovi contenuti gli assetti fondamentali della gente e di riscaldare i loro cuori. Così facendo si sono rifatti una verginità, apparendo ai creduloni e agli incoscienti come coloro che hanno idee nuove. Come se niente fosse, come se i milioni di morti in Russia, in Ucraina o in Cambogia non ci fossero mai stati. Invece di fare la sua autocritica, il comunismo si è appropriato dei problemi del momento, come l’ecologia, l’immigrazione, la diversità, l’uguaglianza uomo-donna e la promozione delle minoranze, strumentalizzandoli a suo beneficio. Sono questi i temi portanti che il comunismo, con i suoi uomini e i suoi metodi, ha infiltrato e fatto digerire, riorientando l’opinione pubblica.

Che cosa è successo, e perché non ce ne siamo accorti?

Il new deal della vergogna.

Dopo il 1989, i comunisti e l’estrema sinistra hanno avuto paura di perdere le poltrone da loro acquisite nell’establishment universitario e culturale. È proprio il grande capitale a prendere coscienza del fatto che l’alto livello di vita aveva creato una generazione di “piccoli principi” consapevoli dei loro diritti, di cui si erano imbevuti. L’umile cittadino francese non voleva più pulire le toilette e la sua donna non aspirava più a sorvegliare i figli delle altre. Dove potremo ora trovare il giardiniere, il muratore o la bambinaia?

L’incrociarsi di due angosce esistenziali ha permesso la conclusione di un patto diabolico sulle spalle del popolo. Il new deal della vergogna ha permesso di forgiare il progressismo, ideologia detestabile che aliena le coscienze e indebolisce le volontà.

I comunisti hanno messo a punto ciò che avevano di più prezioso: le loro reti e la loro arte raffinata nella cattiva fede, dell’indignazione selettiva e della sovversione. Il grande capitale non ha avuto altro da fare che mettergli a disposizione la sua grande macchina mediatica, che considera come il proprio pub da mettere a disposizione del pensiero terzomondista, ecologista e antisistema. Sbarazzatisi di ogni dovere di autocritica, i comunisti e altri attivisti di estrema sinistra hanno fatto ciò che sapevano fare meglio: ottenere l’egemonia. E l’hanno ottenuta!

A partire dal 1940 siamo coinvolti in un dibattito che non è il nostro, nel quale la parola d’ordine è l’antifascismo. Per questo, il ricordo della Guerra Fredda che ci è più vicino, è sistematicamente attenuato, come se fosse necessario coprire ad ogni costo i crimini del comunismo, il carnefice dell’Europa dell’Est. Questo ci mostra come la memoria è frazionata per cancellare una verità insopportabile, di un’ideologia che ha infettato milioni di europei dietro ai barbagli delle trincee e dalla paura che esse non richiedano la loro libertà.

Un’opera magistrale.

Nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza l’introduzione della figura cristologica del migrante, che serviva da alibi nei due campi.

Nella sinistra e nell’estrema sinistra il migrante ha rimpiazzato il proletario, che gli americani definiscono giustamente come “Figlio della terra”. Molti non vogliono più sentir parlare di essi perché la lista delle loro esigenze è interminabile: dei CHU ogni 100 km, delle maternità ogni 50 km, dei treni che arrivino in orario, il rimborso di ogni sorta di medicinale. Ma troppo è troppo! È insostenibile! Si è trovato nel migrante il cliente ideale: egli non vuole grandi cose, perché il semplice fatto di poter essere espulso, lo rende benevolo. Egli aspira, naturalmente, ai benefici dello Stato Provvidenza, ma, venendo da zone di guerra o da paesi in cui domina la corruzione, qualsiasi ospedale francese sarebbe visto come un hotel a 5 stelle. È perciò un cliente facile da conquistare, almeno in un primo tempo.

Il grande capitale alla fine ha risolto una questione essenziale: chi manterrà i figli dei grandi padroni mentre essi corrono da un aeroporto all’altro? Chi trasporterà le pizze e chi si sacrificherà nei più assurdi processi di produzione? La risposta ci è venuta dai migranti.

Il “figlio della terra” non ne ha ricavato nulla. Passato ai servizi più degradanti, o i meno ben visti, ha pensato che si trattasse di un’evoluzione naturale delle cose, un progresso, insomma, che consisteva nello specializzare nei lavori manuali coloro che vengono dal Sud, mentre gli autoctoni diventavano i disoccupati di lungo corso e del precariato.

La nomenklatura è passata all’Ovest.

Il risveglio ha avuto luogo in quel momento, ed è stato duro. Tutti sono scontenti: il povero francese e il migrante. Il primo si è reso conto che la mondializzazione sradica la classe media e che l’evoluzione tecnologica sostituisce l’uomo con la macchina. Chi può ancora credere che le banche francesi utilizzeranno gli stessi impiegati nei prossimi 5 anni? Anche il migrante, che ha accettato la sotto-occupazione nella speranza di avere un avvenire migliore si rende conto che l’ascensore sociale è in panne e che i suoi figli frequentano scuole dove la ricerca dell’eccellenza è diventata un vago ricordo. Anche la conoscenza della lingua francese, necessaria per l’integrazione è loro rifiutata da professori che disprezzano sempre più il dettato di un sistema che instaura la scrittura inclusiva (un insulto per la lingua di Molière).

Il brusco risveglio ha ostacolato dalla nomenclatura al potere: una coalizione di interessi borghesi, pieni di alterigia e di incapacità di rimettersi in discussione. Essa è composta da comunisti diventati borghesi e da “tifosi della mondializzazione”. È il partito dell’Ordine. Il suo unico programma consiste nel mantenere lo status quo che, senza alcun senso del ridicolo, si allea coi teppisti (dichiarati cantanti del vivere assieme), cedendo, in tal modo la sovranità nazionale a delle potenze straniere e compromettendosi con dittature agli antipodi col nostro stile di vita, come il Qatar o l’Arabia Saudita.

Tutto ciò evoca un sentimento di déjà-vu (già visto). Non è la prima volta che l’élite al comando tradisce la nazione, alleandosi con lo straniero. Siamo in piena restaurazione. L’essenziale è sapere se siamo alla vigilia del 1830 o del 1848. Nel primo caso il regime saprà reinventarsi, proponendo una nuova menzogna che ci farà perdere una ventina d’anni. Nel secondo caso la liberazione sarà più vicina e sarà sinonimo di rinascita nazionale (e di violente agitazioni). In ognuno dei due casi il regime è in putrefazione partendo dai suoi vertici, perché la sua ideologia è rinsecchita. Nessuno ormai crede più ai chiari di luna dei progressisti, sia sul piano economico che su quello politico. Il loro new deal è diventato «carta bagnata», come dicono gli spagnoli. Non valgono più nulla. Le classi medie sono in via di liquefazione: la Francia ha perduto il suo ruolo. L’immigrazione è stata una catastrofe che ha più di un responsabile, e i fatti raccontano invariabilmente la storia di una regressione. Nel 2019 la Francia è meno civilizzata di quanto lo era nel 1970 o nel 1950.

Il vantaggio di vivere nel XXI secolo è che i tempi sono accelerati, ed è probabile che la caduta del progressismo sia più veloce del previsto. Questa sola prospettiva dovrebbe riempirci di gioia e di speranza. Ma la questione da porsi è la seguente: è in grado, la destra (con disprezzo chiamata populista. Ndt), di prendere le redini del paese?

(Alla fine della traduzione mi viene spontaneo pensare a quanto siano vere ed attuali le parole di Cristo: “I figli delle tenebre sono più scaltri dei figli della luce”, tanto è vero che il progressismo di sinistra, intrufolandosi diabolicamente nella Chiesa, ha dato origine al devastante male che P. Livio ben descrive nel suo libro Linganno del modernismo. Per reagire a questo inganno ideologico ed eretico sono nati i sani populismi e i movimenti in difesa della propria identità, cultura e storia. Ndt).

Fonte: https://www.causeur.fr/guerre-froide-communisme-new-deal-immigration-langue-francaise-169212

Traduzione di Claudio Forti

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