Il MES lo conferma: non ci si può definire liberali e appoggiare il dirigismo dei tecnocrati Ue

di Eugenio Capozzi.

Il processo comunitario europeo, così come è maturato storicamente, ha realizzato, tra molte contraddizioni, un grado considerevole di libera circolazione di merci e persone, di scambi, di opportunità legate ad uno spazio economico e sociale governato da regole comuni. Ma non è possibile ignorare il fatto che sull’altro piatto della bilancia – soprattutto a partire dalla trasformazione della Cee in Ue – si trova un assetto dei poteri concentrato in un direttorio intergovernativo in cui vige un’enorme sproporzione tra gli Stati economicamente più forti e quelli più deboli. E che al potere assegnato ad organi come la Commissione e il Consiglio europeo corrisponde un insufficiente spazio concesso alla rappresentanza dei popoli europei, nonché un ruolo pallido e ambiguo del Parlamento: quello che ancora fino ad una quindicina di anni fa molti commentatori di area liberale e progressista chiamavano – giustamente – il “deficit democratico” delle istituzioni comunitarie

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L’acceso dibattito politico sorto in Italia sulla modifica al MES, il cosiddetto “fondo salva stati” della Ue, tra le altre cose ha posto in evidenza per l’ennesima volta un fenomeno ormai consolidato: politici, economisti, giornalisti, grand commis che si definiscono liberali, ed anzi rivendicano in esclusiva la qualifica di “liberale”, ma quando si parla di affari relativi alle istituzioni comunitarie europee sostengono posizioni che alla tradizione liberale – in qualsiasi forma la si voglia intendere – sono sostanzialmente estranee.

Queste figure si oppongono immancabilmente con sdegno e disprezzo al “populismo” e al “sovranismo”, liquidandoli in blocco come ritorno all’autoritarismo più bieco, al nazionalismo più miope. Ma, in antitesi a questo presunto ritorno alla barbarie, esse sostengono a spada tratta, come se fosse il paese di bengodi delle libertà, l’attuale assetto di potere dell’Unione europea, le sue classi dirigenti, le sue politiche.

Ora, è vero che nella storia le idee liberali hanno conosciuto le più varie sfumature, dal costituzionalismo elitario del primo Ottocento al liberalismo “sociale” e al New Deal fondato sullo stimolo pubblico allo sviluppo, dal liberalismo conservatore reaganiano fino al libertarismo e all’anarco-capitalismo. Però tra tutte le versioni di esse è sempre esistito almeno un nucleo comune: il rifiuto non soltanto di uno “Stato etico”, ma anche di uno Stato accentrato che decide cosa si produce e cosa si consuma, e di uno Stato tassatore che comprime lo sviluppo per sostenere un apparato burocratico-assistenziale parassitario.

A partire da questa eredità culturale non si comprende davvero a quale modello mai si possa riferire lo stuolo di intransigenti guardiani di una presunta ortodossia che dalle cattedre di prestigiosi atenei, dal ruolo di “esperti” generosamente “prestati alla politica”, dalle posizioni più alte nel sistema dei mainstream media quotidianamente identificano tout court il liberalismo con l’”europeismo”: intendendo con questo termine un’adesione sostanzialmente dogmatica agli attuali ordinamenti dell’Unione europea, e, all’interno di essa, ai meccanismi che regolano l’area dell’Euro.

E’ vero: il processo comunitario europeo, così come è maturato storicamente, ha realizzato, tra molte contraddizioni, un grado considerevole di libera circolazione di merci e persone, di scambi, di opportunità legate ad uno spazio economico e sociale governato da regole comuni. Ma non è possibile ignorare il fatto che sull’altro piatto della bilancia – soprattutto a partire dalla trasformazione della Cee in Ue – si trova un assetto dei poteri concentrato in un direttorio intergovernativo in cui vige un’enorme sproporzione tra gli Stati economicamente più forti e quelli più deboli. E che al potere assegnato ad organi come la Commissione e il Consiglio europeo corrisponde un insufficiente spazio concesso alla rappresentanza dei popoli europei, nonché un ruolo pallido e ambiguo del Parlamento: quello che ancora fino ad una quindicina di anni fa molti commentatori di area liberale e progressista chiamavano – giustamente – il “deficit democratico” delle istituzioni comunitarie.

Non si può, insomma, spacciare per liberale un complesso di poteri definibile soltanto come un dirigismo con forti venature tecnocratiche. L’iper-regolamentazione che ingabbia e uccide l’iniziativa imprenditoriale; la forzata uniformità fiscale imposta dal Fiscal Compact (che qualcuno vorrebbe addirittura trasformare in una totale parificazione); la sproporzione contraddittoria tra la moneta unica e la banca centrale da un lato, la solvibilità dei debiti pubblici nazionali dall’altro; il complesso sistema di sussidi a settori economici appartenenti a paesi “forti” che avrebbero grande difficoltà a reggere in un mercato libero: tutti questi elementi sono chiaramente incompatibili con la rappresentazione manichea che i presunti liberali euro-entusiasti quotidianamente propongono.

Per non parlare, poi, della vera e propria intrusione di “Stato etico” costituita dall’imposizione dall’alto di una presunta economia “verde”, ispirata a dogmi passivamente recepiti dalle più altre autorità comunitarie sul cambiamento climatico, e destinata a generare pesanti conseguenze sulle economie dei paesi membri (e per giunta fortemente sospetta di favorire un “rigenerazione” di quelle di alcuni di essi attraverso l’imposizione ai consumatori di nuovi prodotti). Della altrettanto passiva acquisizione dell’idea di “sviluppo sostenibile”, che si traduce spesso in pratica in una subordinazione delle politiche per la crescita ad un astratto ideale di armonia tra società e ambiente. O dei tentativi sempre più oppressivi, da parte delle istituzioni Ue ad ogni livello, di imporre una vera e propria “colonizzazione ideologica” (per usare un’espressione di papa Francesco) nei confronti dei paesi membri su temi delicatissimi come quelli “biopolitici” (aborto, eutanasia, questioni di “genere”), sull’immigrazione, su un multiculturalismo ideologizzato insensibile all’identità culturale e alle esigenze della sicurezza: con la pretesa di “rieducare” i popoli secondo le direttive di una sorta di preteso “assolutismo illuminato”.

Da un elementare punto di vista liberale, un sistema simile di costrizioni verticistiche, dai debolissimi contrappesi e dalle tenui garanzie, non può che essere messo in discussione nei suoi fondamenti: non per tornare ad un’anarchia nazionalistica che nessuna forza politica all’interno della Ue davvero vuole, ma per ricostruire uno spazio comune in cui i limiti, i freni, le responsabilità, siano chiaramente distinti, a livello generale e nel rapporto tra ambiti nazionali e sfera comunitaria.

Una cosa, in ogni caso, è certa: o si sta dalla parte di Margaret Thatcher con i suoi chiari “no” all’invadenza di poteri non controllabili e responsabili – che è la stessa parte, a dispetto della propaganda imperante, di sostenitori dell’europeismo liberale come Luigi Einaudi – o si sta con il “turbo-dirigismo” Ue. O si sta con la libertà di impresa, l’obiettivo della crescita, la libertà educativa delle famiglie, la libertà religiosa, o si sta con il super-Stato “rieducatore” politicamente corretto.

Non ci sono vie di mezzo. Se si sposa la seconda linea, si abbia almeno il pudore di non fregiarsi di un’etichetta alla quale non corrisponde alcun contenuto.

Fonte: l’Occidentale

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