Giustizia ad orologeria contro i due Matteo

di Ruben Razzante.

Beninteso, si tratta solo di congetture. Certo è che in vista del voto per le regionali, le procure si svegliano con un’indagine sulla Lega e una sulla fondazione Open, coinvolgendo dunque Salvini e Renzi, i due Matteo che più danno filo da torcere all’attuale governo e si oppongono alla riforma della magistratura di Bonafede. 

Beninteso, si tratta solo di congetture. E come tali vanno esposte e argomentate. Certo è che alcune regolarità della storia italiana autorizzano a pensar male e ad alimentare sospetti sui possibili moventi di talune inchieste. Sembra quasi che una regia intenda orientare verso esiti predeterminati la lotta politica, utilizzando la leva giudiziaria.

La questione dei 49 milioni di soldi della Lega spariti nel nulla è in piedi da tempo. Ora che si è sgonfiato il caso Savoini, eccola miracolosamente riemergere, con evoluzioni roboanti. Forse perché si vota in Emilia Romagna e Calabria, regioni in bilico, forse perché il Conte bis è in agonia prolungata fin dai suoi esordi, fatto sta che le Procure si sono risvegliate. Stefano Bruno Galli, Assessore all’Autonomia della Regione Lombardia, professore universitario e ideologo della Lega, è stato indagato dai pubblici ministeri di Genova all’interno dell’inchiesta, aperta ormai quasi due anni fa e condotta dalla Guardia di Finanza, sul presunto riciclaggio dei soldi del Carroccio. Pare che l’indagine genovese derivi da quella sui rimborsi elettorali che il partito avrebbe ottenuto ai danni del Parlamento tra il 2008 e il 2010, falsificando, sostiene l’accusa, rendiconti e bilanci. Il processo si è concluso lo scorso 6 agosto con una sentenza della Cassazione che ha dichiarato prescritti i reati per Umberto Bossi e per il tesoriere del partito Francesco Belsito, ma ha confermato la confisca dei 49 milioni.

Da settembre la Lega sta restituendo allo Stato i soldi a rate dopo la sentenza della Cassazione che ha reso definitiva la confisca. Peraltro in questi giorni si è riaccesa in Parlamento la polemica sul finanziamento ai partiti e sulla regolamentazione delle lobby, e proprio domani è in programma una seduta al Senato. Galli risponderebbe del reato in quanto a capo dell’Associazione Maroni presidente che sarebbe al centro delle verifiche della Guardia di Finanza. Galli era già stato coinvolto nelle indagini dei pm di Milano che avevano però chiesto l’archiviazione per il reato di appropriazione indebita. Nonostante l’inchiesta della Guardia di Finanza sia stata aperta ormai quasi due anni fa, le perquisizioni all’associazione presieduta dal politico leghista sono scattate solo in questi giorni. L’associazione Maroni Presidente è nata nel 2013 per sostenere la candidatura di Roberto Maroni alla Presidenza della Regione Lombardia. Proprio in quell’anno Matteo Salvini ha preso il suo posto alla guida del Carroccio.

Ma sono in molti, nel centrodestra, a parlare di giustizia a orologeria, sia nei confronti di Matteo Salvini, che potrebbe essere il vero obiettivo dell’inchiesta, sia nei confronti dell’altro Matteo. Nei giorni scorsi, infatti, le perquisizioni alla Fondazione Open, cassaforte renziana, avevano fatto gridare all’ennesima invasione di campo della magistratura sul terreno politico. Qualcuno, in realtà, vede un nesso tra le due azioni giudiziarie, una sorta di tenaglia delle procure per depotenziare i due veri nemici dell’attuale esecutivo: i due Matteo. Salvini non vede l’ora che cada per poter andare a elezioni anticipate e fare l’en plein di voti e seggi, Renzi vuole incalzare l’esecutivo e drenare parlamentari e voti dal serbatoio dem e da quello di Forza Italia, per dar vita a una nuova formazione centrista. Si vocifera addirittura di un accordo tra i due per provocare una rapida interruzione della legislatura (i senatori renziani sono decisivi per la tenuta del Conte bis a Palazzo Madama) e per andare al voto anticipato al più presto con una legge proporzionale che lasci ad entrambi mani libere per il dopo. Guarda caso, sia la Lega che Italia Viva si oppongono alla riforma della giustizia portata avanti dall’attuale guardasigilli Alfonso Bonafede, che invece è musica per le orecchie di certe toghe, in quanto, con la prevista sospensione dei termini di prescrizione, consegnerebbe definitivamente alle Procure le chiavi della selezione della classe dirigente del nostro Paese, lasciando sulla graticola dei processi per un tempo indefinito migliaia di imputati.

Ovviamente è presto per tirare conclusioni. Certo è che ora più che mai il governo è in difficoltà e la spallata può arrivare da un momento all’altro. Indebolire e far cadere questo esecutivo vuol dire aprire la strada al voto anticipato, con una probabilissima vittoria del centrodestra. Le toghe non fanno i salti di gioia rispetto a questa prospettiva e anzi caldeggiano la tenuta dell’attuale governo. E neppure il Quirinale smania dalla voglia di mandare gli italiani a votare.

D’altronde, i segnali in questo senso non mancano. Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, non ha perso tempo nel cavalcare l’onda giustizialista: «Quando gli si chiede dei 49 milioni, Salvini ride e dice: “Io non so nulla”. Non è bello perché quelli sono soldi delle tasse dei cittadini che sono scomparsi, ora indagine farà suo corso ma sarebbe bene dire la verità». Intanto, pero, l’ex presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni si è chiamato fuori scrivendo su Facebook: «In merito alle indagini che riguardano un’associazione che porta il mio nome (creata per le elezioni regionali del 2013) preciso di non aver mai avuto in essa alcun ruolo gestionale né operativo. Sono tuttavia certo della correttezza della gestione da parte del presidente e dei consiglieri». Questo significa che il cerino resterà in mano al Capitano? Lo si capirà presto.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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