“Essere Madre”. Proteggere o plasmare? La poesia di Annalisa Medici.

Pablo Picasso, Maternità. La Madre e il figlio, 1903.
La Madre protegge o incombe e plasma?

Sono diventata madre

nel momento in cui ho ascoltato

il batter d’ali di mille farfalle

proveniente dal tuo cuore[1]

Quando seppi che Annalisa Medici, nota solo nel suo paese di Lurano, dove trascorro la mia giornata di lavoro, aveva scritto una silloge di alcune poesie, faticosa eco di un dolore grande, provato alcuni anni fa, desiderai subito leggerla.

Visto che avrei partecipato ad un Banco libri, non esitai ad accostarla a testi di autori ben più conosciuti.

Sentivo che quelle parole parlavano una lingua sommessa, ma forte, aspra in certi passaggi, come gli stati d’animo che Annalisa aveva vissuto, tenendoli nel suo cuore stretti a fatica, in un dolore che non riusciva ad esprimere. Ora, grazie ad un tocco improvviso, emergevano in queste e brevi pagine. 

Già immaginavo di poterla incontrare e le chiesi un colloquio tramite la madre, questa donna, che, nell’immaginario della figlia e nella realtà di chi la conosce, è una presenza delicata e forte, che non lascia cadere ciò che conta e sorvola su quanto, per molti, è motivo, invece, di pettegolezzo e di litigio, mentre è solo futile distrazione.

Annalisa piangeva e piange un bambino, o una bimba, che non è mai nata. Un aborto; cosa volete che sia un aborto, in tempi come i nostri, in cui abortire è diritto! Tanto più che questo fu un aborto spontaneo. S’era troncato il sogno di un’apprendista Mamma, il colloquio con una creatura incipiente.

Lessi e rilessi i versi, ma alcuni passaggi non mi erano chiari. Lessi ancora e cominciai, una notte in montagna, vicino al camino acceso per i primi freddi, ad appuntare su piccoli foglietti, ritagliati e piegati con cura, brevi commenti interlocutorî, che ospitavano il mistero di una vita non nata e di un’altra vita toccata dal dolore.

Passaggi chiari si alternavano ad espressioni oscure.

Appunti notturni

La meditazione era rotta solo dal crepitio dei rametti, dai nodi del legno, o da quelle gocce d’acqua, che, riarse dalla fiamma, sembrano produrre un fischio, un lamento che penetra nell’intimo.

Annalisa non era lì davanti, eppure, sembrava riempire la stanza e l’idea di poterla presto incontrare mi diveniva sempre più cara.

Pablo Picasso, Maternità, 1905.

Perché anche questo fa la poesia: anticipare l’incontro con una persona non ancora conosciuta, così che poi, quand’essa c’è, e non ti sembra vero, assolutamente non ti è estranea.  

Due anime, lì …, nel verso, si incontrano, si illuminano, come se si aspettassero da tempo. Appare la verità di anime nuove, che non sapevano di esistere ed ora sono insieme nel silenzio eloquente tra sogno  e realtà.

A metà della mia ricerca, alzando gli occhi sulla fiamma, sentii di dovermici avvicinare, di interrogarla e mi sorpresero alcune immagini che volli fissare, io, che mai scrissi una poesia. Ma il cuore diveniva poetico, estatico, cullato da cenni, ora solenni, ora dimessi, ora graffianti. Quei versi, rimeditati, erano capaci di risalire dall’oscurità della sconosciuta mano di una giovane, rimasta troppi anni nell’ombra. E nuove parole, ora, fluivano in me, consonando con quelle, come una

                       Eco

Mi impressiona come da poche, incandescenti brage,

piccoli secchi rametti,

sotto il soffio di polmoni deboli,

prendano nuova vita in un rapido consumarsi,

e, sopra, il ciocco,

a metà bruciato, e a metà carbone,

pur grosso,

fatichi a divampare,

producendo piccole volute di grigio fumo.

Ma il fumo scompare ancora,

pur per poco;

è la viva fiamma dei rametti,

che appare gaia,

ma inesorabilmente sempre più flebile.

Non è l’incendio dell’amore a divampare,

ma il tempo breve a scorrere.

È il lento bruciare, che scalda la povera donna sola,

anima gravida di ricordi,

e che null’altro ha,

presso il focolare,

che pochi rametti,

alcune labili foglie

e una pentola vuota;

il fumo, pigro sale.

Ed è silenzio”.

Ed è silenzio!

Annalisa alla figlia che morirà

Annalisa si rivolge alla figlia che morirà, mentre c’è un movimento discreto e Lei attende la liberazione, che avviene per la forza prorompente del parto. Sente una vita autonoma, fuori del suo controllo, per la quale non può fare niente, essendo solo suo il destino!

Annalisa ascolta questa voce che si impone e che la fa  divenire Madre, come ascoltando il battere d’ali di farfalle del cuore della piccola.

Attendendo la nascita con devozione, Annalisa è divenuta più grande, ma scivolando nell’ineluttabilità del distacco. Eppure chiede alla piccola di non lasciarla, ma lei, con i calci si impone e … nata, muore! (p. 9),

Meditazione per sopravvivere e la novità di una figlia

Annalisa da questo momento non ha più voce. Cerca di dimenticare per sopravvivere alle folgori della vita (p. 10), che distruggono il nido desiderato, l’unità tra Mamma e Figlia. Lo fa per sopravvivere a lei perché Annalisa ama la vita e non vuole finire. Non vuole che il suo sogno finisca.

Gustav Klimt, Le tre età della donna, la Madre con il bambino, 1905, particolare. Galleria Nazionale d’Arte Moderna
e Contemporanea, Roma.

E nasce una seconda bimba. Annalisa ha imparato dalla prima figlia. Non si lamenta più di ciò che è passato. Si arrende e non la trattiene, ritrovandosi lieta. Nuovi occhi neri (p. 11) la attraggono. Ama la nuova nata anche se la nostalgia della prima bimba, o bimbo, questo mai lo seppe, non è svanita.

Nella dodicesima poesia risuona una parola forte: ventre, come nella nona, cosce.  E la fragile bambina, come la bimba in verità mai nata, fa esprimere molto la fisicità del parto: ti sporgi dal mio ventre ma sei morbida, fragile, stelo sottile.

Annalisa e il mondo

Ora è il momento di accostarsi al mondo, ma l’aria è satura. L’apnea è necessaria perché davanti al mondo ci manca il respiro; è dura! La sua aria è irrespirabile (p. 13).

Annalisa vi coglie un battesimo. Dice … vi è peccato, cioè, un battesimo in quelle acque che erano state per lei sterili, che non avevano saputo custodire il bimbo precedente. Nessun vestito può essere adatto a coprire la dolcezza infinita della piccola. Vestito per un corpo o per un’anima? Resta indeterminato (p.14).

Solitudine del dolore

La solitudine è rotta dal grido del dolore del parto, un grido liberatorio per dare alla luce che finalmente estrae con la sua prorompenza dalla solitudine del dolore, inebriando di vita (cf p. 15).

Ma cos’è questa agonia? La sua mente è ancora sconvolta per l’abisso di un essere che si scopre inesorabilmente sconosciuto (cf p. 16)

Alla nuova nascita si sovrappone il terrore di perdere la figlia, figlia che si identifica con la precedente (cf p. 17).

Pablo Picasso, Madre e Figlio, 1902, o/t,
Fogg Art Museum, Cambridge, Massachusetts, USA.

Dalla poesia 18 alla 22 vi è come un passo indietro verso il lutto precedente. La rielaborazione, la maturazione, la crescita faticano ad emergere. Annalisa sa di aver trattenuto il bimbo o bimba con una cupa ninna nanna per lunghi giorni (p. 18).

Il distacco della nascita, ora, è vissuto come separazione dolorosa di una vita prima accarezzata e poi spenta nella freddezza dell’aborto, che lascia vuoti (cf p. 19).

Per un lungo tempo il suo ventre è stato giudicato appassito, luttuoso avendo dato alla luce un bimbo morto, accompagnato dal silenzio “liturgico”, da vivere come un rito religioso, sacro.

Passato e presente

Tra passato e presente, le immagini dei due bimbi si confondono … Si è fermata la gestazione. L’assenza causata dalla morte ora è accettata (cf p. 22).

Ma di nuovo sembra sopraggiungere un passo indietro. Il rigido inverno, la morte che si oppone alla volontà di essere ancora madre. Ma Annalisa, che non può dimenticare, riprende dalla volontà di essere insistentemente gravida (cf p. 23).

Quale relazione con la figlia e semplice confessione di emozioni

La volontà di diventare finalmente madre, però, non è mossa dalla pretesa di plasmare la figlia a sua immagine per il fatto di averla partorita. E qui emerge la crescita personale di Annalisa che non si lascia condizionare dal dolore al possesso, cosa, invece, frequente in tante situazioni mondane (cf p. 24).

A questo punto, come ogni madre, anche lei prova la stanchezza della mamma stanca del troppo piangere della neonata. Mi fai venire il mal di testa! Quasi una nota banale. Ma è così. La stanchezza fisica è inevitabile, ma ancora una volta la Madre non si ferma al sintomo, vuole andare oltre perché non riuscire a comprendere questo pianto frustra, procura rancore, che, però, Ella cerca di non rovesciare addosso alla piccola. Non è colpa della bambina, se la Madre non riesce a capire la nuova creatura (cf p. 25).

Presenza del Padre

In questa umana tragedia, finalmente, si scorge la presenza del Padre, rassicurante, che dà pace.

Ti ho vista

tra le braccia di tuo padre

come diamante incastonato

saldamente al tuo anello

Non una figura assente, dunque, ma colui che dà stabilità come un anello ad un diamante. Chi dei due sarebbe più prezioso? Due grandezze imparagonabili e impagabili. L’una, il cristallo duro e terso, l’altro l’anello ben lavorato senza il quale il diamante non rivelerebbe tutto il suo valore (cf p. 26).

Sofferenza e tempo

Ma questa figura forte non basta alla Madre per uscire dal dramma. Ella deve procedere fino in fondo, fino all’ultima goccia. Nel tempo, la sofferenza si fa lacrime. E quando la piccola piange è come se il tempo si fermasse. Un pianto simile all’imbrunire, e vi è tempo per lasciarsi consolare, in un dolore mai spento, proprio da quel passato, che ha causato il dolore (cf p. 27).

Pablo Picasso, Maternità, la Madre e il Bambino, 1901

In tutto ciò non v’è spazio per l’inerzia. Non è come il mondo predica: via uno, poi l’altro. No. La Madre, a costo di soffrire ancora, non dimentica e medita! (cf p. 28).

Non tutto, però, è solo dolore. Se la notte non concilia il sonno spinge, però, l’una verso l’altra per un breve contatto, un abbraccio che rende nuovamente una cosa sola, come in quel seno ridiventato vivo, anche se ciò dura poco (cf p. 29).

Consapevolezza del limite

Una figlia ruba qualcosa che si ritiene proprio, ma lo si ritrova in lei. Diviene un’altra Lei, così che la Madre sa sempre riconoscerla anche tra tanti. Sei un’altra me stessa! La tristezza risucchia.

La malinconia porta alla poesia, una visione interiore verso l’oltre, e la Madre, pur consapevole, continua a ricercare sé stessa (cf p. 30). In ciò si vede imperfetta, temendo di pesare sulla piccola, schiacciandola, temendo di non lasciarla libera (cf p. 31). Sa che pur sua Madre, colei che genera, con la malinconia della maternità incompiuta fa patire alla figlia l’amarezza della vita, che cosa amara sempre è (cf p. 32).

Permane un fondo di pessimismo, che forse è essenzialmente realismo, visto che nella terra non vi è stabile felicità e serenità. Esse altrove vanno cercate.

Nel rapporto con la figlia rivive il rapporto con la Madre

Nonostante dolore e malinconia, Annalisa si protende nel futuro. Si sente in colpa e si chiede se la figlia, adulta, sentirà il calore della mano materna sulla schiena. A lei avviene tuttora ed è ciò che di più caro le resti di sua Madre: sentirla mentre la sostiene sulla schiena. (Cf p. 33).

Una madre sa sbagliare

La riflessione implacabile, come di uno che da sé pretenda tutto, procede sentendosi assalire dall’angoscia di essere madre, sapendosi incapace di prevedere i propri sbagli –non tanto quelli della figlia- . Educare espone al rischio (cf p. 34). Ed enumera le proprie incapacità:

non sono capace di dare voce (respiro) alle tue insofferenze di bimba che cresce; non so rispondere, lascio cadere nel vuoto, le tue richieste di aiuto; non ho arginato il tuo senso di sconfitta, di frustrazione; forse si tratta della stessa frustrazione che prova Annalisa. Ma, al contempo, si sente assolta, redenta da queste auto-accuse e salvata, ogni volta (cf p. 35).

Annalisa comprende di imprimere nel profondo della figlia, suo malgrado, delle impronte indelebili, che lasceranno eco. Saranno note fastidiose per la figlia. Tali impronte potrebbero nell’adolescenza trasformarsi in diffidenza verso la Madre? (cf p. 36).

Crescere come madre e donna

Qui Annalisa prorompe nel suo grido:

Mi basta non trasformarti

in quella donna tormentata

che non riesce a zittire

la voce della propria Madre.   

È una voce che Annalisa non riesce a zittire. La voce di una Madre di grande esempio, moralmente tosta, che in qualche modo l’ha fatta sentire in gabbia, non permettendole di sfuggire alle proprie responsabilità, ai propri doveri e al proprio futuro (cf p. 37).

Forse anche grazie a lei, per quanto pesantemente presente, ora Annalisa sente di voler crescere come Madre e come donna, adulta. Ma a modo proprio, terminando quell’adolescenza, che, talvolta, sembra restare eterna: non vuole chiudere il domani della figlia nella gabbia di una volontà legata al proprio io e si prepara, ogni giorno, a salutarti, piccola figlia mia ( cf p. 38).

Liberare la figlia verso la vita

Annalisa è determinata ad essere una madre capace di non nascondere la propria imperfezione di madre, che non riesce a vincere la lotta contro il proprio passato di figlia che si è sentita, è stata e resta inquieta, non compiutamente indipendente (cf p. 39).

Vincent van Gogh, Farfalle e papaveri, 1889, Van Gogh Museum, Amsterdam

Nell’ Essere Madre vuole, tuttavia, mantenere tutto ciò che di bello ha vissuto come figlia. Vuole nutrire la figlia abbondantemente dell’idillio morbido della relazione tra madre e figlia, un idillio temporaneo ed  al quale Annalisa non vuole rinunciare né come madre, né come figlia. Perché, poi, sopraggiungerà la vita, con le sue dissonanze dalle quali non si può preservare solo che per poco, come la fragile farfalla.

E qui il dunque di una maturazione adulta e generante: la vita avanza e una nuova creatura è divenuta una nuova solitudine. Ognuno è sempre solo, inquieto  (cf p. 40). La figlia cresce, protesa alla vita con la stessa caparbietà dell’erba che spunta nel cemento con audacia, accada quel che accada. La vita è più forte, anche se volessimo soffocarla. Nemmeno bada alle condizioni avverse.

Vincent Van Gogh, I primi passi, 1890, o/t, 72,4 x 91 cm,
The Metropolitan Museum of Art, New York.

Custodire i sogni

I genitori Custodiscono i sogni, i tuoi sogni che non hai ancora espresso, ma che certo hai, come tutti. Essi sono gemme chiuse, sono preziosi, mentre noi adulti, involontariamente, rendiamo i figli vittime  dei nostri umori come se fossimo schiavi di nostri capricci incontrollabili.

Vincent Van Gogh, Notte stellata, 1889, o/t, cm 73,7 x 92.
New York, Museum of Modern Art

In tutta la raccolta, Essere Madre è divenirlo in modo travagliato per rivelarsi, alla fine, una Primavera dei nostri vissuti più spogli. Come i rami le cui gemme non sono ancora fiorite. Ma là, dove sembrano infrangersi nell’incomprensione del mondo, essi, come il cipresso a sinistra, toccano le stelle.

Una poesia che esprime e che, esprimendo, cura e indica una via per divenire grandi nella generatività.


[1] Annalisa Medici, Essere Madre, Oèdipus, Collana Sonatine, 2018, 7.

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