Il fantasma del Forteto: una conclusione a metà?

di Renato Tamburini.

Rodolfo Fiesoli, il fondatore della Comunità del Forteto, si è consegnato ai carabinieri di Padova, dopo che la quarta sezione della Cassazione aveva rigettato il suo ricorso contro la sentenza di condanna a 14 anni e 10 mesi inflittagli nell’appello bis a Firenze nell’ottobre del 2018.

Con questa scarna notizia battuta dall’ANSA alle 23:26 del 6 novembre cala il sipario su uno dei casi più controversi nella difficile storia dei rapporti tra comunità di accoglienza e affidamento di minori. Almeno, di una parte del caso, perché continuano ad essere senza sostanziale risposta gli interrogativi sull’ambiente e sulle connivenze – anche politiche-  che hanno permesso a una comunità con connotati pesantemente stigmatizzati dalle sentenze della magistratura di durare così a lungo, più di quaranta anni costellati di denunce, processi, commissioni di inchiesta regionali e nazionali.

In questo senso si sono subito espresse la senatrice Laura Bottici, del M5S, promotrice della Commissione parlamentare di inchiesta, che dopo molte resistenze ha visto finalmente la luce solo nel febbraio 2019 (“Continueremo il nostro lavoro alla ricerca della verità e della giustizia: lo dobbiamo a tutte le giovani vittime e alle loro famiglie”), e Annagrazia Calabria, di Forza Italia, un partito che attraverso i suoi esponenti toscani, in primis Stefano Mugnai, si è distinto per anni nella denuncia delle teorie estemporanee sulla rieducazione, degli abusi sessuali e dei maltrattamenti che si registravano nella comunità (“La Commissione parlamentare di inchiesta ha il dovere di fare luce su tutti i responsabili che hanno permesso per così tanti anni ignobili violenze ai danni dei più deboli”).

Dello stesso tenore le reazioni dei rappresentanti delle vittime, Sergio Pietracito e Marika Corso, che parlano di “vittoria al 50 percento”.

Ma per capire a fondo le dimensioni della vicenda è necessario ripercorrere almeno a grandi linee la sua storia, che si dipana attraverso un quarantennio di polemiche aspre ma anche di curiose sottovalutazioni. La “storia” è complicata e si avviluppa con una serie di storie minori collegate: se si conoscono poco i passaggi, ci si può perdere un po. Proviamo a seguirla.

Nel 1977 Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi, teorici dell’utopia comunitaria e del superamento del modello tradizionale familiare, fondarono una comunità composta da 33 membri; con l’acquisizione di una fattoria di 500 ettari a Vicchio, nel Mugello, dove venne fissata la sede, il Forteto diventò anche una cooperativa agricola affiliata alla Legacoop e alla Confcooperative, contestualmente al centro di affido per minori in difficoltà. Il nucleo ideologico fondante della comunità era “la famiglia funzionale”. Se c’erano fratelli venivano separati; le coppie affidatarie erano di fatto una copertura che veniva esibita quando la comunità era visitata da assistenti sociali o magistrati.

Il Forteto rivela dunque fin da subito il suo imprinting: un mix di cattolicesimo- con un richiamo all’esperienza di don Milani liberamente reinterpretata- in aggiunta a un po’ di Freud e di utopia agricola comunista.

“Sono gli anni delle comuni, degli ideali e dell’utopia. Io ci andai per accompagnarci una fidanzatina, rimasi affascinato da quest’uomo carismatico che sembrava aver realizzato i nostri sogni di comunitarismo, solidarietà, di cattolicesimo sociale e democratico. Rodolfo era affascinante, citava il Vangelo tutte le sere, riusciva a rubarti l’anima, ci ha convinti di vivere un’esperienza unica, invece eravamo tenuti schiavi”, racconta Sergio Pietracito, poi divenuto Presidente del Comitato Vittime del Forteto.

Il fatto, ulteriore all’ideologia, quello che poi finisce per inguaiare i fondatori, nonostante le visite e gli incoraggiamenti di varie personalità culturali e politiche, è che praticamente da subito cominciano a girare voci di strani comportamenti del Fiesoli con i ragazzi ospiti, e partono le prime denunce.

Il 29 novembre 1978 Fiesoli e Goffredi vennero arrestati con l’accusa di abusi sessuali e atti osceni e scarcerati, perché finite le esigenze cautelari, il 1 giugno 1979. Dopo sei mesi dall’arresto, e con il processo in corso, il tribunale dei minori continuò ad affidare ragazzi alla comunità: sottotraccia c’era il sospetto che accuse così enormi potessero essere in qualche misura una montatura politica. Secondo una testimonianza riportata da Wikipedia, Piero Tony, magistrato, a questo proposito asseriva: “Nel 1984 Meucci [Gian Paolo, presidente del Tribunale dei minori] mi disse che niente poteva impedirgli di pensare al Forteto come a una comunità accogliente e idonea”.

I fondatori arrivano al processo con capi di imputazione pesanti: maltrattamenti, atti di libidine violenta, corruzione di minorenne, atti osceni in luogo pubblico, usurpazione di titolo. Da lì in poi la vicenda giudiziaria si aggroviglia: condannati in primo grado di giudizio nel 1981, furono assolti in appello per insufficienza di prove nel 1982. La Cassazione nel 1984 annullerà la sentenza di assoluzione “per difetto di motivazione”: fine dell’atto primo. Nel gennaio 1985 nuova sentenza: Fiesoli è condannato a due anni di carcere per atti di libidine violenta, corruzione di minorenne e maltrattamenti e Goffredi a dieci mesi per sottrazione consensuale di minorenne e corruzione di minorenne, mentre il reato di usurpazione di titolo venne amnistiato. La sentenza verrà confermata l’8 maggio 1985 dalla Cassazione.

Nonostante l’esito del processo, il Forteto, circondato da una solida rete di protezione nel milieu catto-comunista, continua la sua attività: I libri dei fondatori vengono presentati in luoghi istituzionali come Palazzo Vecchio, e “Fili e nodi” di Fiesoli, del 2010, recava la prefazione di Antonio Di Pietro, che già nel 1997 da candidato del centrosinistra nel Mugello aveva fatto una visita alla comunità.

Ma nel frattempo le acque non si sono mai calmate e il Forteto – possiamo dire parafrasando- è diventato “un fantasma che si aggira nel cuore della Toscana”, un fantasma dal profilo davvero inquietante. Alla sequenza giudiziaria, che rinverdisce nel 2011 a seguito di nuove denunce con contestuale arresto del Fiesoli per violenza sessuale su minori e maltrattamenti (in questi sono co-accusati anche 22 membri della comunità) si affianca un crescente interesse della politica, mentre faticosamente si fa strada l’idea che il marcio non sia sporadico, e che occorra una risposta forte anche da parte delle istituzioni.

Nel 2000 era arrivata una condanna all’Italia da parte della Corte Europea per i diritti dell’uomo a causa dell’affidamento di due minori sottratti alle famiglie. Una puntata di Porta a Porta affrontò l’argomento Forteto, e al conduttore Vespa arrivarono pressioni (a suo dire non una telefonata, ma una serie di telefonate) affinché il Forteto non fosse neppure nominato.

Ancora: nel 2013, all’avvio del nuovo processo, il Consiglio regionale della Toscana istituì una prima commissione d’inchiesta, seguita dai lavori di un’altra commissione nel 2016. Nella relazione finale della commissione del 2013 (Presidente Stefano Mugnai, PDL) ci si domandava come fosse stato possibile, nonostante le condanne definitive per abusi e maltrattamenti inferte ai due fondatori nel 1985, che l’associazione avesse potuto continuare a ricevere minori in affidamento, oltre ai finanziamenti dalla Regione. La seconda commissione (Presidente Paolo Bambagioni, PD) chiuse i suoi lavori nel giugno 2016 con la proposta di una commissione parlamentare di inchiesta – portata poi a compimento quest’anno, come abbiamo visto all’inizio- e con la richiesta al Parlamento e al governo a “rivalutare l’ipotesi di commissariare la cooperativa agricola de il Forteto”, collegata alla comunità, che era stata bocciata nel 2015, durante il governo Renzi. Per inciso, una storia nella storia: nel dicembre 2018 Paolo Bambagioni sarà querelato dalla Cooperativa Il Forteto, per alcune sue dichiarazioni sui legami tra la cooperativa, la Fondazione e la Comunità. Bambagioni incassa immediatamente la solidarietà del Presidente dell’Assemblea Regionale Toscana, Eugenio Giani, e al suo fianco si schierano Stefano Mugnai, Giovanni Donzelli e Deborah Bergamini, di poosta parte politica, che esprimono il loro stupore per una querela intentata contro una persona che si era distinta per la serietà nel tentativo di accertamento della verità e per la vicinanza alle vittime degli abusi. Una querela che Gianni Vinattieri, capogruppo di Forza Italia di Signa, importante comune dell’area fiorentina, definisce “paradossale”; contestualmente il consiglio comunale di Signa approva un suo ordine del giorno in cui troviamo sinteticamente esposte le questioni pendenti: il fatto che Fiesoli sia ancora a piede libero, la necessità di attivazione della commissione parlamentare di inchiesta senza ulteriori ritardi e la richiesta di commissariamento della cooperativa, per spezzare la perdurante commistione comunità-cooperativa.

La storia del commissariamento della cooperativa agricola richiederebbe a sua volta un trattato a parte, tanto è stata tortuosa e piena di insidie, se si pensa che ancora alla Festa toscana dell’Unità del 2017 era presente lo stand di una realtà, in cui, come notò Giovanni Donzelli, capogruppo in consiglio regionale di Fratelli d’Italia, lavoravano e vivevano, anche con ruoli importanti, la maggior parte dei condannati. Donzelli ne deduceva un rapporto persistente e profondo tra il PD toscano e l’esperienza del Forteto. La procedura andrà a compimento a fine di quell’agitato dicembre 2018, con la nomina di un commissario nominato dal governo. Il 30 gennaio del 2019 in un post di Facebook Paolo Bambagioni comunica che la cooperativa ha deciso di ritirare la querela.

Anche il nuovo processo, la cui conclusione definitiva con quasi 15 anni di carcere comminati a Fiesoli è stata sigillata con la sentenza di rigetto della Cassazione, ha avuto un percorso accidentato, come del resto capita spesso nelle vicende giudiziarie italiane.

Le accuse contro Luigi Goffredi, braccio destro di Fiesoli, nel frattempo sono cadute in prescrizione, mentre a Daniela Tardani, una delle madri affidatarie, che – ricordiamolo- rappresentavano uno dei gangli strutturali del sistema Forteto, sono comminati 6 anni e 4 mesi di condanna.

Resta che la sentenza di condanna già dal 2015 ci restituisce il quadro sconvolgente di una realtà così a lungo sottovalutata e in certi casi blandita, il profilo di una vera e propria setta governata da “regole maltrattanti, crudeli e incomprensibili”. Nella sentenza si parla di “un’esperienza drammatica, per molti aspetti criminale”, di “un martellante e sistematico lavaggio del cervello”. Nella comunità i rapporti fra uomo e donna erano considerati impuri, mentre venivano incentivati quelli omosessuali.

Un concentrato di “progettazione” sociale così accanito e di così lunga durata non si spiega facilmente restando alla superficie delle inclinazioni personali e neppure con l’accertamento processuale di tendenze criminali più o meno occasionali. E l’aura della vicenda non sembra nemmeno rimandare a un progetto rivoluzionario moderno e razionalisticamente destrutturante. Piuttosto, il Forteto – un nome che parla di Toscana profonda e arcaica (indica la macchia semialberata, dove l’azione dell’uomo è meno intensa e il pascolamento più blando) –  sembrerebbe lo scenario ideale per ambientarvi l’apocalissi di una qualche tenace eresia medievale.

Fonte: l’Occidentale

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