Combattere il naturalismo politico nella Chiesa

di Stefano Fontana.

Il ripiegamento della Chiesa sul sociologismo indica che il naturalismo politico, condannato da tutti i Papi del Novecento, è entrato nella Chiesa stessa. Con gravi conseguenze anche per la Dottrina sociale.

Nella Lectio pronunciata davanti al popolo della Bussola nell’occasione della presentazione del suo libro, il cardinale Robert Sarah ha lamentato il drammatico ripiegamento della Chiesa di oggi sul sociologismo. Si tratta di una “crisi di fede” e questa “perdita del senso della fede è la fonte e la radice della crisi della civiltà”.

Le parole del cardinale hanno riguardato indirettamente anche la Dottrina sociale della Chiesa la quale, da annuncio di Cristo nelle realtà temporali e da strumento di evangelizzazione,  è oggi ridotta ad opinione su temi ambientali e migratori, a collaborazione con tutti per una specie di umanesimo universale pacifista, a discorso che si guarda bene dal rivendicare un “posto per Dio” nella pubblica piazza. Quanto il cardinale afferma a proposito della Chiesa in generale vale anche per come oggi è intesa e messa in atto la sua Dottrina sociale.

Il posizionamento non più verticale ma orizzontale, ove “Dio è messo in disparte”, ha un nome: “naturalismo” e, in relazione alle tematiche della Dottrina sociale della Chiesa, ha anche un cognome: “naturalismo politico”. È questo il vecchio nemico, fin da subito denunciato dai Pontefici di fine Ottocento, e contro il quale era stata eretta la moderna Dottrina sociale della Chiesa.

Nella Immortale Dei (1885), Leone XIII affermava che “l’integrità della fede cattolica non è compatibile con le opinioni che inclinano al naturalismo o al razionalismo, le quali in sostanza non mirano ad altro che a rovinare l’edificio del cristianesimo e affermare nella società il principio dell’uomo indipendente da Dio”. Lo stesso pontefice, nell’enciclica Sapientiae christianae (1890), diceva che i sostenitori del naturalismo politico “trasferiscono alla natura umana il dominio strappato a Dio, e sostengono che si deve ricercare nella natura il principio e la norma di ogni verità” sicché “è necessario non lasciare alla Chiesa spazio alcuno nelle istituzioni dello Stato”. Già Pio IX nell’enciclica Quanta cura (1864) attribuiva al naturalismo politico la convinzione che: “il migliore ordinamento della società pubblica e il progresso civile esigono assolutamente che la società umana sia costituita e governata senza alcun riguardo per la religione, come se essa non esistesse, o almeno senza fare alcuna differenza tra la vera e le false religioni”.

Il naturalismo politico (sul quale segnalo il bel libretto curato da Giovanni Turco: M. Liberatore, Il naturalismo politico, Ripostes, Giffoni Valle Piana 2016) ritiene che il piano naturale basti a se stesso e sia in grado di organizzarsi senza Dio. La Dottrina sociale della Chiesa fu rilanciata da Leone XIII proprio per contrastare il naturalismo politico, in un’epoca in cui gli Stati sistematicamente estromettevano la religione dalla vita pubblica. Non si creda che la Rerum novarum sia nata per affrontare direttamente la questione degli operai, in questo caso sarebbe stata anche essa un esempio di naturalismo politico.

Essa vedeva la cosiddetta “questione sociale” come conseguenza dell’esclusione di Dio dalla vita pubblica, ossia come conseguenza del naturalismo politico. Per questo diceva che non c’è soluzione alla questione sociale fuori del Vangelo. Se oggi la Chiesa parla degli “operai” senza parlare di Gesù Cristo, significa che il giudizio sul naturalismo politico si è rovesciato e mentre un tempo la Chiesa lo combatteva, ora lo fa proprio. Un rovesciamento di prospettiva allarmante che il cardinale Sarah – seguendo in ciò Leone XIII –  attribuisce ad una lancinante “crisi di fede”. La fede cattolica è considerata semmai utile ma non più indispensabile per la vita comunitaria, la quale – come sostiene il naturalismo politico – si fonda sull’uomo e non su Dio. Che è il modo migliore, del resto, per non riuscire nemmeno a fondarla sull’uomo.

A questo proposito si può dire che anche il “personalismo cristiano” sia stato una forma di naturalismo politico, ancora moderata nella formulazione ma chiara nella impostazione. L’idea che la sintesi della vita sociale sia la persona umana, verso il cui concetto possono confluire tutte le religioni e tutte le ideologie in quanto concetto laico, ossia naturale, è un accoglimento del naturalismo politico tendente, come diceva Leone XIII,  ad “affermare nella società il principio dell’uomo indipendente da Dio”. Se è possibile, come sosteneva Maritain, stabilire una “fede secolare democratica” sufficiente per la costruzione della società e della politica e questa fede si chiama “personalismo politico”, risulta evidente  come questa proposta sia in debito con il naturalismo politico vero e proprio.

Il cardinale Sarah ha citato nella sua Lectio il famoso discorso del cardinale Ratzinger a Subiaco. In effetti la sua proposta/provocazione ai laici di vivere come se Dio fosse risulta di grande respiro, se collocata nella storia delle sorti del naturalismo politico. Quella frase suonava come invito a contrastare la prospettiva del naturalismo politico ed era rivolta non solo all’esterno della Chiesa ma anche all’interno di essa. Oggi che il naturalismo politico è penetrato così a fondo dentro la Chiesa, a pensare di dover organizzare la vita sociale come se Dio non fosse sono prima di tutto i cattolici. E si tratta di una crisi di fede.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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