Scalfari, l’amico Bergoglio e le eresie smentite a metà

di Idefix.

L’ufficio stampa della Santa Sede in questi giorni avrà certamente il suo bel da fare: accertarsi che i giornalisti accreditati al sinodo sull’Amazzonia siano ligi nel differenziare il pattume; assicurare ampia visibilità ai sacchetti di tessuto “plastic free” con etichetta in carta riciclata consegnati ai partecipanti; acquistare “titoli di forestazione per il rimboschimento di un’area di 50 ettari di foresta del bacino amazzonico” a espiazione dell’inquinamento causato dai viaggi aerei dei padri sinodali (evidentemente sulla barca a vela di Pierre Casiraghi, già usata da Greta per raggiungere gli Usa, tutti non ci entravano); spiegare che è solo un caso se la statuina portata in processione in apertura dei lavori dopo le dovute genuflessioni somiglia incredibilmente alla raffigurazione pagana della “madre terra” indigena, ed è ancora un caso se proprio lì accanto si trovava un’altra statuina di uomo in stato priapico.

Insomma: con tutte queste gravose incombenze, c’è da capire i poveri addetti alla comunicazione vaticana se hanno fatto trascorrere una giornata intera di polemiche prima di svincolarsi con la consueta sinuosa ambiguità dalla summa di eresie attribuita da Eugenio Scalfari al suo amico e confidente Francesco. Già trovarsi la messa cantata del Fondatore in edicola al mercoledì invece che alla domenica dev’essere stato destabilizzante per una istituzione che vive di consuetudini e tradizioni. Leggere poi che Gesù Cristo dal giorno dell’incarnazione fino alla morte in croce sarebbe stato nulla più che una gran brava persona dovrebbe essere troppo perfino per un tipo “misericordioso” come papa Bergoglio.

Eppure, dopo lunghe ore di assordante silenzio, dalla sala stampa ci si è limitati a liquidare tale enormità – peraltro con la specificazione che ciò avveniva non “motu proprio” ma “rispondendo alle domande dei giornalisti” – spiegando che “come già affermato in altre occasioni, le parole che il dottor Eugenio Scalfari attribuisce tra virgolette al Santo Padre durante i colloqui con lui avuti non possono essere considerate come un resoconto fedele di quanto effettivamente detto, ma rappresentano piuttosto una personale e libera interpretazione di ciò che ha ascoltato, come appare del tutto evidente da quanto scritto oggi in merito alla divinità di Gesù Cristo”. Il che lascia intatta la curiosità su cosa possa aver ascoltato il Fondatore dalla viva voce del Papa per desumerne, al netto della sua libera e personale interpretazione, che tale divinità sia svanita con l’incarnazione.

Un breve riassunto per quanti, spiazzati dalla inusuale pubblicazione infrasettimanale della prosa scalfariana, dovessero essersi persi “Repubblica” e dunque non sanno di cosa parliamo. Vantando “la massima confidenza culturale” con il Pontefice, Scalfari ha colto l’occasione del sinodo amazzonico per riproporre per l’ennesima volta, sempre attribuendola a Francesco, la “rivoluzionaria” idea del “Dio unico”. Stavolta però, per meglio far comprendere la teoria in questione, il Fondatore ha scritto che “Francesco concepisce il Cristo come Gesù di Nazareth, uomo, non Dio incarnato. Una volta incarnato, Gesù cessa di essere un Dio e diventa fino alla sua morte sulla croce un uomo”.

La dimostrazione dell’assunto risiederebbe nel contenuto della preghiera nell’Orto del Getsemani, quando Gesù chiese al Padre di allontanare da sé l’amaro calice sottoponendosi tuttavia alla Sua volontà, e a seguire nella frase di abbandono pronunciata sul Calvario fra le braccia della croce. Francesco, secondo l’interpretazione di Scalfari, avrebbe definito questi due episodi evangelici come “la prova provata che Gesù di Nazareth una volta diventato uomo, sia pure un uomo di eccezionali virtù, non era affatto un Dio”.

Non è la prima volta che il Fondatore, dando conto su Repubblica dei suoi colloqui con Bergoglio (“tutti e sempre riportati alla lettera sul nostro giornale”), stupisce con effetti speciali: basti ricordare ad esempio la teoria dell’inferno vuoto e delle anime dei dannati che si disintegrano. Tuttavia sentir attribuire al Papa regnante la negazione della natura divina di Cristo – sicché, per logica conseguenza, il suo stesso vicario sarebbe null’altro che il vicario di un buon uomo! – è qualcosa che mette in crisi anche gli stomaci più resistenti.

“Un’eresia antica”, la definisce monsignor Nicola Bux, con l’ovvia premessa che “bisognerebbe capire cosa il papa abbia detto a Scalfari e cosa sia frutto dell’interpretazione di quest’ultimo”. A differenza nostra, inclini a reagire “di pancia”, don Bux non perde l’aplomb del teologo e per confutare le stravaganze scalfariane si rifà alla “kènosi” di cui alla lettera di San Paolo ai Filippesi, ovvero a quella sorta di “svuotamento vissuto dal figlio di Dio nell’incarnarsi, e cioè nel rivelarsi attraverso la carne umana”. Per San Paolo – spiega all’Occidentale il sacerdote – “c’è un solo Cristo che esiste nella forma di Dio, e che nel divenire uomo mette provvisoriamente da parte alcuni privilegi: si tratta dunque soltanto di una limitazione, non certo di un abbandono della natura e degli attributi divini; insomma, di un atto di amore”.

Se lo scritto di Scalfari rintraccia nel racconto evangelico della Passione la prova di un Gesù soltanto umano, per il teologo al contrario “in molti passaggi dei Vangeli è evidente l’influenza della natura divina di Cristo sulla sua psicologia umana. E’ Lui stesso ad attestarcelo professandosi più volte vero Dio e vero uomo, ad esempio quando afferma, in Giovanni 10,17-18, ‘Io do la mia vita per riprenderla di nuovo… Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo’”. E laddove si ritiene di trovare la prova che esclude la divinità del Cristo uomo, risiede invece “la testimonianza di come egli avesse coscienza di essere Figlio di Dio e nonostante questo sia stato obbediente fino alla morte a quel Padre che gli ha poi restituito, con la risurrezione e glorificazione anche corporale, la gloria che gli era propria”. Del resto, è proprio nel Getsemani che Gesù Cristo, nel rimproverare uno dei suoi seguaci che aveva mozzato l’orecchio al servo del sommo sacerdote, così dice: “Credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli?”.

Resta il fatto che negare la divinità di Gesù è l’unico modo per sostenere la teoria del “Dio unico”. E anche in questo caso ci soccorre il teologo, il quale chiarisce che “Dio è certamente unico e padre di tutti gli uomini, ma è solamente la Chiesa cattolica ad affermare questa idea di Dio che è tipicamente cristiana e non omologabile. Non è ad esempio l’idea professata dall’islam, per il quale il fatto che Dio sia unico per tutti gli uomini non significa che tutti gli uomini siano uguali davanti a Dio, per non parlare – spiega don Nicola Bux – di altre religioni che affermano addirittura l’esistenza di una molteplicità di dei”. Ritenere dunque che vi sia un medesimo Dio per tutte le religioni, e che a differire sia soltanto il modo di rendergli culto, è a sua volta “una vecchia eresia che si chiama ‘modalismo’ e che consiste nel credere che le religioni abbiano dei ‘modi’ di intendere Dio. Le religioni hanno invece una ‘idea’ di Dio, ed è un piano totalmente diverso”.

Talmente diverso che per i cristiani affermare l’unicità di Dio – ci dice ancora monsignor Bux – “è necessario ma non sufficiente. Il Dio del cristianesimo è infatti non soltanto ‘unico’, ma ‘uno’. E come ‘una’ famiglia è formata da più persone, così secondo la rivelazione di Gesù Cristo il Dio ‘uno’ comprende in sé le persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Affermare dunque “la sola unicità” di Dio “non è cristiano”. Ma poiché “a rivelare che Dio è non soltanto unico ma anche uno è stato Gesù in quanto vero Dio e vero uomo”, ecco che sostenendo che Gesù è soltanto un uomo il problema si risolve alla radice e il cerchio (eretico) si chiude.

Del resto, ribaltando il ragionamento il risultato non cambia: “Se Gesù non fosse stato Dio e uomo, al Getsemani come sul Golgota – conclude don Bux – non potrebbe aver salvato nessuno dal peccato e dalla morte eterna. E invece è proprio grazie alla sua natura vera e coesistente di Dio e di uomo che con il sacrificio della croce ha potuto salvare il mondo e l’umanità”. Ma forse il punto è proprio qui: negando la divinità di Cristo, ci si prepara a salvare il mondo con la raccolta differenziata e l’abolizione dei combustibili fossili.

Fonte: l’Occidentale

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