La contraddizione più evidente del Sinodo sull’Amazzonia

di Stefano Fontana.

Se, come dicono, la Chiesa è in Amazzonia per dialogare con le culture indigene e difendere l’ecosistema, perché ci sarebbe bisogno di più sacerdoti, al punto da ordinare uomini sposati? Quello dei viri probati è solo uno stratagemma. E bisogna interrogarsi su cosa significhi, oggi, missione. Solo dalla fede e dall’annuncio di Cristo sorgono sacerdoti. Come dimostra la storia.

L’osservazione forse più pungente sulle anomalie del Sinodo sull’Amazzonia in corso a Roma dal 6 ottobre è di una semplicità disarmante: se la Chiesa è in Amazzonia per dialogare con le culture indigene e per difendere l’ecosistema, perché ci sarebbe bisogno di più sacerdoti, al punto da ordinare anche uomini sposati? Questa osservazione non mette solo in discussione lo stratagemma dei viri probati, dimostrandone il carattere strumentale da potersi poi applicare anche in riva al Reno, nella desolata e secolarizzata Europa centrale, ma obbliga a interrogarsi su cosa sia veramente importante nella missione.

Questa cosa importante è la fede, senza la quale non solo non vale la pena svolgere funzione protettiva delle culture autoctone o della natura, ma è anche impossibile generare sacerdoti che possano impartire i sacramenti. I sacerdoti sorgono dalla fede e dalla predicazione di Gesù Cristo. Per avere più sacerdoti e poter amministrare più diffusamente i sacramenti bisogna annunciare con fede Gesù Cristo. Queste semplici osservazioni capovolgono gli intenti del Sinodo sull’Amazzonia, stretto dentro una contraddizione senza sbocchi: da un lato non si vuole più parlare apertamente di Gesù Cristo, ma di diritti dei popoli indigeni e di eco-spiritualità, e dall’altro si auspicano più sacerdoti, anche con l’ordinazione di uomini sposati.

Ma i diritti dei popoli indigeni e l’ambiente non sono un altare e la decisione assoluta di farsi prete non nascerà mai dall’impegno per la salvaguardia della biodiversità, come nei decenni scorsi non è nata dalla lotta politica per la giustizia sociale. Piuttosto il contrario: la fede ridotta a lotta politica e a lotta per l’ambiente semmai si secolarizza e si secca il vivaio di nuove vocazioni sacerdotali. Benedetto XVI aveva indicato nella Teologia della Liberazione il principale fattore di secolarizzazione dell’America Latina. Lo stesso oggi si può dire per le teologie indigenista e ambientalista. È assurdo promuoverle, come fa l’Instrumentum laboris del sinodo e poi lamentare che non ci sono sacerdoti.

Il vescovo Athanasius Schneider – in un video trasmesso il 5 ottobre scorso durante il convegno romano intitolato “Amazzonia: la posta in gioco” – ha ricordato che i Padri del Deserto, i cattolici giapponesi, oppure molti fedeli che vivevano nell’Unione Sovietica, non ricevettero l’Eucarestia per anni. La salvezza è data dalla fede, dalla preghiera e da una vita secondo i comandamenti di Dio. Da questa vita di fede – coltivata, difesa e annunciata anche nel pericolo – sono scaturite poi nel tempo molte vocazioni, anche sacerdotali e, passati i periodi di difficoltà politica, si sono potute liberamente esprimere.

Se nella regione amazzonica – ma lo stesso si può dire per altre aree del pianeta e perfino per la già ricordata area renana in seno all’Europa – non ci sono vocazioni è perché è venuta a mancare la fede e l’annuncio ha perso la dimensione verticale, sia in altezza che in profondità. È perché alla fede è stata corrosa la sua veste dottrinale e il suo impianto teologico, rendendola simile a una prassi e, anzi, teorizzandola come tale. Il vescovo Helder Camara diceva che è meglio fondare un sindacato che andare a Messa.

Il missionario padre Martín Lasarte Topolanski ha ben spiegato queste contraddizioni del sinodo amazzonico in un articolo pubblicato prima ancora che papa Francesco lo invitasse al sinodo stesso. La Chiesa coreana – egli dice – è stata fondata dai laici con la presenza saltuaria di qualche sacerdote. Nella Chiesa giapponese i sacerdoti sono tornati dopo duecento anni di persecuzione alla quale hanno resistito i laici. In Angola egli stesso ha potuto incontrare comunità cristiane che da 30 anni non ricevevano l’Eucarestia né avevano visto un sacerdote. In altre parole: dalla fede scaturiscono i sacerdoti, le comunità religiose, le vocazioni indigene più che il contrario. Questo, però, non è avvenuto in Amazzonia, dove non si registrano vocazioni sacerdotali e dove si vuole ricorrere ai viri probati e non alla fede.

Chiedendosi il perché, il padre salesiano conferma la sagace ed elementare osservazione da cui siamo partiti: se la Chiesa è in Amazzonia per dialogare con le culture indigene e per difendere l’ecosistema, perché ci sarebbe bisogno di più sacerdoti? Se la Chiesa in Amazzonia sostiene che l’evangelizzazione è stata una pessima cosa per i popoli indigeni, se la pastorale ha sostituito l’annuncio con la fornitura di servizi sociali, se i cattolici tanto spesso sembrano chiedere perdono… non nasceranno vocazioni sacerdotali e anche i viri probati saranno inutili.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

Print Friendly, PDF & Email
Be Sociable, Share!
    News dalla rete
    • Deregulation, interesse nazionale, sussidiarietà: le stelle polari del centrodestra dopo la globalizzazione “cinese”

      di Eugenio Capozzi. Quali dovrebbero essere le priorità, le parole d’ordine, i punti programmatici alla base della coalizione di centrodestra ora che l’Italia deve affrontare la dura sfida della ripresa dopo l’epidemia di coronavirus gestita (male, malissimo), dal governo giallorosso di Giuseppe Conte? Come si può trasformare in fatti e progetti la presenza critica mostrata nelle manifestazioni del 2 giugno, in termini di risultati concreti per il paese, più ancora che di consensi elettorali? Leggi il seguito…

    • Censis, in cinque interviste tutti i limiti di Conte

      di Frodo. Cinque interviste nel corso di poche ore e tutte al vetriolo nei confronti di alcune scelte di sostanza operate dall’esecutivo giallorosso: se la giornata di ieri ha avuto un padrone, questo è stato il professor Giuseppe De Rita, presidente del CENSIS. Un Professore con la P maiuscola che ha ridimensionato con dovizia di particolari la narrativa del governo sulla pandemia, scaricando di fatto l’azione politica di Giuseppi e dei suoi alleati. De Rita è un sociologo di nota fama. La sua lettura non ha paletti. Un termine che ricorre spesso tra le cinque disamine è “paura”. Quella che il governo, secondo noi, non solo non è riuscito a stemperare, ma forse è persino finito con l’assecondare. Leggi il seguito…

    • Il patriottismo dei mascalzoni

      di Marcello Veneziani. Su, finitela con questa mascherata. Da quando, il 1° giugno, Sergio Mattarella ha invocato l’unità del paese allo scopo di delegittimare la manifestazione dell’opposizione del giorno dopo, la Cupola italiana – quell’intreccio di poteri che occupa istituzioni, governo, scena politica, media di stato e giornaloni, poteri giudiziari e sanitari – ripete ogni giorno il mantra di restare uniti contro il virus, la destra e la piazza, che poi ai loro occhi coincidono. La chiamano unità ma intendono uniformità. La chiamano comunità ma intendono conformità. Leggi il seguito…

    • Parla il fondatore dei (veri) Gilet arancioni: “Noi siamo il movimento della terra, ripartire da qui”

      Intervista di Claudia Passa. “I gilet arancioni ce li siamo inventati noi, e non sono certo questi. Sono un movimento nato per far sentire l’urlo della terra. Potranno pure prendersi il nostro marchio, ma noi non ci fermeremo”. I gilet arancioni hanno un luogo e una data di nascita, hanno una precisa ragione sociale e hanno un “papà”, che non è il pittoresco generale Pappalardo ma il conte Onofrio Spagnoletti Zeuli. Importante imprenditore agricolo pugliese, da sempre attivo nel mondo dell’associazionismo di settore, Spagnoletti è stato protagonista di importanti mobilitazioni dei lavoratori della terra, esercito di “invisibili” di cui forse l’emergenza coronavirus ha fatto comprendere appieno il valore. Leggi il seguito…