Il taglio dei parlamentari? Perché sia un bene va ‘degrillizzato’

di Gaetano Quagliariello.

Il giorno nel quale il Parlamento tagliò se stesso passerà senz’altro alla storia. Se ci passerà come il calcio d’inizio di un processo che renda più efficace ed efficiente il lavoro delle Camere, oppure come il culmine dello smantellamento della democrazia rappresentativa, lo scopriremo solo vivendo. E possibilmente impegnandoci affinché il primo scenario abbia la meglio sul secondo.

Premessa: chi scrive è l’autore di uno dei tre disegni di legge per il taglio dei parlamentari – il primo in ordine di tempo, peraltro – giunti al traguardo in queste ore. Si tratta di una misura che era nei programmi elettorali di tutti gli schieramenti, e parlarne è talmente poco costituzionalmente eretico che il rapporto di un eletto per ogni centocinquantamila elettori – quello cioè che si ricava dividendo gli elettori italiani per il numero di deputati previsto dalla riforma – era già stato proposto in sede di Assemblea Costituente.
Tuttavia, non si può dire che il provvedimento sia buono o cattivo di per sé. Come dicevo, esso può segnare lo smantellamento della democrazia rappresentativa o, al contrario, un passo verso una democrazia più efficiente. Dipende se lo si vorrà considerare un punto di arrivo, e dunque un atto di mera propaganda antiparlamentare in salsa grillina, o un punto di partenza al quale dovranno seguire atti successivi nel senso di una armonizzazione e di una razionalizzazione delle procedure parlamentari.

L’esigenza imprescindibile è che questo tema venga sottratto all’approccio “grilleggiante”: con tutto il rispetto per i conti dello Stato, ad esempio, l’argomento dei risparmi è una boiata. Il vero costo o guadagno economico per i cittadini risiede nell’efficienza con la quale gli organi istituzionali adempiono alle loro funzioni. E questa è la sfida che ci attende.

fonte: l’Occidentale

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