Europa, il futuro è ancora tutto da scrivere

di Francesco Carboni.

Esiste ad oggi un intenso dibattito sull’Unione Europea, su quale direzione dovrebbe prendere il suo sviluppo futuro e su come sia recepita da parte dei suoi stessi cittadini. Tutti conosciamo i molti vantaggi che settanta anni di Unione hanno portato alla nostra vita personale, lavorativa, educativa ed economica; tuttavia persiste una percezione ambigua su cosa sia l’UE: per alcuni un corpo estraneo, per altri una naturale evoluzione dello Stato nazionale.

Tali percezioni si riflettono nel panorama politico, con fazioni fortemente tese verso la realizzazione di una federazione Europea e un’idea di approccio para-continentale alle maggiori sfide dei nostri tempi, supportato dal fatto che per molto tempo il progetto europeo ha seguito un solo mainstream: maggiore integrazione e maggiori poteri verso Bruxelles, con ripetuti tentativi in tal senso come la creazione di una Costituzione Europea o la formazione di un esercito e/o una polizia frontaliera Europea. Tuttavia altre voci chiedono a Bruxelles la restituzione e una redistribuzione dei poteri e delle competenze dell’Unione verso gli Stati nazionali. Ciò avviene ad esempio nei paesi dell’Europa orientale, come Polonia e Ungheria, ove nonostante buona parte della popolazione si dica a favore dell’UE, i principali partiti conservatori continuano insormontabili a guadagnare consensi sottolineando le evidenti incoerenze dell’élite di Bruxelles.

Quest’ultimo atteggiamento ha subito un’evoluzione negli anni più recenti: da una posizione nettamente Euroscettica si è passati ad una visione riformista, con l’intento – paradossalmente – di intensificare la collaborazione tra gli Stati membri in modo diverso. La formula comunemente ripetuta è quella di un Europa delle Nazioni. Cosa sta a significare? Quali sono le basi ideologiche che hanno portato alla concezione del concetto? Le interpretazioni sono varie, come sono diverse le opinioni sull’opportunità di una evoluzione in tal senso.

Di per sé, l’idea di un’Europa delle Nazioni ha ben poco di innovativo. Dando uno sguardo all’inizio del processo di costruzione del progetto europeo si nota come questo sia stato caratterizzato da grosse divisioni che furono superate grazie alla ricetta del Funzionalismo di Jean Monet. Cardine principale del Funzionalismo, il trasferimento della sovranità necessaria da parte di ciascun Stato alla Comunità Economica Europea per la risoluzione di problemi comuni e specifici. Questa fu la base che portò nel dopoguerra i sei paesi fondatori a collaborare nei settori del carbone, dell’acciaio e dell’energia atomica, specialmente dopo che la seconda guerra mondiale aveva completato il processo di relegazione dell’Europa dal centro verso la periferia dell’ordine globale.

Nonostante la forte spinta europeista del tempo, rimane comunque una percezione della necessità di bilanciamento di poteri tra la neo-struttura sovranazionale e il principale vettore esistente per la formazione dell’identità, della cultura e della società: lo Stato nazionale. Buona parte della popolazione Europea dell’epoca rimase fuori da questo processo, come una parte dell’élite politica del tempo manifestò le sue preoccupazioni per una eccessiva accelerazione di una dinamica che avrebbe avuto bisogno di gradualità.

Ne è un esempio il passaggio tra quarta e quinta Repubblica francese, con De Gaulle che di certo non fece mistero della sua posizione sovranista, fondata sulla tutela degli Stati-nazione. Ciò ha condotto molti a considerare il Generale come un nemico dell’Europa. Nulla di più incorretto. De Gaulle era un convinto europeista, rifiutava tuttavia la creazione di strutture sovranazionali che nel corso del tempo avrebbero potuto portare ad un’Europa federalizzata. Testimonianza di ciò è il “Piano Fouchet”, ideato dall’omonimo ambasciatore francese a Copenaghen tra il 1961 e il 1962: alla guida di una commissione per integrare i modelli politico-istituzionali dei paesi dell’Europa, ipotizzò un’Unione fra Stati tipicamente confederale, «fondata sul rispetto delle personalità dei popoli e degli Stati membri, l’uguaglianza dei diritti e degli obblighi», nonché sulla solidarietà, la fiducia reciproca e il mutuo soccorso, che avrebbe dovuto cooperare unicamente in politica estera, difesa, cultura e diritti umani. Inoltre si prevedeva una clausola per la revisione degli accordi dopo tre anni per unificare la politica estera dell’Unione e integrare in un’unica organizzazione le altre Comunità esistenti. Il Piano Fouchet non trovò il sostegno degli altri partner – in particolare Belgio e Paesi Bassi – e fu deciso di accantonarlo.

A partire della metà degli anni novanta, si assiste ad una devoluzione progressiva del sistema di cessione della sovranità secondo il modello funzionalista: una cessione di sovranità da parte degli Stati membri senza che questa venisse recepita da parte dell’Unione. Le ragioni sono molteplici, tuttavia si manifesta il mancato raggiungimento di alcuni obbiettivi di unione sociale quali la creazione di una forte identità europea o di un vero e proprio Stato sovranazionale, nonostante le più rosee aspettative. Il trasferimento di sovranità si tramuta in una vera e propria dispersione di sovranità, con l’Europa che si ritrova senza una guida politica istituzionalmente riconosciuta da parte dei propri cittadini.

Tale situazione può spiegarsi in parte dal fatto che buona parte della popolazione Europea rimase al di fuori del processo di costituzione dell’UE: ciò rappresenta una netta linea di demarcazione tra il modello federale degli Stati Uniti e l’utopia di una federazione Europea. Gli Stati Uniti hanno sperimentato un processo di unificazione iniziato con l’unione sociale dei propri cittadini – spinta dal contrasto verso la madrepatria –, passato per l’unione politica – determinata dal riconoscimento esterno e dalla guerra civile –, e culminato con l’unione economica delle colonie nord-americani. Questo modello bottom-up è in netta opposizione con quello top-down dell’UE, cominciato con una intesa in materie economiche, a stento passato per l’unione politica con la creazione delle Istituzioni comuni, ma mai realmente sentita sufficientemente vicina ai propri cittadini per scaturire un’unione dal punto di vista sociale.

È quindi evidente come l’idea di un’Europa delle Nazioni non sia innovativa. È un modello che è persistito nel tempo e rappresenta una delle possibili via percorribili oggi per salvare il progetto Europeo, non per distruggerlo. Non a caso, la più recente versione del Libro bianco sul futuro dell’Europa indica tra i cinque scenari per  la  possibile evoluzione dell’UE anche  un via definita come “Solo  il  mercato  unico”, con un’UE che  si  rifocalizza  progressivamente  sul  mercato  unico. Ovviamente la Commissione non vede favorevolmente uno scenario del genere, tuttavia riconosce che si potrebbe rafforzare il sistema di accordi bilaterali tra i Paesi membri e, soprattutto, semplificare in modo non indifferente il processo decisionale che – attraverso l’introduzione del potere di iniziativa legislativa per il Parlamento e l’abolizione dell’obbligo di unanimità nel Consiglio – renderebbe l’Unione maggiormente capace di prendere decisioni immediate in materie quali la politica estera e ridurrebbe le lentezze burocratiche nel legiferare su norme particolari.

Sono quindi molti i dubbi sul futuro dell’Unione Europea, sulle competenze che in futuro dovrà avere e sull’equilibrio dei poteri tra la sfera nazionale e sovranazionale. Molte sono le proposte affinché l’UE possa finalmente essere sentita dai cittadini in modo più efficace e non come un cappio che strangola qualsiasi possibilità di sviluppo nazionale. Degna di nota tra le proposte più interessanti – al fine di compiere un primo passo per riordinare il problema della sovranità – è quella dell’ex-ministro degli esteri tedesco – Joseph Martin Fischer – che ha proposto la creazione di una Camera bassa accanto al Parlamento Europeo che funga da Camera di secondo grado per i rappresentanti dei Parlamenti nazionali.

Sicuramente esistono oggi grandi sfide globali che esulano della portata di qualsiasi paese preso singolarmente. Il problema dell’inquinamento, i cataclismi naturali, i traffici di droga ed armi e il grande tema dell’immigrazione non possono avere una soluzione nazionale, bensì necessitano di un approccio collettivo. La globalizzazione rende impossibile per i singoli paesi di competere in termini economici con le superpotenze mondiali e con quei paesi emergenti che negli ultimi venti hanno prodotto una crescita esponenziale dei propri prodotti interni e investimenti esteri. È ovvio come non ci sia da rinnegare l’europeismo, bensì capire cosa stia a significare l’europeismo odierno. L’Europa non può essere il superamento della Democrazia o dell’identità individuale di ogni singolo Stato membro, al contrario, per colmare la deficienza di sostegno sociale dovrebbe dimostrarsi un valido aiuto per la crescita dei popoli.

Fare politiche europee è un’urgente bisogno odierno, creando alleanze multilaterali con il mondo globale e con tutti i suoi principali attori. L’Europa potrà definirsi realmente tale quando riuscirà ad integrare i due paradigmi alla sua base: il modello dell’Europa del nord, caratterizzato dalla centralità dello Stato di Diritto che però non può divenire impersonale e incurante delle particolarità individuali; e il modello dell’Europa del Sud, fondato sulla rete di relazioni e la centralità della persona che però non degeneri in disprezzo della legge e costruzione di reti al di fuori o in sostituzione dello Stato. Qui sta la vera sfida del futuro!

Fonte: l’Occidentale

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