Domani tutti in piazza con il centrodestra unito

di Anicio Severino.

Una manifestazione nazionale per ribadire con chiarezza come le cosiddette giravolte, per quanto costituzionalmente garantite, non possano influire sulla percezione e sulla volontà dell’elettorato. Magari lo fanno, ma in senso opposto a quello sperato da Pd e 5Stelle. E per ribadire, poi, come solo un centrodestra compatto possa fungere da barriera alle politiche relativiste e stataliste dei giallorossi. Queste sono, in sintesi, le motivazioni per cui intendiamo scendere in piazza con tutta la nostra comunità, assecondando un appello che è partito da Matteo Salvini, ma che è stato ben accolto da tutte le altre forze politiche a noi affini. Sabato 19 ottobre, alle ore 13 presso piazza San Giovanni di Roma, ci saremo. In barba a chi grida allo scandalo populista, che non esiste. Al limite, si può parlare di rivendicazioni popolari.

Un popolo, il nostro, che continua ad esprimersi in favore di una direzione politica precisa: centrodestra senza se e senza ma. Un altro squillo dovrebbe arrivare dall’Umbria, dove i giallorossi hanno fatto quadrato, nella speranza di un risultato in grado di smentire quello che per ora rimane un dato di fatto: il neonato centrosinistra non è maggioritario tra i cittadini. Sì, il governo giallorosso rimane in sella per via di legittime logiche parlamentari. Ma il malessere percepibile, quello che parte dal basso, ha sempre più motivo d’esistere. Sembra, del resto, di essere tornati ai tempi dei governi Prodi, con l’elegia delle tasse e la destrutturazione scientifica delle identità valoriali del Belpaese. L’indirizzo impresso dai giallorossi in bioetica, per dirne una, basta da solo a chi cerca ragioni profonde.

Poi c’è quel centrodestra che sembra aver finalmente compreso l’urgenza di ritrovare se stesso, mettendo da parte tatticismi a medio o a lungo termine. Il leaderismo è la principale cifra stilistica contemporanea – lo sappiamo – ma la dialettica tra le parti, almeno tra quelle compatibili tra di loro, resta l’unica arma a disposizione di chi non vuole essere confinato per mezzo di furbizie altrui. Sovranisti, populisti, conservatori e liberali devono marciare uniti per colpire mediante un altrettanto consolidata unità. Anche perché tutto il resto del corpo partitico pare ben disposto a trovare la quadra per il più classico dei taglia-fuori. La nascita del governo giallorosso deve fungere da monito. E le velleità di autosufficienza devono restare relegate al piano degli errori. Non si tratta di essere nostalgici del Pdl e delle sue piazze – i tempi che furono sono i tempi che furono – ma d’intraprendere l’unico cammino spendibile per far sì che la volontà popolare, alla fine di questo giro di giostra, prevalga.

Realtà parlamentare e pensiero politico saranno finalmente coincidenti quando gli elettori avranno il dovere di esprimersi. Non ne dubitiamo. C’è una necessità di ricostruzione, però, che deve intersecarsi con responsabilità precise: non sono questi i tempi del piede in due scarpe. Se è vero che Italia Viva di Matteo Renzi per qualcuno rappresenta un’occasione, insomma, è vero pure un centrodestra che si rispetti deve limitarsi, in caso, a far presente l’esistenza di una porta d’uscita. Il liberalismo di sinistra è ben rappresentato in Europa da quello che fino a qualche mese fa si chiamava Alde. Se qualcuno è attratto da quel modello, allora non può far parte di formazioni popolari, cattolico-cristiane, conservatrici, liberali (nel senso classico) e sovraniste. E quella, appunto, è la porta.

Noi saremo in piazza sabato 19 ottobre perché, in fin dei conti, siamo ancora convinti che esista un’amalgama capace di tenerci tutti insieme. Quella amalgama si chiama “umanesimo”, ma non è quello nuovo di Giuseppe Conte. L’umanesimo vero è quello di chi, anche in politica, ha sempre posto la persona e i suoi diritti assoluti al centro di qualunque azione o proposta. Lo stesso umanesimo di chi sorride quando è costretto ad ascoltare leader sì gassosi citare concetti tanto solidi, senza conoscerne la struttura e la portata.

Fonte: l’Occidentale

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