Aprirsi alla vita per non perdere la speranza

I mezzi pubblici rimandano spesso uno spaccato interessante della società in cui siamo immersi; e spesso si tratta di un panorama così tristemente realistico da avere la tentazione di prenotare la fermata e dire: «Io scendo qui». Ma, tant’è, da cristiani siamo chiamati a vivere nel mondo, pur senza essere del mondo (Cfr. Gv 17,14).

Ebbene, qualche giorno fa ero sull’autobus con la mia bimba di nove mesi accoccolata nel marsupio. La sua presenza è servita da pretesto per dare avvio a una discussione tra due signori sulla settantina, un uomo e una donna, seduti poco distanti da noi; sintetizzando, i due si domandavano se abbia ancora senso mettere al mondo figli, alla luce della generalizzata deriva attuale e delle scarse prospettive che la nostra società pare avere da offrire nel presente e, soprattutto, nel prossimo futuro.

Tralasciando le conclusioni cui sono arrivati i due viaggiatori nell’arco temporale di pochi minuti, questa questione appare interessante perché è propria di tutti coloro che si trovano a chiedersi se sia attualmente il caso o meno di aprirsi alla vita, di mettere al mondo una nuova creatura. Analizzando la questione secondo una prospettiva laica, votata alla razionalità, la tentazione sarebbe quella di affermare che fare un figlio oggi è un gesto folle. Pur tralasciando in questa sede un discorso relativo alla gravosa implicazione personale dell’essere genitori, al narcisismo che domina i nuovi adulti e altre considerazioni di stampo neomalthusiano, la domanda discriminante suona più o meno così: che eredità si consegna ai piccoli neonati e a quale vita li si condanna? O, ancora: perché investire, in termini di “capitale umano”, in un futuro che di roseo ha poco o nulla? 

In ottica cattolica, tuttavia, la prospettiva si rovescia radicalmente: da figli di Dio, infatti, si ha la certezza di essere stati chiamati a vivere nel contesto migliore affinché si possa raggiungere l’obiettivo della vita, ossia la santità. Detto in altri termini: la vita presente e il mondo attuale sono insomma perfetti per noi, adesso; una consapevolezza, questa di “essere al posto giusto, nel momento giusto”, che restituisce a chi la fa propria il potere di agire in pienezza: di essere, dunque, generativi. La generatività, che non si limita al solo dato carnale, può essere intesa secondo diverse accezioni; tuttavia, appare interessante la sintesi proposta dal pedagogista Johnny Dotti, secondo il quale il termine si può declinare in quattro passaggi conseguenti l’uno all’altro, e tutti necessari: innanzitutto nel desiderio di “qualcuno” o di “qualcosa”, che scava dentro per farsi spazio e contemporaneamente apre all’amore; a seguire, nel mettere concretamente al mondo il soggetto, o l’oggetto, dei nostri desideri; in terza battuta, prendendosene cura; infine, un ultimo aspetto tanto importante quanto poco coltivato, nell’imparare a lasciare andare, a vincere la tentazione di possedere, che è il contrario dell’amare. 

Nell’affrontare questo argomento dell’apertura alla generatività, vi è inoltre un altro aspetto fondamentale, anch’esso attualmente molto in crisi, forse proprio in relazione alla carenza di bambini: la capacità di vivere nella speranza. La Speranza – che Charles Peguy ne Il portico del mistero della seconda virtù definiva «la virtù bambina», posta accanto alla Fede e alla Carità – è infatti la virtù che apre alla libertà di vivere e di agire da figli amati: invocando la misericordia sul proprio passato, certi del soccorso della Grazia nel tempo presente e fiduciosi nella Provvidenza per il futuro che sarà. La speranza, insomma, contraddistingue il modo di vivere dei cristiani, che infatti sono chiamati a essere sempre pronti a renderne ragione al mondo (Cfr. 1 Pt 3,15). 

Ecco quindi che la domanda da cui si è partiti va alla radice della nostra fede: fare figli ha ancora senso, oggi, perché il Signore è con noi. Il che non equivale a buttare al vento qualsivoglia ragionamento sulla paternità responsabile, oppure catapultarsi a occhi chiusi in un provvidenzialismo che di cattolico ha ben poco, bensì significa vivere nella certezza che Dio è più grande del nostro Io e che l’ultima parola spetta all’Amore, fonte prima di apertura verso il prossimo. 

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