Perchè un “moderato” deve andare in piazza con Salvini

di Asterix.

La genesi del governo che sta per ricevere la fiducia dalle Camere una cosa avrebbe dovuto insegnarla ai “sovranisti” nostrani. La cosiddetta globalizzazione può anche non piacerti ma, nondimeno, essa ha creato interconnessioni internazionali e finanziarie ancora più forti che nel passato. Sicché, se pensi di poter governare uno dei Paesi più sviluppati dell’Occidente puntando tutto e solo sul consenso e lasciando ai tuoi avversari il monopolio delle relazioni internazionali e dei rapporti con le élite che contano, sei quanto meno uno sprovveduto. Al primo errore te la fanno pagare e dall’oggi al domani puoi trovarti nell’angolo.

Alla luce di questa morale si potrebbe dunque concludere: Salvini e la Lega se la sono cercata. Hanno regalato un insperato ritorno a quanti parevano definitivamente fuori gioco. Ora perché protestare? Non farebbero meglio a prendersela con sé stessi e a fare una severa autocritica? A me non sembra, però, che le cose siano così semplici.

Non s’intende qui negare gli errori del Capitano, che sono antecedenti al D-day nel quale ha staccato la spina al governo giallo-verde e che si riassumono, in buona sostanza, nella possibilità offerta a Conte di fare intorno al leader della Lega terra bruciata a livello internazionale (negli ultimi cinque anni Europa, Stati Uniti, Russia, Cina e Vaticano si sono trovati concordi forse solo nell’endorsement offerto all’avvocato che si preparava a succedere a se stesso) e con tutte le élite nostrane. Quel che s’intende sostenere è che la nascita del nuovo esecutivo è solo lo stadio intermedio di una ristrutturazione di sistema che, inevitabilmente, coinvolgerà il ruolo e la funzione dei “moderati” italiani.

Si tratta di un complotto? No, ma la ristrutturazione di cui sopra comporta evidentemente alcune forzature istituzionali che si stanno compiendo sotto i nostri occhi. Per brevità mi soffermo su quella più macroscopica: non era mai accaduto prima d’ora che all’ombra di una presunta “centralità del Parlamento”, della quale fin a quel momento si era fatto strame, un presidente del Consiglio succedesse a sé medesimo alla guida di un governo di segno opposto al precedente. In tanti casi nella storia d’Italia, e in particolare nel periodo liberale durante il quale i partiti erano “liquidi”, vi sono stati cambi di maggioranze attraverso lo spostamento della base parlamentare da una parte all’altra dell’emiciclo. Fin qui, però, si era avuto sempre il buon gusto di cambiare la guida della compagine per edulcorare l’effetto trasformistico e non offendere così in modo plateale il principio della sovranità popolare.

Questa “innovazione” è però necessaria perché funzionale a un disegno più ampio. La maggioranza vuole allargarsi al centro e Conte, almeno in questa fase, ha un profilo adeguato alla bisogna. Assai probabilmente, sarà Renzi il principale interprete di questo disegno. Dopodiché, con l’aiuto di una legge elettorale essenzialmente proporzionale, il gioco sarà fatto: l’asse del sistema si sarà spostato verso sinistra, esattamente come lo era quello della Prima Repubblica, e i “sovranisti” nostrani potranno anche mantenere percentuali intorno al 30% ma saranno confinati in un’area residuale, alla quale sarà interdetto il governo. Anche se in Italia la storia della Lega e di Fratelli d’Italia è tutta un’altra storia, sarà un po’ come con la Le Pen in Francia.

Ovviamente, in politica nulla è ineluttabile. Per far saltare questo progetto è però necessario prepararsi ad alzare le barricate contro la proporzionale secca; costruire una nuova forza di centro che guardi senza esitazioni a destra e che per questo tolga spazio politico all’idea di Renzi; essere concorrenti dei “sovranisti” volendo però giocare da alleati nella stessa loro metà campo, per evitare di rinverdire le antiche conventio ad excludendum che tanto hanno pesato sulla storia d’Italia.

Sarebbe un bene dimostrare immediatamente di aver capito l’antifona. Per questo, nulla di più sbagliato che isolare in piazza Matteo Salvini e Giorgia Meloni come ha fatto Forza Italia. Contro il neo-egemonismo della sinistra non basta l’ammorbidente, non si lotta “morbido-morbido”: ci si differenzia nei toni, nello stile, nelle proposte e si mantengono i rapporti con élite nazionali e internazionali senza usare la clava, ma non si fanno sconti a quanti credono che le istituzioni della Repubblica siano il loro giardino privato, nel quale fare e disfare a piacimento.

Per questo un moderato di centrodestra lunedì va in piazza: per se stesso e per il futuro di questo Paese, non per Salvini. A meno che non voglia essere ricompreso nel progetto di “ristrutturazione” e, come disse quel tale, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca!

Fonte: l’Occidentale

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