Ora la politica torni ad essere “di parola”!

di Carlo Mascio.

Ecco, ora più che mai, a bocce quasi ferme, una riflessione dovrebbe sorgere spontanea: in politica che fine ha fatto il “potere della parola”? E si, perché praticamente tutti, ma proprio tutti, in questa pazza crisi agostana hanno dovuto rimangiarsi parole o dichiarazioni pronunciate su questo o quel partito o su questa o quella persona. Ma la missione della politica richiede una precondizione necessaria da rispettare: garantire una coerenza tra ciò che si promette e ciò che si realizza. La fiducia (e dunque il consenso) fiorisce solo (e bene) in questo processo: coerenza tra parole e fatti. Tutto questo perché le parole hanno un valore e, quando vengono pronunciate, producono sempre un effetto e molte volte questo effetto è la fiducia da parte di chi ascolta. Ecco perché a chi fa politica sono richieste, a maggior ragione, chiarezza e sincerità, fino in fondo.

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Con la nomina di viceministri e sottosegretari, il Governo giallorosso è nato ed è ufficialmente al completo. La strana estate della politica italiana può dirsi per il momento conclusa. Certo, sembra passata un’era geologica rispetto solo ad un mese fa. Tutto lo scenario politico è mutato. Se si pensa solo al fatto che il Pd ora è al governo e che Gentiloni è commissario europeo indicato addirittura anche dai grillini, c’è da sbalordirsi. E i primi a farlo, forse, sotto sotto, sono proprio i piddini che, quasi senza far nulla, si sono ritrovati tra i banchi dell’esecutivo. L’unica cosa che pare non sia cambiata è il premier: Conte era e Conte è rimasto. Pare, appunto. Perché in realtà è un Conte che si è rivelato trasformato, o meglio, trasformista, passato in pochi giorni dalla Lega e Leu, come se nulla fosse.

Ecco, ora più che mai, a bocce quasi ferme, una riflessione dovrebbe sorgere spontanea: in politica che fine ha fatto il “potere della parola”? E si, perché praticamente tutti, ma proprio tutti, in questa pazza crisi agostana hanno dovuto rimangiarsi parole o dichiarazioni pronunciate su questo o quel partito o su questa o quella persona. La più eclatante, ovviamente, è la posizione dei 5 Stelle: “mai con il Pd”, posizione sul quale hanno costruito il loro successo “di rabbia”. Ma anche Zingaretti aveva tuonato pochi mesi fa: “mai con i 5 Stelle”. E sempre nel Pd il primo che aveva detto “no” ad una possibile governo Pd-5Stelle è stato Matteo Renzi. Tanto che, subito dopo il 4 marzo 2018, lanciò pure un hastag #senzadime. E ora è stato uno dei primi sostenitori del nuovo governo. Così come Grillo che, forse scompaginando anche il suo Movimento, ha detto inaspettatamente sì all’alleanza con i Dem. Ma anche Salvini non scherza: “governeremo 5 anni” diceva. Dopo 14 mesi da il via alla crisi di governo. Certo, avrà avuto le sue ragioni, avrà commesso i suoi errori, ma che avrebbe governato 5 anni lo ha detto lui. La lista degli esempi potrebbe continuare all’inverosimile.

Ora è vero che la politica è “l’arte del possibile”, ma forse si è un tantino esagerato. Tanto che qualche commentatore è arrivato a dire che in questo campo non esistono i “mai” e i “sempre”. Per questo, quando c’è troppa confusione, è quanto mai necessario tornare ai fondamentali. È vero: la politica, quella vera, quella che alcuni chiamano – con una formula alquanto abusata – con la P maiuscola, è chiamata fondamentalmente a compiere una missione: concorrere a garantire migliori condizioni di vita per i cittadini. Ma per fare questo c’è una precondizione necessaria da rispettare: garantire una coerenza tra ciò che si promette e ciò che si realizza. In pratica, agire nella direzione di quello che si è detti e fare quello che si dice di voler fare. La fiducia (e dunque il consenso) fiorisce solo (e bene) in questo processo: coerenza tra parole e fatti, a prescindere dal ruolo di governo o di opposizione che si ricopre.

Tutto questo perché le parole hanno un valore e, quando vengono pronunciate, producono sempre un effetto (sembra banale dirlo ma forse ci si è dimenticati!). E molte volte questo effetto è la fiducia da parte di chi ascolta: “mi fido di quello che dici!”. In genere, questo è l’obiettivo di chi parla (parlare e sapere che nessuno ascolterà le tue parole è davvero scoraggiante!). Ecco perché a chi fa politica sono richieste, a maggior ragione, chiarezza e sincerità, fino in fondo. Ragion per cui, se si ragionasse così, ad esempio, non sarebbe un dramma nemmeno ammettere francamente di aver sbagliato, di aver percorso in buona fede una strada errata. Nella vita e, dunque, anche in politica, può capitare. E di conseguenza, non sarebbe un dramma nemmeno chiedere scusa per non essere riusciti a realizzare quanto si è promesso o per aver commesso errori di valutazione. Anzi, ammettere di sbagliare e chiedere scusa, lungi dall’essere atti da “fessi” o “deboli”, sono atti di coerenza. E, anche se politicamente questa può avere un prezzo da pagare, alla lunga viene premiata, sempre. Ma modificare o aggiustare in continuazione la parola data, provando a giustificare i repentini cambi e – molte volte in tutta evidenza – a coprire errori, no, non è più accettabile. La fiducia si incrina e si trasforma in rabbia.

E sì perché, se andiamo a vedere bene, all’origine della cosiddetta antipolitica e del disinteresse verso la “cosa pubblica” da parte dei cittadini vi è proprio la sensazione di essere stati presi in giro, di essersi fidati di una parola poi non mantenuta. In sostanza, di non essere stati ascoltati da qualcuno. Per cui, fondamentale per chi fa politica è affinare bene l’arte dell’ascolto: tornare ad ascoltare, se stessi e i bisogni della gente. Ascoltare i bisogni dell’altro, di un territorio, valutare le soluzioni alle varie problematiche, spiegarle ai cittadini e provare a realizzarle e, in caso di “inceppamento” di questo processo, dare conto delle ragioni e chiedere scusa per eventuali errori: questo è il percorso da riprendere. Nulla di più lineare! E, oggi come oggi, più che di proclami e slogan, c’è uno smisurato bisogno di linearità tra pensieri e azioni. Di punti di riferimento, come si chiamavano un tempo (sic!). E’ così che si radica la fiducia in una idea e/o in chi ha scelto di dedicarsi al “bene comune” (altra parolona abusata e da riscoprire nella sua vera essenza).

Ora qualcuno potrebbe arrivare a dire che tutto questo è pura utopia perché tanto “non cambia mai nulla”. Nulla di più sbagliato. Quando le cose non vanno bisogna sempre “tornare alla sorgente”, ai fondamentali che, anche se possono sembrare scontati, se nessuno li ribadisce e prova a praticarli, rischiano di apparire “impossibili da realizzare”. L’uomo è ascolto! Se non ascolta più una verità rischia di credere che questa non esiste o è pura fantasia. Nelle scuole di formazione alla politica, prima di ogni altra nozione, sarebbe importante ribadire questo semplice e lineare percorso, che parte prima di tutto da se stessi per poi arrivare all’altro. Se infatti non ascolto quello che sono veramente e non faccio quello che desidero veramente, come posso poi dare ascolto e risolvere i problemi di chi mi sta accanto? Alla fine finirò di chiedere e pretendere (imbrigliando, magari) sempre qualcosa da chi mi sta accanto invece di fare ciò che rende l’altro felice: donarsi e spendere del tempo affinché l’altro possa stare bene. Semplice, no? Qualcuno la declinava così: ama il prossimo tuo come te stesso. Non a caso è il segreto della felicità: realizzare quello che si desidera nel profondo di se stessi e aiutare qualcuno a stare bene. E chi meglio della politica può fare questo? Provare per credere. E – in questo caso ci sta tutto – mai dire mai!

Fonte: l’Occidentale

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