Il neocolonialismo europeo al sinodo dell’Amazzonia

Dottrina sociale di Stefano Fontana.

La teologia della liberazione, la teologia del popolo, il sinodo dell’Amazzonia hanno pensato e pensano di esprimere una teologia non europea, non accademica, non ufficiale, ma una teologia latinoamericana, nata dalla storia, rivoluzionaria. Ma non si avvedono che proprio la categoria centrale di una teologia storica in cui il punto di partenza non sia la fede apostolica ma la concretezza esistenziale è una categoria importata dall’Europa. Di fatto si tratta di colonialismo teologico da parte di una teologia elaborata nei campus universitari cattolici europei. Se c’è colonialismo ci sono anche i colonialisti. E chi sono i colonialisti? Chenu, Congar, Rahner, Küng, Schillebeeckx, Lehmann, Kasper e via discorrendo

*************

Il prossimo sinodo dell’Amazzonia vorrebbe essere un esempio di Chiesa in uscita verso una periferia del mondo per imparare da essa piuttosto che per insegnare, per farsi evangelizzare piuttosto che per annunciare. Il sinodo, insomma, metterà al centro l’Amazzonia e non la Chiesa. Saranno i popoli indigeni, in quanto ritenuti detentori di una buona vita di rapporti cordiali con la Madre Terra e di relazioni solidali tra di loro, ad essere il punto fermo da cui guardare il messaggio cristiano e la pastorale della Chiesa, e da cui farsi interrogare. Il sinodo, quindi, sarà amazzonico e non europeo anche se si terrà a Roma e non in Amazzonia. Sarà latinoamericano, autoctono, incentrato su una periferia del mondo e non pensato nelle università cattoliche europee. La teologia che lo animerà sarà una teologia induttiva, dal basso, nata in situazione, emersa dalle popolazioni indigene e dalla loro condizione di sfruttamento e non la teologia dei Paesi ricchi e sfruttatori dell’Europa o dell’America del Nord.

Ma è veramente così? Questa prospettiva di teologia dalla situazione, che nasce dal mondo e dalla storia e non dalla Chiesa, è precisamente la prospettiva principale della nuova teologia europea dal Concilio in poi. L’approccio al problema è importato dalle avanguardie teologiche di Friburgo o di Tubinga. È la teologia a sfondo rahneriano e kasperiano ad affermare che Dio si comunica nel mondo, nelle situazioni esistenziali, nella storia e non nella Chiesa, oppure anche nella Chiesa ma in quanto anche essa è mondo e rincorre il soffio dello Spirito mettendosi in ascolto del mondo e non pretendendo di insegnargli qualcosa.

Può essere interessante verificare tutto questo nell’uso delle preposizioni articolate. Non lo riteniate una perdita di tempo da appassionati di grammatica o di enigmistica. Le preposizioni articolate rivelano molto.

Per esempio, se uso l’espressione teologia della liberazione si può pensare che la situazione di dipendenza/liberazione dei popoli latinoamericani in cui l’espressione viene usata sia l’oggetto della riflessione teologica: la teologia come riflessione sulla liberazione. In questo caso il punto di vista è quello della fede apostolica, mentre la situazione storica dei popoli latinoamericani non illumina ma viene illuminata. Però molti teologici della liberazione – ricordo per esempio Hugo Assmann – preferivano adoperare l’espressione teologia dalla prassi di liberazione, usando la preposizione articolata dalla piuttosto che della: le preposizioni articolate, come si vede, fanno la differenza. In questo caso la situazione sociale e storica di dipendenza/liberazione diviene il punto di vista da cui considerare la teologia e non viceversa. La luce viene dalla situazione storica e non dalla fede apostolica ed è questa a dover imparare da quella e non il contrario. Anche molti teologi che continuarono ad usare l’espressione della liberazione si impegnavano però a chiarire che la intendevano come se adoperassero l’espressione dalla liberazione. Ed infatti la novità della teologia della liberazione è proprio questa, ossia di porre la situazione storica al primo posto e di considerare la teologia come “atto secondo” (così scriveva Gutierrez nel 1972).

Lo stesso può dirsi per la cosiddetta teologia del popolo. Si può pensare che il popolo sia il terminale della riflessione teologica, l’oggetto a cui essa si applica dall’alto e dal di fuori. Per questo motivo molti, come per esempio J.C. Scannone, dicono che si tratta di una teologia dal popolo e non del popolo, nel senso che il popolo ne è il co-autore dato che si tratta di una teologia che assume il dato mondano come costitutivo dell’annuncio cristiano, il quale è da considerarsi completamente storico, ossia non come uno sguardo sulla storia, ma dalla storia. Tornano le preposizioni articolate nel senso già ricordato sopra. Del resto, l’espressione “teologia del popolo” può essere anche intesa come se il popolo ne fosse il soggetto, l’attore, l’origine, il proprietario. Allora dire teologia del popolo o dal popolo sarebbe la stessa cosa. Ciò che in ambedue le versioni viene escluso è uno sguardo che provenga da una fonte esterna e superiore, come la teologia ha sempre pensato prima della svolta della teologia contemporanea.

Allora, sinodo dell’Amazzonia non vuol dire che i popoli indigeni siano l’oggetto della riflessione da parte di una teologia che trova già altrove il suo punto di vista principale, ma soggetto di una teologia che parte proprio da lì, dalla loro situazione storica, una teologia che essi hanno in qualche modo già scritto nella loro esistenza storica.

La teologia della liberazione, la teologia del popolo, il sinodo dell’Amazzonia hanno pensato e pensano di esprimere una teologia non europea, non accademica, non ufficiale, ma una teologia latinoamericana, nata dalla storia, rivoluzionaria. Ma non si avvedono che proprio la categoria centrale di una teologia storica in cui il punto di partenza non sia la fede apostolica ma la concretezza esistenziale è una categoria importata dall’Europa. Di fatto si tratta di colonialismo teologico da parte di una teologia elaborata nei campus universitari cattolici europei. Se c’è colonialismo ci sono anche i colonialisti. E chi sono i colonialisti? Chenu, Congar, Rahner, Küng, Schillebeeckx, Lehmann, Kasper e via discorrendo, la lista sarebbe molto lunga.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

Print Friendly, PDF & Email
Be Sociable, Share!
    News dalla rete
    • Giuseppe Toniolo sulle dottrine socialistiche: antichità e medioevo

      di Silvio Brachetta. Thomas Stark, docente di filosofia all’Università di St. Pölten in Austria, ha dichiarato che «il socialismo non è qualcosa che si è appena verificato nel XVIII e XIX secolo, come molti credono», ma «è una tentazione costante, un problema costante nella storia umana»[1]. La tesi è ripresa da un lavoro[2] di Igor’ Šafarevič, matematico e dissidente russo. In realtà, assieme ad altri[3], ne aveva già trattato Giuseppe Toniolo, molti anni prima, in un suo breve studio sul socialismo[4]. La sua tesi è semplice: lo spirito del socialismo pervade tutta la storia, come «patologia sociale», che si contrappone all’«ordine sociale», naturale e cristiano[5]. Leggi il seguito…

    • Il disagio di dirsi italiani

      di Marcello Veneziani. Confesso che mi trovo a disagio a vivere in questa fase nel nostro Paese, che esito a chiamare Italia; mi vergogno nel vedere questo spettacolo di saltimbanchi e di cialtroni vendicativi e giustificarlo col suo rovescio, che è finita l’epoca dell’odio e della cattiveria, ora arrivano i buoni e l’umanità. Confesso che mi vergogno da italiano nel vedermi rappresentato all’estero da un avvocato saltafossi, venuto dal vaffanculismo e approdato al paraculismo, premier nel vaniloquio e nelle citazioni farlocche per far capire in mezzo a tanti ignoranti che lui ha studiato; e cita ovvietà sconcertanti, del tipo “Hannah Arendt dice che in politica esistono i pregiudizi”. La banalità del tale… Leggi il seguito…

    • Ora la politica torni ad essere “di parola”!

      di Carlo Mascio. Ecco, ora più che mai, a bocce quasi ferme, una riflessione dovrebbe sorgere spontanea: in politica che fine ha fatto il “potere della parola”? E si, perché praticamente tutti, ma proprio tutti, in questa pazza crisi agostana hanno dovuto rimangiarsi parole o dichiarazioni pronunciate su questo o quel partito o su questa o quella persona. Ma la missione della politica richiede una precondizione necessaria da rispettare: garantire una coerenza tra ciò che si promette e ciò che si realizza. La fiducia (e dunque il consenso) fiorisce solo (e bene) in questo processo: coerenza tra parole e fatti. Tutto questo perché le parole hanno un valore e, quando vengono pronunciate, producono sempre un effetto e molte volte questo effetto è la fiducia da parte di chi ascolta. Ecco perché a chi fa politica sono richieste, a maggior ragione, chiarezza e sincerità, fino in fondo. Leggi il seguito…

    • Così PD e M5S preparano la svolta sulla cannabis

      di Giulio Sibona. Ora che la maggioranza di Governo comprende tutta l’ala sinistra del parlamento: 5 stelle, PD e LeU, si è ritrovata nuova unità di intenti sulla liberalizzazione del consumo delle droghe, a partire dalla cannabis, e sbocciano letteralmente nuove proposte, nove. Per la coalizione di sinistra in effetti è sempre stato un mantra la legalizzazione di tutta la catena dalla produzione al consumo personale, l’aggiunta del M5S lungi dal creare scompiglio, aumenta le possibilità e ci illumina sulla loro reale essenza Leggi il seguito…

    Eventi

    Ancora nessun post.