Giuseppe Toniolo sulle dottrine socialistiche: antichità e medioevo

di Silvio Brachetta.

Thomas Stark, docente di filosofia all’Università di St. Pölten in Austria, ha dichiarato che «il socialismo non è qualcosa che si è appena verificato nel XVIII e XIX secolo, come molti credono», ma «è una tentazione costante, un problema costante nella storia umana»[1]. La tesi è ripresa da un lavoro[2] di Igor’ Šafarevič, matematico e dissidente russo.

In realtà, assieme ad altri[3], ne aveva già trattato Giuseppe Toniolo, molti anni prima, in un suo breve studio sul socialismo[4]. La sua tesi è semplice: lo spirito del socialismo pervade tutta la storia, come «patologia sociale», che si contrappone all’«ordine sociale», naturale e cristiano[5].

Il socialismo storico, cioè, a parere di Toniolo e di una certa parte della critica moderna, è di molto anteriore al 1830, che è l’anno (sembra) in cui fu coniato e introdotto il vocabolo[6]. Il socialismo o, più esattamente, le teorie e le prassi socialistiche[7], si sviluppano nella storia in forma di «crisi sociali», in quanto «deviazioni dall’ordine razionale e provvidenziale della società»[8]. La crisi sociale, di tipo socialistica, ha sempre alcune caratteristiche intrinseche che la rendono riconoscibile. La crisi, nella sua sostanza, «si rivela mediante la sproporzione o il disquilibrio» tra la costituzione organica della società e il «fine (bene comune)» alla quale essa tende. Si tratta, primariamente, di una sproporzione tra l’«ideale» e il «reale», ovvero di una confusione teorica e pratica tra quello che si pensa sia il reale e quello che esso è, costitutivamente.

Essenza del socialismo

Ne consegue, più esattamente, una triplice sproporzione interiore, interna alla coscienza del rivoluzionario: sproporzione tra «il concetto di un ordine umano-sociale immaginario» e «quello vero»; tra «la coscienza del diritto e il sentimento del dovere»; tra «i bisogni sentiti» (cioè avvertiti dal soggetto) e «l’insufficienza di virtù e di mezzi per appagarli». Da questa, che in fondo può essere il turbamento spirituale del rivoluzionario, deriva una triplice sproporzione esteriore, storica, perché le intenzioni si trasformano in attività sovversiva. Si tratta della sproporzione tra l’«importanza» e la «funzione» dei vari ceti sociali, che crea un’«opposizione sociale-civile» tra le classi (coscienza e odio di classe); poi tra «l’espansione e l’altezza della vita sociale e lo sviluppo e l’indirizzo della vita politica», che porta all’«opposizione sociale-giuridica fra società e Stato»; infine c’è sproporzione tra «i bisogni materiali delle singole classi e la distribuzione degli averi», che crea l’«opposizione economica tra ricchi e poveri».

Il Toniolo, quindi, vede nelle crisi socialistiche la rottura di un equilibrio, fondato dalla Provvidenza, a cui segue un clima di odio e disistima tra gli uomini, che esplode in conflitto. Certamente non tutto è sovversione, non tutto è odio di classe. L’ingiustizia sociale è un fatto evidente e vi è una legittima volontà di reagire alla crisi, cercando di reindirizzare la società all’ordine perduto. Per questo motivo Toniolo distingue nettamente tra «agitazioni sociali» legittime e «agitazioni socialistiche» illegittime. La differenza è che le prime tendono a ripristinare un ordine, mentre le seconde introducono un disordine sociale, spesso permanente, perché sottintendono una critica radicale all’ordine delle cose, procedente da Dio e, dunque, provvidenziale. E così pure il concetto di «riforma» è ambivalente: se si tratta di riformare l’ordine – ovvero di ridare alla società la sua forma naturale perduta – avremo le «riforme e i riformatori sociali», ma se invece si vuole distruggere la forma originale e sostituirla con una ad arbitrio, allora è il caso di «riforme e riformatori socialisti».

Da queste premesse, Toniolo trae la sua definizione di socialismo: «un sistema di dottrine riguardanti la riforma della società nei suoi istituti e rapporti fondamentali, col fine di introdurre in essa, a vario grado, una eguaglianza materiale o di fatto (e non già soltanto virtuale, etico-giuridica) ripugnante alla natura essenziale degli uomini e dell’incivilimento». Perché, però, la ricerca dell’eguaglianza non dovrebbe essere perseguita? Non sono forse le ingiustizie originate proprio dalla diseguaglianza? Se il socialismo focalizzasse l’attenzione sull’individuo, senza dubbio la ricerca dell’eguaglianza sarebbe lodevole. Ma così non è: il socialismo è disposto a sacrificare tutto per l’eguaglianza – assurta a principio totalizzante della realtà –, persino l’individuo. È dottrina socialistica, infatti, che bisogna «sacrificare l’individuo alla società», nel caso del «socialismo panteistico-autoritario». Nel caso del «socialismo individualistico-anarchico» le finalità divergono: in questo caso si vuole «sacrificare la società all’individuo». Eppure, anche facendo di ogni individuo un sovrano a se stesso (anarchia), si ottiene l’«uniformità» sociale, che esclude i «fini dell’esistenza sociale», fondata, al contrario, sulla coordinazione d’individui diversi tra loro.

Egualitarismo e anarchia, insomma, pur apparendo antitetici, s’incontrano agli opposti e livellano la società su di un piano orizzontale, nemico, paradossalmente, di ogni movimento progressivo. L’egualitarismo cancella l’individuo e non tiene conto che in esso sta la priorità, in quanto «ente reale»; non nella società, che è un «ente ideale». La società è, cioè, per Toniolo, la risultante dell’intreccio delle relazioni tra individui, che si coordinano tra loro. L’anarchia, viceversa, cancella la società, negando assurdamente che la dimensione sociale faccia parte della natura umana. Che il socialista punti tutto sullo stato (statalismo) o che ne diventi un nemico (anarchia), il risultato non cambia: il socialismo, a ragione della sua attitudine uniformatrice, finisce per tendere sempre «ad esagerare la funzione dello stato, reputandolo onnipotente». Gli statalisti sposano lo stato, nella sua onnipotenza, mentre gli anarchici ne chiedono la soppressione, sempre a motivo dell’onnipotenza politica, ritenuta inaccettabile[9].

Le dottrine socialistiche nell’antichità

Quella che, in epoca moderna, verrà chiamata “questione sociale”[10] è spesso la causa storica scatenante delle crisi. Il socialismo è stimolato, durante le epoche, dal «guasto generale del costume», dagli «abusi del potere giuridico-politico» e dall’«incentramento dei beni», ai danni delle «piccole fonti di operosità» popolari. Toniolo rintraccia il germe e la prassi socialistica a cominciare dalla cultura pagana classica, greca e romana, accennando al fatto che pure le antiche culture orientali non sono state immuni da dottrine analoghe. Soprattutto tra i popoli ellenici, dopo l’introduzione di forme panteistiche – nel senso di pantheon delle divinità – nella religione civile, si sviluppò sempre più l’utilizzo comunistico dei beni, come ad esempio avvenne nel caso di Sparta, Creta, Lipari, Rodi, Eraclea e Megara. Il fenomeno legato al pantheon, nel paganesimo, riconduce infatti a suggestioni egalitarie (e dunque socialistiche) per via del suo carattere uniformista.

L’impulso, però, non fu solo di tipo religioso, ma legato anche ad una reazione all’«incentramento» delle proprietà fondiarie e agli abusi del mercantilismo capitalista. Ad Atene, in particolare, dopo le riforme democratiche di Solone e Pericle, la società «prende la fisionomia di un popolo che vive in buona parte a carico dello stato». Sono retribuiti, cioè, gli uffici pubblici, tra i quali i giudici (a migliaia), nonché tutto il personale deputato ai comizi, alle feste e agli spettacoli pubblici.

A monte di tutto, quasi a motore di una nuova epoca, c’è la grande stagione del pensiero greco. Toniolo ricorda che c’è un legame che unisce i filosofi, i quali «s’ispirano a pensieri comunistici», poiché «tutti manifestano l’assenza del concetto di un ordine sociale naturale». Platone, Pitagora, Isocrate, Zenone o quelli della Stoa non contemplano le richieste a priori della natura umana ma, orientati al paganesimo panteista orientale, esprimono opinioni soggettive e uniformiste. Nella Repubblica, Platone espone una dottrina chiaramente socialistica, laddove vagheggia un comunismo familiare e materiale, «limitato però alle classi dirigenti». Platone, il filosofo dell’universale per eccellenza, desidera l’educazione del cittadino al bene pubblico, osteggiando le «cure materiali e domestiche». A questo riguardo, come già accennato, si riscontra in tutte le dottrine socialistiche un sottofondo di universalismo e di uniformismo, assunto poi a principio totalizzante del mondo e sfociante nell’egalitarismo. Non va, inoltre, dimenticata la base culturale classica che, fondata sull’autorità biblica ebraica o sulle reminescenze pagane orientali e occidentali, aveva ben presente l’origine umana, situata in una «remotissima età dell’oro»[11]: l’umanità, votata a perfezione soprannaturale, a felicità e a giustizia, decadde poi nella condizione deficitaria, a cui si vorrebbe porre rimedio. Non è un caso che le dottrine socialistiche (o socialiste moderne) aspirino, non meno che l’ebraismo e il cristianesimo, al ritorno di un futuro radioso, giusto e felice.

Quanto a Roma, l’epoca repubblicana resta abbastanza immune al socialismo dottrinario della Grecia, per motivi opposti a quelli ellenici. Non ci sono, all’inizio della civiltà romana, fenomeni particolari di accentramento capitalistico e, quanto alla religione, è ben lontano lo spirito del pantheon orientale, essendo la religione appannaggio più del focolare domestico[12], che del culto di massa. Non poteva che essere così, anche per via dell’influenza della sensibilità etrusca, più vicina all’esoterismo aruspiceo, al nascondimento, all’introspezione, all’individualità. Con l’ellenismo – spiega Toniolo – e con l’avvento di Roma imperiale le cose cambiano: s’ingigantiscono quei fattori, che porteranno la civiltà romana alla rovina. Onnipotenza imperiale, incremento del capitalismo, diffusione del pantheon religioso (anche nel senso della costruzione materiale del tempio Pantheon a Roma, nel II secolo d.C.), cesarismo, statolatria: tutte fonti di corruzione, cupidigia, espropriazioni, comunizzazione dei beni. Diocleziano giunge a forzare la servitù della gleba, a coattare le corporazioni artigiane e a imporre tariffe obbligatorie. Tutto questo accosta Roma «ai tipi comunistici artificiosi di Grecia e oriente», rafforzati dalla speculazione dei neoplatonici Plotino e Giamblico, in epoca cristiana.

Medioevo

Il quadro cambia drasticamente per tutto il periodo medievale[13]. Con Gesù Cristo la dottrina coerente all’ordine sociale ha sempre il netto sopravvento ai momenti di crisi, che si fanno, pur se intensi, passeggeri. Le virtù cristiane, a differenza delle pagane, hanno la capacità di «prevenire» il dilagare delle forme socialistiche. Il «concetto di un ordine morale sociale, voluto da Dio» assume, lungo i secoli, una posizione centrale nella cultura e nella vita quotidiana delle persone. Toniolo distingue numerosi casi in cui si realizza la dottrina sociale cristiana, tanto nell’ordine delle idee, quanto in quello dei fatti. L’insegnamento di Cristo, soprattutto, compie la verità circa il peccato originale, tanto da porre in silenzio ogni filosofia o religione che escludesse il male nella società. L’onnipotenza dello stato è ostacolata dall’istituzione della Chiesa, che assume il ruolo primario di «custode e interprete» della Rivelazione. Cristo, inoltre, esalta le «essenziali istituzioni positive della società», definendole «non già astrattamente, bensì in concreto»: tra le altre, «matrimonio monogamico, proprietà particolare, libertà personale, gerarchia delle classi».

Rifuggendo così l’astrazione, la società medievale

«rivendicò la dignità umana provvedendo all’abolizione della schiavitù; risanò il costume familiare con la santificazione delle nozze indissolubili; rialzò le classi inferiori coll’insinuare le abitudini del lavoro e proclamando il loro diritto ad un’equa retribuzione; ammaestrò intorno ai doveri della ricchezza verso i nullatenenti sia a titolo di giustizia, sia a titolo di carità, organizzando dovunque, dietro il proprio esempio, una larga dispensazione di beneficenza; frenò in nome della superiorità delle ragioni spirituali su quelle temporali l’onnipotenza dello Stato, obbligando, anzi, quest’ultimo (da Costantino in poi) a porre le leggi a servizio della religione e della sua missione di civiltà. È questo il lavorio rinnovatore degli apostoli e dei santi padri, nonché, più tardi, di quello mirabilmente benefico del monacato [monachesimo, ndr]».

Toniolo, seppure non dichiari mai che l’essenza dell’eresia si riduca al socialismo, afferma tuttavia che il socialismo, «in questa lunga età [medievale], si presenta sempre sotto la veste di eresia». L’asserzione non è affatto strana: l’eresia – in quanto negazione o fraintendimento del dogma – non è mai confinata nel cuore o nella coscienza dell’uomo, ma si trasmette alla comunità e danneggia sempre l’ordine sociale. La Chiesa ha sempre contrastato l’errore teologico, in sinergia con il potere temporale, non solo perché la menzogna conduce alla perdizione del singolo, ma anche perché ne viene danneggiata l’intera società.

Gli esempi sono molteplici: gli ebioniti professarono la poligamia e la comunione forzosa dei beni; gnostici, manichei e pelagiani erano accomunati dal disprezzo della ricchezza e imponevano il comunismo materiale per tutti. Platonismo e neoplatonismo, anch’essi dualisti, inducevano al disprezzo della materia e di tutto ciò che è collegato all’ambito materiale (matrimonio, servizio militare, proprietà privata). Questa mentalità, poi sopita nei primi secoli del Medioevo, riesplose con l’avvento dei Poveri di Lione, dei Valdesi e del movimento dei Catari[14]. Essi «riprovavano qualunque matrimonio e proprietà, legittimando ogni scostumatezza e lo sperpero epicureo». Inoltre – prosegue Toniolo – essi erano «violentissimi nella propaganda» e fonte di continui disordini. I sovrani, prima ancora dei pronunciamenti della Chiesa, furono costretti a reprimerli, non per amore della violenza e del sangue, ma proprio in odio alla violenza e per via della salvezza sociale. Se gli eretici «avessero trionfato, il fulgore della democrazia medievale e, in specie, il primato economico e civile dei Comuni, sarebbe stato spento in culla».

Crisi dell’ordine sociale medievale

Del tutto opposti ai disordini ereticali, nel tardo Medioevo, si accendono anche le «lotte sociali» e i «movimenti», legittimi e perseguiti a favore dell’ordine sociale, spesso sconvolto dai conflitti tra popoli e classi (latinitas contro germanitas, proprietà terriera contro commercio mercantile, borghesia industriale contro il salariato). Toniolo fa, nel merito, alcuni esempi storici: Stefano Marcello e la sommossa dei mercanti di Parigi, «per la partecipazione del ceto medio ai poteri politici» (1357); sollevazione dei contadini francesi, guidati da Guglielmo Karle, «contro il feudalesimo, per affrettare l’abolizione della servitù della gleba» (1358); tumulto dei Ciompi, a Firenze, «per l’ammissione delle arti minute al pubblico reggimento e per il miglioramento delle loro condizioni economiche» (1378).

Soprattutto dopo la Riforma gregoriana[15], la Chiesa esercita «in tutta la sua pienezza ed estensione la suprema sua funzione sociale», nel senso che pone «sane ed incrollabili fondamenta dell’ordine civile», tramite la promozione «degli istituti privati riguardanti essenzialmente l’individuo, la famiglia, la proprietà», nonché «le leggi di giustizia e di carità». Grazie a quest’azione d’influenza civile, le classi inferiori vengono elevate ed emancipate dalla schiavitù e dalla servitù della gleba. Sorgono le gilde e le corporazioni artigiane di arti e mestieri. Il lavoratore ha la possibilità di sviluppare una propria indipendenza, grazie alla nascita di nuove istituzioni giuridico-economiche, che lo proteggono dallo strapotere della media e piccola proprietà terriera.

Nonostante i conflitti sociali fisiologici, la Chiesa assume spesso una «funzione coordinatrice» tra le classi, per cui s’instaura una certa «cointeressenza», che porta al «godimento da parte delle moltitudini dei beni collettivi (demaniali, comunali, ecclesiastici, conventuali, di opere pie)». I concili (o i pronunciamenti pontifici) non si occupano solo di condannare gli errori dogmatici, ma evidenziano pure quelli antisociali. Si condanna l’usura, la corruzione del costume, la prevaricazione dei prìncipi, il vagabondaggio e la relativa opposizione alla famiglia, alla patria e al lavoro. I grandi santi o personaggi carismatici – san Francesco, sant’Antonio, santa Caterina da Siena, Savonarola, Niccolò Cusano – sono anche grandi riformatori sociali. È necessario, comunque, fugare un equivoco. La civiltà cristiana, o Cristianità, non è gloriosa perché ha trovato un qualche antidoto al male o alla crisi. Bene e male, ordine e disordine, sono sempre presenti nella storia. Il Medioevo, però, ha sempre avuto gli anticorpi necessari per debellare i mali della società, per via dell’unità di dottrina. Finché fede e ragione sono state concordi e finché la Scolastica ha saputo comporre una disciplina sapienziale, i disordini sono sempre stati circoscritti, perlomeno nella misura in cui gli Ordini mendicanti (Francescani e Domenicani) hanno supportato le ragioni del magistero.

Dallo scisma d’Occidente alla fine del XV secolo, però, qualcosa si rompe: la Scolastica è già da tempo andata in crisi, le spinte socialistiche si fanno più pressanti e i sovvertimenti diventano duraturi. Prima di Lutero sorgono figure ereticali analoghe, che sconvolgono il pensiero e inaugurano quella che sarà l’epoca moderna. Toniolo ne cita alcune, tra le quali l’inglese John Wycliffe, che proclama «la libertà ed eguaglianza assoluta dell’individuo» e il boemo Jan Hus, che è definito dall’autore «eretico socialista furiosissimo», precursore dei moderni rivoluzionari. La società medievale decade a seguito della corruzione del clero, dello scisma papale, dello scadere del costume e della monarchia sempre più assolutista. Venuta meno, così, «l’efficacia sociale della Chiesa» tramontava l’età di mezzo, e sorgeva l’Umanesimo e il Rinascimento.

[1] Diane Montagna, “Catholic philosopher: Amazon Synod working doc promotes ‘most dangerous’ form of socialism”, Lifesite, 23/08/2019. Tr. it. Sabino Paciolla, “Sinodo Amazzonia, Prof. Stark: «Il socialismo sta risorgendo nella Chiesa»”, Oltre il giardino (sabinopaciolla.com), 27/08/2019.

[2] Igor’ Rostislavovič Šafarevič, The Socialist Phenomenon, Harper & Row, 1980.

[3] Ad esempio, Hans von Scheel, Robert von Pöhlmann, Salvatore Cognetti de Martiis, Giovanni Battista Salvioni, Numa Fustel de Coulanges. Citati dal Toniolo.

[4] Giuseppe Toniolo, Il socialismo nella storia della civiltà, Libreria Editrice Fiorentina, 1903.

[5] Per quanto riguarda l’«ordine sociale», secondo Toniolo, vedi: Silvio Brachetta, “Civiltà e cristianesimo in Giuseppe Toniolo”, Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân, 05/09/2019.

[6] Il termine «socialismo» pare sia stato usato per la prima volta dal pubblicista Pierre Leroux, in Francia, durante o dopo la rivoluzione del 1830.

[7] Nel testo, evidentemente, è ben distinto il vocabolo «socialista» – che attiene al socialismo ottocentesco – da «socialistico» – che indica le dottrine in qualche modo affini al marx-leninismo, ma precedenti ad esso. Alle volte, Toniolo si riferisce al «socialismo» di una certa epoca storica, ma solo per analogia semantica e immediatezza espressiva.

[8] Tutti i virgolettati, ove non diversamente specificato, si riferiscono a: Giuseppe Toniolo, Il socialismo nella storia della civiltà, in: Edizione del «Comitato Opera Omnia di G. Toniolo»; Città del Vaticano 1947; Serie I: Scritti storici; Volume I (intonso); pp. 267-446, con piccoli aggiornamenti lessicali e semantici a cura della redazione di totustuus.net. I corsivi sono nel testo.

[9] A questo riguardo, si veda lo scontro Marx-Bakunin, attorno all’opera di Michail Bakunin, Stato e anarchia, 1873. Entrambi temono la dittatura del proletariato ma, mentre Marx (social-comunista) è convinto che lo stato si estingua dopo la fase rivoluzionaria, Bakunin (liberal-anarchico) replica paventandone il perdurare indefinito post-rivoluzionario.

[10] È la situazioni di crisi, ai danni delle classi disagiate, esplosa nel XIX secolo a causa dell’industrializzazione e del crollo dei costumi. Per contribuire alla risoluzione della questione sociale, la Chiesa riespose (e praticò) la dottrina sociale cristiana, mediante una serie di pronunciamenti magisteriali e l’azione dei “santi sociali” (Bosco, Cottolengo, Cafasso, ecc…).

[11] Biblicamente è il periodo dei Progenitori o comunque antidiluviano, deterioratosi a causa del peccato. Il paganesimo associa l’età dell’oro al regno di Cronos-Saturno e la sua fine alle vicende mitologiche di Pandora e Prometeo. Esiodo fa seguire l’età dell’oro a quattro periodi storici: le età successive dell’argento, del bronzo, degli eroi e del ferro.

[12] Basti pensare al culto degli dei lari o penati, protettori della casa e della famiglia.

[13] Il Toniolo considera un quadro temporale più lungo del Medioevo storico: da Gesù Cristo (anno zero) alla scoperta dell’America (1492).

[14] Detti anche Albigesi o Patarini. Secolo XIII.

[15] Detta anche Riforma del secolo XI. Ad opera, tra altri, del pontefice Gregorio VII. Tesa ad affermare il primato del papa e dei vescovi nei confronti del potere civile e dell’imperatore.

Fonte: Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân

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