Dubbi sulla teologia del popolo

Dottrina sociale di Stefano Fontana.

La “teologia del popolo” è una corrente teologica argentina in particolare e, più ampiamente, latino-americana rappresentata soprattutto dal teologo Lucio Gera. Secondo molti interpreti, alla “teologia del popolo” si ispirerebbe anche papa Francesco. Questa teologia viene ora esposta da Juan Carlos Scannone nel libro La teologia del popolo. Radici teologiche di papa Francesco (Queriniana, Brescia 2019). Scannone è troppo coinvolto nella prospettiva della teologia della liberazione e della stessa teologia del popolo per essere obiettivo. Ed infatti non lo è. Il suo libro è acriticamente encomiastico e pretende di mostrare una continuità (in verità piuttosto difficile da credere) tra Lucio Gera, le assemblee del Celam a Medellin, Puebla e Santo Domingo (ma non Aparecida per i motivi che dirò), Giovanni Paolo II e papa Francesco. Un’unica linea di sviluppo difficilmente sostenibile.

Ad esaminare le cose con maggiore indipendenza, è facile vedere nella teologia del popolo alcuni punti problematici e pericolosi, sia rispetto alla Dottrina sociale della Chiesa, sia rispetto alla teologia cattolica in generale.

Un primo dubbio è il persistente pericolo di scivolare verso una concezione sociologica di popolo. Ed infatti questa teologia assegna un compito fondamentale alle scienze sociali per accostarsi alla realtà del popolo.

Un secondo dubbio riguarda l’espressione stessa “teologia del popolo”. Essa fa pensare al popolo come oggetto di annuncio, ma in realtà questa teologia parla del popolo come soggetto auto-evangelizzante. Si dovrebbe chiamare “teologia dal popolo”. Il popolo non è solo ricettivo e passivo ma attivo anche nella formulazione della dottrina e non solo della pastorale. La fede inculturata non si rivolge al popolo ma parte dal popolo stesso. Che i pastori debbano conoscere “l’odore delle pecore” non significa solo che devono conoscere coloro a cui si rivolgono nella pastorale, ma che devono imparare dal popolo, e non solo insegnare.

Un terzo dubbio riguarda la conoscenza per “connaturalità affettiva”: il pastore dovrebbe conoscere così il suo popolo, ma questo concetto risulta piuttosto vago e aleatorio e si presta a usi molteplici, mancando in esso il riferimento alla luce della ragione naturale e della dottrina della Chiesa che permette di vedere in Dio la storia dei popoli.

Un quarto elemento di perplessità riguarda i rapporti di questa teologia con la teologia della liberazione. So bene che questa teologia è stata sdoganata dopo le condanne della Congregazione della Dottrina della Fede del 1984 e 1986. Ciò è avvenuto soprattutto col libro scritto a quattro mani da Gustavo Gutierrez – padre fondatore di questa teologia – e dal cardinale Gerhard Müller Dalla parte dei poveri. Teologia della liberazione, teologia della Chiesa(Messaggero-EMI, Padova-Bologna 2013), ma questo sdoganamento non sono mai riuscito a capirlo. Per quanto mi riguarda la teologia della liberazione assume una posizione sbagliata. Ora, la teologia del popolo mira a distinguersi dalla teologia della liberazione, ma non ci riesce. Infatti essa sostiene che la situazione del popolo davanti a Dio va indagata mediante una lettura dei segni dei tempi e questa lettura dice oggi che il popolo (argentino o latinoamericano) è in una situazione di dipendenza-liberazione. Da qui bisogna partire, proprio come dice la teologia della liberazione.

La “teologia del popolo” è quindi una teologia dal basso, sia nel senso di svolgersi “a partire dal popolo”, sia nel senso di partire dalla situazione di dipendenza-liberazione in cui si trova il popolo stesso. In questo senso tale teologia dipende dalla prospettiva della nuova teologia europea, e non è una teologia originale ed autoctona latinoamericana. Per esempio, per quanto riguarda la teologia “del popolo” o “dal popolo”, Johann Baptist Metz, che non era argentino ma tedesco, nel 1977 auspicava il “trapasso da una tradizionalistica “chiesa per il popolo” ad una “vitale chiesa del popolo”, che egli già allora intendeva come “dal popolo” (lo disse in un suo intervento ad un famoso convegno americano in cui si voleva delineare la Chiesa del terzo millennio).

Dicevo sopra che Scannone stabilisce una linea coerente da Lucio Gera a Giovanni Paolo II (tutta da dimostrare). Quindi non spinge le cose fino a Benedetto XVI e non parla dell’assemblea del Celam ad Aparecida (2007). Il motivo è semplice, lì Benedetto XVI criticò ogni teologia dal basso e disse che il luogo teologico è la fede apostolica trasmessa dalla tradizione della Chiesa. Non si parte dal popolo, né dalla sua situazione di dipendenza-liberazione, ma dalla fede apostolica. Il che chiude ogni discorso.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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