In alcune regioni francesi oltre il 50% dei neonati ha un nome arabo

Di recente ha fatto un certo scalpore la violenza registrata a Parigi e in mezza Francia, in occasione di una vittoria calcistica, non dei blu francesi, bensì dell’Algeria. Macchine bruciate, vetrine spaccate, passanti bianchi e francesi insultati nell’euforia generale, bandiere nazionali strappate. Perfino una statua di DeGaulle – uno dei padri della Francia contemporanea – è stata sradicata, e così via. Danni per milioni di euro.

L’Algeria vince dopo 29 anni la coppa d’Africa, battendo il Senegal in Egitto, e si registrano incidenti ed euforie mal contenute più a Parigi che ad Algeri!

Jean Messiha, parlamentare europeo del Rassemblement national di Marine Le Pen, ha giudicato gravissimo il fatto di sfilare con le bandiere dell’Algeria per i boulevard di Parigi, di Lione, di Marsiglia e delle grandi città, e ancor più di prendersela gratuitamente con i simboli che rappresentano la nazione francese, la quale da decenni accoglie oltre un milione di algerini e tantissimi altri cittadini di origine araba e africana.  

Ma le violenze sono la punta di un iceberg già ben identificato dagli studiosi e dai sociologi: la progressiva e ormai rapida e preoccupante islamizzazione del paese (cf. Jérôme FourquetL’archipel français, 2019).

Così, l’INSEE, uno dei più autorevoli e importanti uffici statistici di Parigi, ha da poco reso noti i nomi dati ai neonati (sul suolo francese) nel 2018. La cosa può parere anodina o secondaria, ma non lo è affatto. In Francia, contrariamente a tante altre nazioni come gli Stati Uniti per esempio, sono espressamente vietate dalla legge – per ipotetico razzismo implicito – tutte le statistiche su base etnica.

Quelle statistiche per esempio che permettono di conoscere la percentuale di nativi francesi o stranieri che albergano nelle prigioni, o che ci danno un preciso rapporto tra la presenza di migranti in una regione e il tasso della delinquenza, e così via.

Un’eccezione a tale divieto, totalitario e del tutto antiscientifico, è fornita proprio dalle statistiche dei nomi che vengono attribuiti ai bambini francesi, o comunque nati in Francia. In effetti se alcune famiglie di origine arabo-mussulmana danno un nome tipicamente “francese-cristiano” ai loro figli (come Pierre, Paul, Jean, Marie, Virginie, etc.), praticamente nessun francese d’origine (detto de souche) dà ai propri figli un nome a consonanza arabo-mussulmana (come Mohammed, Rachid, Abdellah, Mouslim per i maschi, Karima, Najat, Aziza, per le femmine).

Quindi la proporzione dei nomi arabo-mussulmani dati all’anagrafe ai neonati del 2018, in rapporto a quelli francesi-cristiani tradizionali, la dice lunga sull’incidenza arabo-mussulmana nella repubblica presieduta da Emmanuel Macron.

Ebbene, secondo l’ISEE il tasso di nomi arabo-mussulmani, che è aumentato senza soluzioni di continuità gli ultimi 20 anni, è giunto nel 2018 al 21,6% su base nazionale, mentre in alcune regioni come la celebre Seine-St-Denis ha superato il 50%. 

Quindi poco più di un quinto dei nativi è certamente di origine araba, e un quinto non è più una piccola minoranza da proteggere e integrare, ma un vero e proprio popolo nel popolo. Del resto, considerato il tasso di nascite mediamente più elevato tra i mussulmani che tra i non mussulmani, tutto fa pensare che l’intera popolazione francese tra pochi decenni ormai, forse solo 2 o 3, cambierà definitivamente il volto. Con una mutazione culturale, religiosa e sociale innegabile.

Si aggiunga un’altra considerazione. L’immigrazione in Francia, oltre alle minoranze europee (rumeni, russi, etc.) e asiatiche (cinesi) è principalmente di origine araba e dell’Africa nera. Il 21% dei neonati con un nome arabo, dice già molto sul futuro, ma non tutto. Infatti, i neonati di origine africana, di solito danno nomi tipici alla tradizione francese ai propri figli, anche perché spesso si tratta di africani francofoni, di cultura cristiana.

Quindi si può essere certi che assai più del 21% dei nati in Francia ha origini extra-europee: arabe in primis e africane in secundis. Il filosofo Renaud Camus ha parlato in alcuni suoi libri di “Grand remplacement” per indicare la sostituzione etnica in corso e sotto gli occhi di tutti.

Ma già il generale Charles De Gaulle, la cui statua è stata vandalizzata e spodestata giorni fa dagli algerini in festa a Evreux (di cui è reperibile il video sul web), disse nel 1959 al suo amico e confidente Alain Peyrefitte: “E’ bene che ci siano dei francesi gialli, dei francesi neri, dei francesi arabi. Ciò dimostra che la Francia è aperta a tutte le razze e che ha una vocazione universale. Ma a condizione che restino una piccola minoranza. Sennò la Francia, non sarebbe più la Francia. Noi infatti siamo anzitutto un popolo europeo di razza bianca, di cultura greca e latina, e di religione cristiana” (corsivo mio). Ipse dixit.

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