Gli italiani scelti da Bergoglio per affossare i “principi non negoziabili”

Come abbattere i pro vita e famiglia

Nelle precedenti puntate ci siamo soffermati sugli uomini di Bergoglio nel nord e nel sud America.

Dal sud, infatti, provengono molti dei suoi più stretti collaboratori, mentre nel nord bisognava ribaltare l’equilibrio a favore dei vescovi pro life e pro family nominati da Benedetto XVI allo scopo di rovesciare l’indirizzo fortemente liberal presente nel mondo gesuita americano e dominante anche a livello gerarchico all’epoca del cardinal Joseph Bernardin (per decenni leader della Chiesa progressista americana e promotore, nel 1988, nella diocesi di Chicago, poi travolta dallo scandalo dei preti molestatori, del primo ufficio diocesano “gay” negli USA, l’Archdiocesan gay and lesbian outreach).

Di qui la nomina di ben 3 cardinali, come si è detto nella prima puntata, vicinissimi al molestatore omosessuale McCarrick, e quindi riconducibili ad una lobby apertamente filo-Lgbt (si aggiunga la recentissima nomina, come arcivescovo di Washington, dell’ex ausiliare di Bernardin, Wilton Gregory, anch’egli, guarda un po’, molto gayfriendly).

Anche in Spagna, una volta eletto, Bergoglio ha voluto porre fine ad una stagione, quella della fiera resistenza cattolica alla cultura nichilista zapatera, incarnata in particolare dal cardinale di Madrid Antonio María Rouco Varela: ha nominato prima arcivescovo di Barcellona e poi cardinale, Juan José Omella y Omella, “tra i più critici riguardo la gestione della Conferenza episcopale spagnola targata Rouco Varela”.

Come in Spagna, così in Belgio: “a Bruxelles, estrema periferia della cristianità europea, il Papa ha nominato vescovo mons. Jozef De Kesel, pupillo dell’emerito Godfried Danneels, che cinque anni fa Benedetto XVI aveva considerato (per due volte) non idoneo” (Il Foglio, 6/11/2015), pensionando in gran fretta monsignor André-Joseph Léonard, pupillo di Benedetto XVI e noto al grande pubblico per essere stato più volte ferocemente attaccato, anche fisicamente, dalle Femen (senza mai ricevere una parola di solidarietà da Bergoglio).

Abbattere la resistenza cattolica alla cultura della morte è da subito una priorità di Bergoglio anche in Italia.

Per farlo prende una quantità di provvedimenti, tutti nella medesima direzione, solo apparentemente smentiti da sporadiche ed innocue dichiarazioni, del tutto pro forma e inoffensive (talvolta semplici tweet), in difesa di vita e famiglia.

Possiamo ricordare anzitutto, già nel 2013, la scelta di monsignor Nunzio Galantino come segretario generale della Cei, con il compito, di fatto, di commissariarla e di ribaltare la linea Ruini-Bagnasco, che aveva portato alla vittoria dei cattolici nel referendum sulla fecondazione artificiale del 2005 e al Family day contro le unioni civili del 2007.

Galantino esordisce nel nuovo ruolo (prima nessuno ne conosceva l’esistenza) criticando pubblicamente gli attivisti anti aborto che pregano davanti alle cliniche, poi sterilizzando l’associazione laica Scienza & Vita, protagonista della battaglia referendaria del 2005, spingendola a non occuparsi più, se non in modo accademico e politicamente innocuo, dei temi sensibili dibattuti nel paese.

In secondo luogo il nuovo segretario, che gode di un appoggio papale incondizionato, e che può quindi scavalcare il pavido Bagnasco, cerca di imporre al mondo cattolico il bavaglio sul ddl omofobia dell’onorevole gay del Pd, Ivan Scalfarotto e, poco dopo, sulla proposta di legge per le unioni civili gay della senatrice Pd Monica Cirinnà e del senatore gay Sergio Lo Giudice (noto per essere ricorso all’utero in affitto ben due volte!).

Non riuscendo però a fermare il mondo cattolico laico, Galantino si prodiga in ogni modo per osteggiare i due Family day, quello del 2015 e quello del 2016: ancora una volta con il sostegno del suo mandante, Bergoglio, il quale si rifiuta persino di porgere un saluto ai partecipanti alle due più grandi manifestazioni di piazza mai organizzate dai cattolici italiani. Allo stesso modo farà anche nel 2019, ignorando bellamente il Congresso mondiale delle famiglie svoltosi a Verona.

Non è tutto: Bergoglio, che da una parte emargina i cardinali pro life come Carlo Caffarra, ed elogia in più occasioni Emma Bonino e Valeria Fedeli, dall’altra tace di fronte all’introduzione del matrimonio gay in Irlanda e Germania, alla morte per fame e per sete di Vincent Lambert in Francia, alla legge sul biotestamento promossa dal Pd in Italia…

Soprattutto, dimostrando ancora una volta di sapere bene che ciò che conta non sono le parole, ma piazzare gli uomini giusti al posto giusto, infligge un colpo mortale a due roccaforti della bioetica cattolica. Il 15 agosto 2016, infatti, nomina Monsignor Vincenzo Paglia presidente della Pontificia Accademia per la Vita e gran cancelliere del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II.

I meriti del nominato, sono le sue pubbliche aperture alle unioni civili, il suo disinteresse per le battaglie culturali, la sua contiguità al Pd e ai radicali di Marco Pannella, pubblicamente elogiati e santificati. Poco importa poi che Paglia sia coinvolto in vari scandali, in particolare un buco di 25 milioni di euro nella sua diocesi di Terni (per questo è ancora sotto processo) e l’aver fatto affrescare l’abside della cattedrale della città da un pittore notoriamente gay, con immagini evidentemente allusive. Se ciò non bastasse, ma è notizia di pochi giorni orsono, Paglia è capace di intessere inusuali rapporti con magistrati molto discutibili, come Luca Palamara, protagonista del più grosso scandalo che abbia colpito la magistratura negli ultimi decenni!

Gli altri uomini di Bergoglio, in Italia? Sono suoi fidatissimi scribacchini il gesuita Antonio Spadaro, il vescovo progressista Bruno Forte, entrambi appartenenti a quella parte del mondo ecclesiale che vuole rivoluzionare la morale cattolica in particolare aprendo alle coppie gay, e il prete giornalista Dario Edoardo Viganò, che è stato a lungo il dominus della comunicazione vaticana, prima di essere costretto a dare le dimissioni, nel marzo 2018, in seguito alla pubblicazione di una scandalosa fake news confezionata per far apparire Benedetto XVI un fan della teologia progressista.

Chiudiamo con lui la lista degli “uomini di Bergoglio” perchè, curiosamente, porta lo stesso cognome del nunzio che ha sollevato più di ogni altro il problema della lobby gay ecclesiastica spalleggiata dall’argentino, e perchè proprio il suo comportamento porta acqua al mulino delle accuse mosse dal suo omonimo. Infatti, pochi mesi prima delle forzate dimissioni, Dario Edoardo Viganò finiva al centro di un articolo di Francesco Agnoli, su La Nuova Bussola quotidiana (19/12/2017): in esso si chiedeva come mai Viganò utilizzasse i suoi ampi poteri per dare “grande spazio a personalità che esprimono idee piuttosto contigue all’ideologia LGBT” e il denaro della Chiesa per affidare la creazione di un nuovo portale vaticano ad una multinazionale nota per il suo impegno per la causa LGBT.

E le donne di Bergoglio, chiederà qualcuno? A parte quelle già citate, Bonino e Fedeli, non si può tralasciare la giornalista Stefania Falasca, la prima a ricevere una telefonata da Bergoglio, dopo l’elezione al soglio pontificio. La Falasca ha sostenuto sin da principio l’operato dell’ amico argentino, arrivando a chiedere pubblicamente il silenzio di Benedetto XVI, dopo che il pontefice emerito, nell’aprile 2019, era intervenuto sulla questione omosessualità e pedofilia nella Chiesa sostenendo una lettura dei fatti del tutto differente da quella bergogliana (tutta volta a nascondere lo stretto legame esistente tra scandali sessuali da parte di ecclesiastici e le loro tendenze gay).

Forse le donne di Bergoglio sono poche (quelle che lavoravano all’Osservatore romano all’inserto Donne, Chiesa, Mondo, hanno lasciato pochi giorni orsono, in polemica con il nuovo direttore bergogliano Andrea Monda) ma sono certamente armate della sua stessa, rocciosa, determinazione!

Le altre puntate: http://www.libertaepersona.org/wordpress/2019/08/tutti-gli-uomini-di-bergoglio-1/

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