Amoris Laetitia come Vangelo: la nuova religione di Avvenire

di Stefano Fontana.

Ancora veleni dall’establishment ecclesiale contro i docenti dell’Istituto Giovanni Paolo II licenziati. Una pagina intera di Avvenire, firmata dal solito Luciano Moia, li accusa di attacchi al Papa (e quindi di essersi meritata l’epurazione) solo per avere interpretato l’esortazione apostolica Amoris Laetitia alla luce del Magistero precedente. E rivendica lo spirito rivoluzionario e dogmatico del documento papale che non ammette discussioni. Contro le stesse parole di papa Francesco contenute in Amoris Laetitia.

Luciano Moia di Avvenire è un giornalista col vento in poppa, diventerà qualcuno in futuro e potrebbe perfino arrivare a contendere il posto ad Andrea Tornielli. Ieri il suo giornale gli ha messo a disposizione una intera pagina – la numero 13 –  per rispondere ad una lettera di Livio Melina, cofirmata dagli altri professori dell’Istituto Giovanni Paolo II licenziati. Costoro denunciano un precedente articolo di Moia del 30 luglio che li accusava di “spiacevoli attacchi” a papa Francesco. Siccome la motivazione ufficiale del licenziamento è stata la soppressione di alcuni insegnamenti nel nuovo piano di studi, i firmatari della lettera hanno buon gioco nel dire che gli “spiacevoli attacchi” al Papa non c’entrano nulla con le motivazioni addotte dal Cancelliere Vincenzo Paglia per il loro licenziamento e quindi sono una calunnia. Ma Moia vuole entrare nel merito e dimostrare gli “spiacevoli attacchi” a papa Francesco.

Attingendo a libri da loro pubblicati dopo Amoris laetitia, Moia rimprovera a Livio Melina & Co. di insistere nel dire che l’Esortazione apostolica di papa Francesco vada letta alla luce di Familiaris consortio e della intera tradizione precedente. Questa accusa di Moia è assolutamente incomprensibile. Egli adopera la parola “svolta” a proposito della fase sinodale e di Amoris laetitia – una “gigantesca operazione”, come la chiama –  ma a ben vedere nella tradizione della Chiesa di “svolte” non ce ne possono essere. Melina, infatti, nella lettera, rivendica il criterio del “rinnovamento nella continuità”. Se si adopera l’ultimo documento pontificio per leggere, attraverso il suo spettro, tutti i precedenti, allora si rinuncia alla continuità, e si finirà per leggere anche il Vangelo alla luce di Amoris laetitia. É una cosa molto semplice da capire e non si comprende come Moia non la capisca.

D’altro canto, Amoris laetitia è un documento pastorale. É perfettamente logico sostenere, come fanno Melina e i suoi colleghi, che un documento pastorale debba essere letto alla luce di precedenti documenti più dottrinali, come è il caso di Familiars consortio. Su questo è senz’altro d’accordo anche papa Francesco. Ma non Luciano Moia. A meno di non attribuire ad Amoris laetitia un valore dogmatico e non più semplicemente pastorale. Ciò non è però possibile perché è lo stesso testo di Amoris laetitia ad escluderlo, non contenendo esso nessun elemento proprio di pronunciamenti magisteriali vincolanti. Anzi, nel paragrafo 5 papa Francesco dice di aver raccolto delle “considerazioni che possono orientare la riflessione, il dialogo e la prassi pastorale”. Rileggere prego: la riflessione, il dialogo e la prassi pastorale. Allora ci si chiede: perché riflettere, dialogare e interrogarsi sulla prassi pastorale dovrebbero rappresentare degli “spiacevoli attacchi” a papa Francesco?

La seconda accusa di Moia a Melina & Co è di sostenere che quando un testo magisteriale è poco chiaro bisogna interpretarlo alla luce di altri documenti più chiari. Questo criterio mi sembra di semplice buon senso e non so come Moia possa negarlo. Egli non accetta però che si definisca il testo di Amoris laetitia poco chiaro. Sostenerne l’ambiguità è, secondo lui, uno “spiacevole attacco” a papa Francesco. Ma Moia ha letto con attenzione Amoris laetitia?. Mi potrebbe spiegare Moia il significato teologico – non quello omiletico, pastorale, esortativo, parenetico, psicologico … ma teologico – della affermazione secondo la quale l’Eucarestia non è un premio per i perfetti ma un rimedio per i deboli?, che il “peccato è una imperfezione”?, cosa sia una “morale fredda da scrivania”?, che significato hanno le molte domande senza risposta del testo di Amoris laetitia?, e le frasi contraddittorie separate da un “ma” avversativo?, o quando mai la Chiesa abbia considerato “scomunicati” i divorziati risposati come si lamenta nel testo dell’Esortazione? Il testo di Amoris laetitia è ampiamente ambiguo, anzi lo è volutamente, perché tarato su una nuova pastorale e non su definizioni dottrinali. Che scandalo ci sarebbe a dirlo?

Come disse il cardinale Caffarra, se papa Francesco avesse volutol’ammissione dei divorziati risposati all’Eucarestia l’avrebbe scritto in Amoris laetita. Invece non l’ha scritto, quindi l’ammissione chiara non c’è, ma vi si allude ed è perciò che il testo è ambiguo. Parlare per allusioni è sempre ambiguo. Perché valutare così Amoris laetitia costituirebbe un attacco al papa? Se c’è stata una “grande operazione” sinodale, perché il papa non l’ha conclusa con una chiara affermazione in proposito? E perché sarebbe nato il “conflitto delle interpretazioni” se Amoris laetitia, come sostiene Moia, fosse veramente così limpida? Perché in Germania si dà la comunione ai divorziati risposati e in Polonia no? I docenti del GP2 incriminati da Moia per “attacchi” al papa hanno preso Amoris laetitia per quello che è e hanno svolto il loro compito di teologi secondo il criterio dell’approfondimento nella continuità. Le opere che essi hanno scritto e che Moia adopera ora come prove di accusa, vanno a loro onore. Oppure, avrebbero dovuto dire, come fa Moia, che Amoris laetitia è automaticamente Vangelo? Il positivismo non è né una filosofia né una teologia cristiane.

La cosa più ridicola della paginata di Avvenire a firma di Luciano Moia è però un’altra. Per comprovare che il testo di Amoris laetitia non è per niente ambiguo, Moia porta le prove delle note a piè pagina n. 336 e 351, che invece, assieme alla “incredibile” nota 329, sono la dimostrazione più lampante della sua ambiguità. Nella nota 329 si mette in dubbio – surrettiziamente, senza negarlo formalmente – l’obbligo di vivere come fratello e sorella per i divorziati risposati che fossero impediti a tornare col legittimo coniuge contenuto alla fine del paragrafo 84 di Familiaris consortio, con citazione della Gaudium et spes strumentalmente  decontestualizzata: se questa è chiarezza … Ricordo che appena uscita l’Esortazione un giornalista titolò: “non si cambia la dottrina con una nota a piè pagina”, ed ora Moia porta quella nota a prova di chiarezza dottrinale?

Nella 351 si conferma con due frasi di incerto significato teologico – il confessionale non è una sala di tortura e l’Eucarestia non è premio ma aiuto – quanto detto nel testo, ossia che “entro una situazione oggettiva di peccato … si possa vivere in grazia di Dio”: affermazione rivoluzionaria che avrebbe avuto bisogno di ben altre considerazioni a suo sostegno che non una semplice nota a piè di pagina e forse anche di una semplice Esortazione apostolica postsinodale.

Amoris laetitia non va letta alla luce del magistero precedente; Amoris laetitia è un dogma; Amoris laetitia dice chiaramente che i divorziati risposati possono accedere all’Eucarestia, Amoris laetitia è magistero infallibile e non ammette la riflessione dei teologi; Amoris laetitia è un testo assolutamente chiaro: sarebbe Moia disposto a sottoscrivere queste affermazioni come indubitabili e a condannare per “attacchi” al papa chi non le accettasse?

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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