Vescovi svizzeri contro vescovi francesi?

Anche in Svizzera ferve il dibattito sul cosiddetto matrimonio gay, detto ufficialmente, con riuscitissimo sofisma, “Mariage civil pour tous”, ovvero matrimonio civile per tutti. Come se fino a ieri, il matrimonio fosse solo per alcuni.

Comunque sia la Commissione degli affari giuridici del Consiglio nazionale elvetico ha interpellato chiese, gruppi, associazioni e cittadini, per avere dei pareri sulla dibattuta questione. E tra gli altri ha chiesto una valutazione alla Chiesa cattolica locale, il cui presidente è il teologo domenicano mons. Charles Morerod, arcivescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo.

Notando, le “gravi questioni etiche” legate ad una possibile nuova definizione legale del matrimonio, i vescovi hanno stilato un documento in cui spiegano le ragioni delle loro perplessità, pur ribadendo la “necessità di lottare in maniera generale contro ogni forma di discriminazione”.

Secondo l’episcopato elvetico, esista un netta distinzione, non presa in conto dal progetto di legge sul matrimonio per tutti, tra “discriminazione e differenziazione”. Cioè, una cosa è il non voler discriminare i cittadini con tendenze omosessuali – che restano dei cittadini come gli altri – un’altra cosa è attribuire alle loro relazioni un quadro giuridico analogo a quello della famiglia. E tutto ciò, “eludendo le conseguenze che sono la filiazione e l’accesso alla procreazione medicalmente assistita (PMA)”

In pratica, i presuli svizzeri mettono al centro delle loro pacatissime riserve la possibile, se non del tutto logica, procreazione ed adozione dei bambini che deriverebbe dalla nuova legislazione, pensata per parificare le nozze gay a quelle di una normale coppia (sterile). Aprendo necessariamente la società ai gravi problemi della fecondazione, della filiazione e dell’adozione, come del resto è già avvenuto in Stati europei come la Francia, la Gran Bretagna, la Spagna, etc.

A giusto titolo i prelati fanno notare che il matrimonio civile in Svizzera, come è stato normato finora, non è un mero “riconoscimento pubblico di sentimenti”, ma comporta “l’iscrizione della filiazione in una istituzione stabile, in vista della protezione del bambino e della madre (matri-monium)”. Ovvero il matrimonio è stato normato dal diritto in vista della famiglia che procrea e non per dare un valore o una dignità sociale a due cittadini uniti da nobili sentimenti d’amore.

Al contrario la PMA, associabile direttamente all’istituendo matrimonio gay e sua naturale conseguenza giuridica, “si oppone ai diritti del bambino, specialmente in ragione della sofferenza e della difficoltà della propria costruzione, a causa dell’impossibilità di conoscere la sua origine biologica”. Con il rischio, tutt’altro che astratto che, qualora il donatore del seme fosse reperito un giorno, vi sarebbe uno sdoppiamento di paternità: il padre legale vs. il padre biologico.

La conferenza episcopale conclude ribadendo che “nessuno possiede un diritto alfiglio; al contrario esistono dei veri diritti delfiglio”, e quindi “nell’interesse superiore del bambino e per il suo bene”, è da escludere ogni approvazione a qualunque ipotesi di “maternità sostitutive”. Maternità che implicherebbero, come tutte queste nuove normative, “difficoltà amministrative, giuridiche ed etiche”.

Come se queste parole non fossero di puro buon senso, e quindi certamente universalizzabili ben al di là della piccola Svizzera, il quotidiano francese ufficialmente cattolico La Croix, ha dato spazio, sostegno e visibilità, a dei gruppi che, pur richiamandosi alla fede cristiana e al Vangelo, si battono, assieme a Emmanuel Macron e alle femministe più radicali, per “la PMA per tutte le donne”!

Da oltre un anno infatti, ferve in Francia un diffuso dibattito politico-culturale, sulle riforme generali, proposte dal governo, circa l’insieme delle leggi bioetiche. E sia il presidente Macron che la ministra della salute Agnès Buzyn, hanno espresso la volontà di allargare la procreazione artificiale, con la prassi della donazione-vendita di seme, dalle coppie eterosessuali sterili, a tutte le donne: lesbiche unite in amore saffico – gli amori deboli di cui parlò Benedetto XVI – single, vedove, ragazze giovanissime, signore attempate e possibili mamme-nonne, etc.

La cosa che ha stupefatto di più, ma fino a un certo punto visti i tempi che corrono, è che varie associazioni cattoliche, come “David et Jonathan”, hanno dichiarato di stare dalla parte dei progressisti e quindi di voler sopprimere ogni vincolo e ogni regola per poter fruire del “diritto al figlio”. E ciò durante una tavola rotonda tenutasi a Parigi il 26 giugno scorso. Esattamente e alla lettera l’opposto di ciò che, come abbiamo visto, chiedono i presuli svizzeri nel loro parere ufficiale inviato al governo. 

E anche ciò che comunemente ha insegnato la Chiesa, sui temi caldi della bioetica, nel magistero degli ultimi 50 anni (si veda la sintesi dell’arcivescovo francese Jean-Louis BruguèsDizionario di morale cattolica, Edizioni studio domenicano, 1994, ma ancora disponibile presso l’editore).

Ma ciò che un minimo sorprende è che il quotidiano cattolico, voce ufficiale dell’episcopato francese, presieduto da mons. Eric de Moulins-Beaufort, presenti la notizia, in un articolo di Emmanuelle Lucas, in modo assolutamente favorevole alle istanze di questi cattolici avanzati e relativisti.

Quando si fa della misericordia un idolo intangibile, è facile poi santificare ogni desiderio del singolo, anche se esso, come visto sopra, nuoce al bambino, alla costruzione della sua identità e al bene comune della società.

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