Quando la libertà uccide la vita

di Marcello Veneziani.

Ogni volta che qualcuno osa divergere dal Dogma Assoluto “l’Aborto non si tocca”, appena accenna a un pensiero  critico e divergente, o più semplicemente ad adottare linee favorevoli alla maternità e alla natalità, viene circondato e pestato “a sangue” dai mazzieri dell’ideologia abortista, che usano ogni genere d’intimidazione per impedire che si discuta, dico si discuta, intorno al tema. C’è una vera e propria istigazione a considerare la maternità come un incidente, una regressione primitiva, un evento che può essere giustificato solo dall’auto-determinazione della donna, dall’autogestione della sua sessualità, prescindendo totalmente da ogni contesto: la famiglia, la vita che continua, il futuro e le generazioni che verranno, il senso comunitario dell’esistenza…

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Intervista per Radici cristiane.

Lei ha dichiarato: «C’è terrorismo intorno all’aborto». In che senso? Può aiutarci a capire meglio?

MV: Ogni volta che qualcuno osa divergere dal Dogma Assoluto “l’Aborto non si tocca”, appena accenna a un pensiero      critico e divergente, o più semplicemente ad adottare linee favorevoli alla maternità e alla natalità, viene circondato e pestato “a sangue” dai mazzieri dell’ideologia abortista, che usano ogni genere d’intimidazione per impedire che si discuta, dico si discuta, intorno al tema.

Questo esasperare i cosiddetti «diritti» della donna, anche a spese della vita del figlio che porta in grembo, da quale “cultura” o, meglio, da quale approccio ideologico discende?

MV: Il primo aspetto aberrante che non riguarda per la verità solo i “diritti della donna” è la scissione ormai radicale tra diritti e doveri, tra libertà e responsabilità. Un lascito vistoso del ’68 e di quella cultura, quella mentalità che si è formata intorno a quel movimento e a quel “numero”. A seguire c’è un’evidente disparità tra i diritti della donna e quelli del nascituro; come se il figlio che porta in grembo fosse ancora un oggetto e non un soggetto titolare di diritti e di rispetto umano. Non si può ridurre il mondo, l’umanità, la coppia, ai soli diritti della donna, che dovrebbero essere sempre paragonati ai doveri e alle responsabilità, nonché ai diritti del figlio e del marito o della persona che è coinvolta nella paternità.

In un articolo Lei ha evidenziato come «ogni tentativo di incoraggiare le donne a scommettere sulla vita del figlio nascituro» sia «stato considerato un atto di sabotaggio, di terrorismo». Perché, a Suo avviso? Chi si nasconde davvero dietro questi proclami?

MV: Oltre le ragioni e le culture suddette, c’è una vera e propria istigazione a considerare la maternità come un incidente, una regressione primitiva, quasi animalesca se gli animali non s’offendono; comunque un evento che può essere giustificato solo dall’auto-determinazione della donna, dall’autogestione della sua sessualità, prescindendo totalmente da ogni contesto: la famiglia, la vita che continua, il futuro e le generazioni che verranno, il senso comunitario dell’esistenza…

Molti ritengono che la volontà del singolo (della madre che decide di abortire, del medico che effettua l’intervento…) sia più importante della vita del nascituro. Lei cosa ne pensa? La volontà è configurabile alla stregua di un principio non negoziabile, quale è la vita?

MV: Non possiamo pensare che la volontà prevalga sull’essere, sul destino, sul mondo e che sia un principio non negoziabile, sovraordinato. La volontà attiene al soggetto, esprime un momento, una fase della vita, non è mai assoluta, ma sempre relativa a una situazione, a una persona tra le altre, a un contesto. Tantomeno si può immaginare che la volontà soggettiva di una persona debba prevalere su ogni altro soggetto. È aberrante soprattutto pensare che la mia volontà abbia più valore di un’esistenza. In tutto questo io vedo anche una sconfitta della realtà, della natura, dell’ordo naturalis e del diritto naturale. Ogni visione della libertà come assoluta, arbitraria, sconfinata si rovescia in barbarie, egoismo e alla fine anche tirannide verso gli altri.

Uno dei nuovi bersagli individuati dai pro-choice, oggi, è quello dell’obiezione di coscienza: perché? A condannarla, non sono gli stessi, che la invocano, ad esempio, contro le spese militari? Uccidere con le armi non è lecito e con un bisturi sì? 

MV: Si, è davvero incoerente se non grottesco, invocare l’obiezione di coscienza in tanti altri ambiti, a cominciare da quello militare, e poi non consentire l’obiezione di coscienza in un tema così delicato e sensibile come la vita, il diritto alla vita, la morte, l’aborto. Ma a questo si aggiunge una delle astuzie e delle ipocrisie più frequenti del codice ideologico del politically correct: il rifiuto di chiamare le cose col loro vero nome. Sopprimere una vita, abortire, è definito asetticamente nel lessico politico e legislativo “interruzione di gravidanza” come se ci fosse stato un calo di tensione elettrica, un’interruzione di erogazione dovuta a cause tecniche e non a volontà e deliberazioni umane. È la stessa ipocrisia che accompagna il suicidio assistito, che viene ribattezzato con un più leggiadro “lasciar andare”, per eludere la tragica, drammatica realtà di un aiuto dato a togliersi la vita, a chi vuole uccidersi perché è depresso e vuole farla finita.

L’assicella oggi si è spostata dall’aborto all’eutanasia, entrata a prepotenza tra le nuove forme di attentato alla vita. Nei Paesi, ove questa sia già stata introdotta, è divenuto evidente come si tendano così a risolvere i problemi sociali ed i costi sanitari legati ai soggetti più deboli, siano essi anziani o disabili, specie se gravi. Cosa ne pensa? Orrore genera orrore?

MV: Alle origini c’è sempre la convinzione di cui parlavamo prima, che la nostra libertà sia assoluta e nel suo gradino supremo sia possibile rinunciare alla vita, “smettere quando voglio”, poter decidere quando morire. Vorrei far notare che l’uso avanzato di questa concezione libertaria rispetto alla morte è stato introdotto in paesi del nord Europa, di derivazione calvinista e protestante: l’Olanda, i Paesi Bassi, la Scandinavia, la Svizzera…

C’è un nesso tra la riduzione della religione a scelta individuale e a soliloquio della coscienza e la riduzione della vita a mia volontà e mia scelta individuale, a prescindere dal contesto, dalla famiglia, dagli altri. Come se non esistesse anche un dovere di vivere intrecciato al diritto di vivere. A tutta questa cultura si unisce poi la visione mercantilista, l’utilitarismo assoluto della nostra epoca, il capitalismo applicato alla vita e alle vite “di scarto” da cui deriva che incoraggiare l’eliminazione dei “rami secchi” della società sia anche un notevole risparmio per la spesa pubblica, per l’assistenza sanitaria e per le famiglie e dunque sia economicamente conveniente…

Ritiene che iniziative quali la Marcia per la Vita, che ogni anno si tiene a Roma, siano utili per riportare questi temi al centro del dibattito e per promuovere una cultura ed una coscienza realmente pro-life?

MV: Non ho una particolare predisposizione per le marce e per le manifestazioni di piazza, ma credo che anche una marcia per la vita, anche una giornata per la famiglia, un dies familiae per dirla in un linguaggio forse a noi italiani, latini e cattolici, più consono del family day, sia comunque un meritorio tentativo di sensibilizzazione da incoraggiare. Tanto più che è fatto contro-tendenza, avendo contro l’intero apparato mediatico-istituzionale-giudiziario-ideologico.

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