Offensiva catto-gay tra Avvenire e l’istituto di Paglia

di Tommaso Scandroglio.

Nella solita intervista all’inserto di Avvenire dedicato alla Famiglia, il teologo moralista don Maurizio Chiodi riscrive il Magistero cattolico sull’omosessualità, superando il concetto di “natura” e arrivando a considerare la possibilità che gli atti omosessuali siano un bene oggettivo. Intervista non causale, visto che il moralista è molto vicino a monsignor Vincenzo Paglia ed è in predicato di ridisegnare la teologia morale all’Istituto Giovanni Paolo II, dopo le epurazioni in corso.

Il giornalista di Avvenire Luciano Moia intervista don Maurizio Chiodi, docente di teologia morale presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, per l’inserto “Noi famiglia & vita” del medesimo giornale. L’intervista dal titolo “Il teologo Maurizio Chiodi: ‘Omosessuali. Una pastorale oltre la retorica delle aperture’” è stata pubblicata lo scorso 28 luglio. Molti sarebbero gli aspetti censurabili delle affermazioni fatte da Chiodi. Qui, per amor di sintesi, andremo ad indagare brevemente solo alcuni passaggi.

Vediamo il primo: la questione della natura umana. In merito al desiderio sessuale, all’eros, al rapporto tra emozioni e libertà per Chiodi occorre superare «la tentazione di rispondere semplicemente invocando la ‘natura’ umana, intesa come una sostanza immutabile e conosciuta dalla ragione una volta per sempre, in modo innato e identificabile con l’organismo biologico che diventerebbe il ‘dato naturale’ di base».

Il tema della natura umana è assai articolato e meriterebbe ben maggiore approfondimento, ma volendo ribattere sinteticamente a quanto ha dichiarato Chiodi possiamo dire almeno due cose. La prima: la natura umana è mutevole nel senso che l’anima razionale fiorisce in noi in modo unico e irripetibile e dunque la medesima natura umana si declina in forme infinite (stiamo parlando della forma predicamentale). Ma – potremmo così esprimerci alla buona – la qualità di cui è composta la natura umana di tutti gli uomini è la medesima: la razionalità. Tutti siamo caratterizzati dalla medesima natura razionale. Dato che quindi tutti siamo fatti della stessa sostanza, tutti noi abbiamo le medesime esigenze razionali; ossia tutti, seppur in modalità particolarissime, aneliamo per inclinazione naturale ai medesimi beni: vita, conoscenza, socialità, trascendenza, etc. Di riflesso la nostra natura umana rifugge da ciò che rappresenta l’opposto di questi beni: morte, ignoranza, misantropia, ateismo, etc. Una inclinazione naturale è quella di essere attratti da persone di sesso differente (se ne può dare prova razionale). All’opposto, se diamo retta a Chiodi, e dunque la natura non presenta in tutti gli uomini i medesimi aneliti, allora possiamo predicare una inclinazione naturale all’omosessualità. Questo è il discorso implicito che occhieggia dalle parole del teologo.

Secondo aspetto: secondo Chiodi un certo orientamento presente nei cattolici vorrebbe identificare la natura umana con l’organismo umano. Ma il concetto di natura umana sposato dalla Chiesa cattolica ha matrice metafisica e di certo non coincide con l’organismo fisico. Ciò non toglie che noi siamo sinolo, ossia unione strettissima, di forma (anima) e materia (corpo fisico) e il dato genetico-biologico del sesso di appartenenza è un dato identitario, non meramente accidentale come avere i capelli neri o biondi. In questo senso, a differenza di quanto dice Chiodi, l’appartenenza sessuale è un dato naturale di base proprio perché identitario.

Seconda tematica che vogliamo qui mettere sotto la lente di ingrandimento:l’omosessualità è peccato? Vero è come afferma Chiodi e la Congregazione per la Dottrina della Fede che l’inclinazione omosessuale non è un peccato perché il peccato si riferisce all’atto e non alla condizione e l’omosessualità è una condizione, non un atto. Ma anche relativamente alle condizioni è possibile esercitare un giudizio morale: vedi il vizio, la virtù, lo stato di peccato mortale, etc. Ora l’omosessualità è condizione disordinata (Catechismo della Chiesa cattolica, 2357), dunque ingiusta: da ciò deriva il fatto che il giudizio morale è negativo e non neutro, come pare sottintendere Chiodi.

Inoltre, a differenza di quanto afferma quest’ultimo, il quale nega che l’omosessualità possa essere mai una scelta, non è escluso che questa condizione sia frutto di atti liberi e dunque volontari. Perciò una serie di peccati di omosessualità possono in alcuni casi aver creato una habitus omosessuale. Così come fermarsi ripetutamente al bar per bere un po’ di alcolici può far precipitare nell’alcolismo.

Terza tematica che introduciamo riportando una domanda posta da Moia: «È d’accordo con chi sostiene che gli atti all’interno di una coppia omosessuale dovrebbero essere valutati sulla base dei frutti spirituali che producono, se ordinati o meno cioè a costruire il bene della persona?». La risposta sorge inizialmente dalle brume dell’indeterminatezza, ma poi termina nel massimo splendore dell’eterodossia.

In prima battuta Chiodi così risponde: «Il primo compito morale, per tutti, è di dare nome e assumere la propria esperienza storica, quella che ci identifica nella nostra singolarità, per vivere buone relazioni con gli altri». E noi che eravamo fermi al primo principio della ragion pratica che indica, per dirla alla Chiodi, «il primo compito morale» e che così recita nella sua formulazione più stringata: «fai il bene ed evita il male». Quindi tutela la vita e non uccidere, tutela la proprietà e non rubare, tutela la verità e cercala, e così via. Tra questi imperativi c’è anche il comando che i rapporti sessuali, leciti solo all’interno del matrimonio, possono avvenire solo tra un uomo e una donna. Invece Chiodi scivola nell’esperienzialismo e pare voler dire: se tu fino ad oggi ti sei comportato da omosessuale, se è questa la tua storia, allora questa è la tua identità e devi essere fedele ad essa.

Il secondo step della risposta di Chiodi in merito alla presunta bontà delle relazioni omosessuali così si articola: «Anche la persona omosessuale è chiamata, nel suo modo specifico, a percorrere un cammino di relazioni caste, virtuose, capaci di amicizia e fraternità. A tale impegno, che nasce dal dono di Dio, nessuno si può sottrarre». Inizialmente Chiodi pare richiamare le persone omosessuali alla continenza perfetta, ma poi l’accenno alla castità valido anche per gli eterosessuali sembra che voglia dire: come marito e moglie possono avere rapporti, ma mai aprendo la porta della camera da letto alla lussuria, così devono fare anche le coppie omosessuali. Però, e qui sta la differenza sostanziale non messa in luce da Chiodi, marito e moglie possono avere rapporti sessuali nel rispetto della virtù della castità, le persone omosessuali non possono mai avere rapporti sessuali perché già averli sarebbe contrario alla virtù della castità (e non solo ad essa).

Infine Chiodi scopre le carte e ammette che a certe condizioni i rapporti omosessuali sono moralmente leciti: «È evidente che, all’interno di una prospettiva storica, a ciascuno è chiesto non solo quello che gli è possibile, ma anche quello che gli è possibile in un momento determinato della sua vita. […] Sotto tale profilo, a me pare sia difficile – anzi impossibile – dare delle risposte pre-confezionate, come se da una teoria antropologica si potessero dedurre immediatamente tutte le risposte pratiche. Io ritengo che le relazioni delle coppie omosessuali presentino lacune e innegabili differenze che impediscono di equipararle alle coppie eterosessuali, annullandone la diversità ciononostante, il compito morale riguarda le effettive possibilità, vale a dire il bene possibile, che tenga conto della storia effettiva di un soggetto. Per tale ragione, non escluderei che, a certe condizioni, una relazione di coppia omosessuale sia, per quel soggetto, il modo più fruttuoso per vivere relazioni buone, tenendo conto del loro significato simbolico, che è insieme personale, relazionale e sociale. Questo, ad esempio, accade quando la relazione stabile sia l’unico modo per evitare il vagabondaggio sessuale o altre forme di relazioni erotiche umilianti e degradanti o quando sia aiuto e stimolo a camminare sulla strada di relazioni buone».

Ecco cancellata la categoria dei mala in se, delle azioni intrinsecamente malvagie che tali rimangono anche quando sono orientate a fini buoni. Il rapporto omosessuale non è più una condotta per sua natura malvagia, bensì può diventare buona a seconda delle circostanze –  relazione stabile e stato di necessità – e soprattutto grazie alle intenzioni della persona omosessuale: evitare il nomadismo sessuale e le relazioni erotiche umilianti e degradanti oppure maturare come persona all’interno di una relazione che Chiodi definisce buona, ma che buona non può in alcun modo essere.

In breve Chiodi applica, per sua stessa ammissione, la lezione di Amoris laetitia relativa ai divorziati risposati – ad alcune condizioni è permesso loro accedere alla comunione anche se continuano ad avere rapporti sessuali – alle relazioni omosessuali, già avendo avuto modo di applicarla alla contraccezione (clicca qui qui).

In effetti dichiarato lecito il situazionismo morale, ossia il relativismo etico, anche in una sola ipotesi – divorziati risposati – non si comprenderebbe il motivo per vietare che tale principio non venga esteso anche in altre situazioni. Va da sé che questo approccio ci porterebbe assai lontano: e così potrei uccidere dei feti per tentare di trovare la cura per gravi malattie, potrei rubare ai ricchi per dare ai poveri, potrei divorziare per non far soffrire i figli, etc. In merito al solo ambito dei rapporti sessuali: potrei andare con una prostituta per evitare di violentare la moglie che non vuole avere rapporti con me, potrei violentare una donna per evitare di compiere atti di pedofilia, potrei compiere atti di pedofilia per evitare di uccidere dei bambini.  Si chiama utilitarismo o proporzionalismo.

Leggete qui cosa diceva Agostino d’Ippona sulle tentazioni utilitariste: «Le cose di cui si sa che sono peccati non si possono fare per nessun motivo: né per ottenere un buon risultato né per raggiungere un fine giudicato buono né quando esiste una qualche intenzione ritenuta buona. […] Se un’azione cattiva compiuta allo scopo di fare il bene fosse buona, non solo non sarebbe cosa cattiva ma buona il furto; e lo sarebbero anche la falsa testimonianza, l’adulterio e ogni altra azione cattiva. […] Una cosa è dire: ‘Siccome abbiamo peccato, ora facciamo il bene’, e un’altra è dire: ‘Pecchiamo per fare il bene’. Nel primo caso si dice: ‘Siccome abbiamo fatto il male, ora facciamo il bene’, nel secondo: ‘Facciamo il male perché ce ne derivi il bene’. Insomma, lì si cerca di vuotare il bidone dei peccati, qui si afferma la riprovevole dottrina che induce al peccato». (Contra mendacium, 7, 18; 15, 32). E in modo ancor più ficcante: «ammesso infatti che noi possiamo commettere un peccato più leggero per impedire che un’altra persona ne commetta uno più grave, sarà lecito impedire a un altro lo stupro con un furto commesso da noi, l’incesto con un nostro stupro; e se esiste un’empietà che a noi sembri peggiore dell’incesto, si dirà che noi possiamo commettere anche l’incesto se in questo modo si otterrà che quella empietà non venga perpetrata da quell’altra persona. In questo modo, nell’ambito di ogni singolo peccato, si crederà lecito commettere furti per furti, stupri per stupri, incesti per incesti, sacrilegi per sacrilegi; crederemo lecito commettere noi i peccati anziché farli commettere agli altri» (Ibidem, 9, 20).

Le parole di Agostino fanno eco a quelle più recenti del Magistero cattolico:«Non è lecito, neppure per ragioni gravissime [circostanze N.d.A.], fare il male, affinché ne venga il bene [intenzione N.d.A.], cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali» (Humanae vitae, 14); «la considerazione di queste conseguenze – nonché delle intenzioni –  non è sufficiente a valutare la qualità morale di una scelta concreta. La ponderazione dei beni e dei mali, prevedibili in conseguenza di un’azione, non è un metodo adeguato per determinare se la scelta di quel comportamento concreto sia in se stessa buona o cattiva, lecita o illecita» (Veritatis splendor, 77).

Principi così condensati nel Catechismo della Chiesa cattolica: «Un’intenzione buona (per esempio, aiutare il prossimo) non rende né buono né giusto un comportamento in se stesso scorretto (come la menzogna e la maldicenza). Il fine non giustifica i mezzi. […] Le circostanze, in sé, non possono modificare la qualità morale degli atti stessi; non possono rendere né buona né giusta un’azione intrinsecamente cattiva» (1753-1754).

In sintesi la prospettiva morale sposata da don Chiodi è inconciliabile con quella del Magistero cattolico. E ricordiamo che don Chiodi è in predicato per diventare uno dei membri più rappresentativi dell’Istituto Giovanni Paolo II dopo il restyling voluto da mons. Vincenzo Paglia.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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