Ministro, così non va: la famiglia ritorna un peso

di Andrea Zambrano.

Nella sua prima intervista, il neoministro della Famiglia Locatelli mostra un cambio di passo rispetto a Fontana: prima i disabili, distanza dal Congresso di Verona e no comment sulle unioni lgbt. La famiglia torna ad essere un peso assistenziale e non la cellula da mettere al centro di ogni politica fiscale, scolastica o abitativa. Il Family Day accusa il colpo dopo il credito concesso alla Lega. Savarese (CitizenGo): «Segnale politico negativo». Sberna (ANFN): «Famiglia da promuovere, non da curare».

Nella sua prima intervista da neo ministro della Famiglia, Alessandra Locatelli (Lega) ha rimediato un titolo che è tutto un programma: «Non sarò il ministro del Family Day. Priorità ai disabili». Detta così verrebbe da dire che il cambio di passo con il predecessore Lorenzo Fontana, dirottato agli Affari Ue, è già bello che segnato, essendo stato il ministro veronese molto vicino alle istanze del popolo delle famiglie che ha manifestato al Circo Massimo.

Ma il problema però non è neanche questo, anche perché la Locatelli nell’intervista ha spiegato di «non essere andata a Verona (al Congresso delle famiglie ndr), ma di non volersi distaccare totalmente da quella realtà». Ecco, semmai, la spia che qualcosa è cambiato è in quel “totalmente” perché comunque segna un prendere le distanze da un certo mondo – sopratutto cattolico – che ha sostenuto anche elettoralmente la Lega e che confidava che con Fontana si potesse finalmente inaugurare una stagione in cui la famiglia fosse considerata come un elemento portante della società e non un peso da aiutare.

Invece dalle sue prime dichiarazioni, la Locatelli sembra voler invertire la rotta ricacciando la famiglia nei ghetti assistenzialistici in cui è stata in tutti questi anni. Non è un caso infatti che il ministero abbia cambiato nome: non più della Famiglia e delle disabilità, ma delle Disabilità e della famiglia. Perché? La Locatelli lo ha spiegato in due occasioni, nell’intervista alla Stampa di ieri e in una di alcuni giorni fa ad un giornale di Como: «L’obiettivo è quello di dare ampio spazio alle fragilità e disabilità con l’ascolto» e «già invertendo il titolo del ministero è chiaro il segnale che si vuole dare». Ma le motivazioni paiono essere anche quelle del soddisfacimento professionale: «Per mettere a frutto le competenze di una vita. Ho lavorato a lungo in questo mondo e ci sono ancora barriere architettoniche, limiti nei percorsi educativi e lavorativi, risorse da incrementare per aiutare l’inclusione». Dunque per soddisfare le competenze della Locatelli abbiamo dovuto invertire il nome del ministero?

Il segnale comunque la si guardi è di cambio, ma non significa che le questioni della disabilità avranno la priorità, ma semmai che anche la famiglia verrà trattata come una disabilità, che è l’esatto opposto di quanto Fontana col suo lavoro, seppur carente, aveva iniziato a fare.

Il fatto in realtà è che la disabilità è un problema di Welfare che atterrebbe più al ministero omonimo o a quello della Salute, i quali hanno un portafoglio spendibile per aiutare davvero in tutte le esigenze i portatori di handicap e le loro famiglie come uno stato moderno dovrebbe fare.

Anteporlo alla Famiglia dà l’idea della guerra tra poveri, ma sopratutto è la prova che la famiglia torna ad essere un problema assistenziale. Nulla infatti è stato detto delle partite lasciate aperte da Fontana, come la Carta per la famiglia o la riforma degli assegni e men che meno si è affrontato in questi primi giorni il vero punto centrale che è relativo alla fiscalità a misura di famiglia: la flat tax o il quoziente famigliare.

La Locatelli ha anche detto di non volersi «esprimere sulla differenza tra una famiglia e un’altra», in risposta a una domanda sulle famiglie arcobaleno che Fontana vedeva come la peste. Insomma: l’approccio utilizzato a proposito delle famiglie è solo in relazione alle fragilità di essa, cioè quando essa è malata, per ragioni economiche o per ragioni sociali. Non sembra essere l’architettura di una riforma complessiva di un fisco a misura di famiglia, di una scuola a misura di famiglia, di uno Stato a misura di famiglia per invertire davvero l’inverno demografico.

La cosa non è passata inosservata al mondo del Family day che si è sentito subito chiamato in causa dopo l’intervista di ieri e ha accusato il colpo. Il laeder Massimo Gandolfini, che pure era stato “ascoltato” dopo le elezioni del 4 marzo, si è trincerato dietro un secco no comment limitandosi ad auspicare l’intenzione di intavolare un cammino di conoscenza con la neo ministro, come del resto bisogna fare con tutti. Ma il malumore è palpabile e porta ai sentimenti vicini al tradimento di una compagine politica, la Lega, che aveva ottenuto voti da molte famiglie proprio perché si era impegnata a considerare la famiglia l’architettura fondamentale dell’azione di governo e non uno dei tanti malati da curare con iniezioni di welfare.

Ne è convinto anche Filippo Savarese, direttore di CitizenGo Ialia che sulla prima uscita del neo ministro dice così: «Aver chiesto a Conte di poter invertire formalmente le deleghe, spostando la famiglia in fondo, è un segnale politico molto negativo. Non si possono sostenere le persone con disabilità se non passando dal sostegno alle loro famiglie, cioè le persone che concretamente ne hanno in carico la cura quotidiana, dalla sveglia al mattino fino alla notte, passando per tutte le necessarie e spesso faticose attività quotidiane. I disabili sono innanzitutto genitori, fratelli, figli. Non sono monadi. Spero che la Locatelli non si faccia cogliere da una sindrome da super-assistente sociale, che potrebbe avere pericolose derive ideologiche come ci insegna amaramente la vicenda di Bibbiano (solo l’ultima in tal senso)».

Savarese alla Nuova BQ ha anche detto – a proposito di derive ideologiche – che «aver schivato in questi giorni le domande sulle cosiddette famiglie arcobaleno può essere stato il tentativo tattico di evitare inutili polveroni, ma se all’atto pratico il Ministro Locatelli dovesse dar segnali di voler sciogliere la sua delega alla famiglia, già depotenziata, nel solvente arcobaleno politicamente corretto, personalmente considererei compromesso il buon dialogo costruito in questi mesi con buona parte della Lega, con le debite conseguenze verso le prossime elezioni».

Parole chiare, che vengono da un rappresentante dell’associazionismo protagonista al Congresso di Verona e che sono ribadite anche da Mario Sberna, presidente dell’Associazione Famiglie Numerose, che alla Nuova BQ fa questa considerazione: «Ancora una volta vediamo una famiglia non da promuovere, ma da curare, un peso che cela un’idea di fondo sbagliata della famiglia, la quale se è la prima cellula della società deve stare al primo posto».

Insomma: il cammino verso un riconoscimento della centralità delle politiche famigliari non solo sembra arrestarsi, ma rischia di tornare addirittura indietro. Resta sullo sfondo un sospetto: che la famiglia ultimamente venga utilizzata come taxi per approdare ad altri lidi più in vista. Perché in fondo fare promesse per avere voti è molto facile, ma portare a casa obiettivi ambiziosi come ci si è promessi è un altro paio di maniche. Il tempo sarà galantuomo e ci dirà se saremo di fronte all’ennesimo fallimento.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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