“Io, medico italiano, aiuto gli africani a non emigrare”

di Federico Cenci.

Intervista a Claudio Crescini, ginecologo che forma personale sanitario africano: “Lo spopolamento giova a chi sfrutta”

ulla cartina geografica il mar Mediterraneo è una striscia azzurra tra l’Europa e l’Africa. È uno spazio ridotto rispetto alla vastità del continente africano. Un luogo che negli anni, attraverso le immagini di imbarcazioni cariche di migranti, è diventato simbolo della disperazione. Ma quanto avviene tra le onde di quello che un tempo era chiamato Mare Nostrum, non è che un sintomo di un malessere che cresce e matura più a sud, tra lande sterminate, teatri di conflitti e depredate. Ed ogni medico intento ad estirpare un male, più che intervenire sui sintomi, deve curare le cause che li generano. Nel caso dell’Africa, piuttosto che salpare nel Mediterraneo, serve che le organizzazioni umanitarie incontrino le comunità indigene nelle loro terre, ne tocchino con mano i problemi concreti e contribuiscano a risolverli. Questo principio della medicina lo conosce bene e lo applica all’Africa il dott. Claudio Crescini, direttore scientifico dell’Asst Bergamo Est, codirettore del Gruppo emergenze ostetriche (Geo), vicepresidente nazionale Aogoi (Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani). Crescini è uno dei tanti camici bianchi italiani che offrono la propria esperienza per il riscatto dell’Africa. Parte dalla sua Bergamo e va fin lì per istruire personale sanitario del posto, ma si spende anche per consentire ai giovani africani di venirsi a formare in Italia e tornare in patria con delle competenze che valgono come oro.

“Così si aumenta il legame con il proprio territorio”

Intervistato da In Terris, racconta che come Gruppo emergenze ostetriche “abbiamo iniziato quest’anno una collaborazione con un ospedale del Botswana e stiamo aspettando una risposta in termini organizzativi per un ospedale delle Repubblica democratica del Congo”. A dicembre, inoltre, è prevista una missione in Zimbabwe, che vedrà protagonista lo stesso Crescini. E poi, aggiunge, “abbiamo riservato a colleghi dell’Africa subsahariana alcuni posti gratuiti per frequentare dei nostri corsi in Italia”. Non solo, al giorno d’oggi l’assistenza ai Paesi che ne hanno bisogno fa leva anche sul digitale. “Abbiamo anche iniziato con il Rotary – spiega – a produrre alcuni video che insegnano in modo semplice e facilmente comprensibile da tutti a costruire simulatori estremamente economici per addestrare il personale ostetrico a trattare le principali emergenze ostetriche. I video educazionali verranno immessi su Youtube nei prossimi mesi”. Ma la formazione di personale sanitario qualificato in Africa, quanto incide sulla scelta della popolazione di non emigrare? “Ciò che l’essere umano desidera in primis è la felicità, che non dipende dal denaro o dai beni di consumo, bensì dalla possibilità di realizzarsi ed essere gratificato”, riflette il ginecologo italiano. Il quale aggiunge, togliendosi i panni del filosofo ed indossando di nuovo quelli del medico: “Naturalmente è importante essere in salute o, se si è malati, sapere di poter accedere alle cure. Formare professionalmente il personale sanitario diventa quindi un obiettivo primario per garantire che nei Paesi poveri si attivi un processo di miglioramento che interessa tutti, sia coloro che forniscono le cure sia coloro che le ricevono. La formazione professionale e l’interscambio multiprofessionale e multietnico – aggiunge – promuovono poi la crescita culturale in generale, una visione propositiva del futuro ed un aumento dell’autostima e del legame con il proprio territorio”.

L’importanza della cooperazione

Alla luce della sua esperienza sul campo, Crescini afferma che “coloro che rinunciano alla fuga verso luoghi più ricchi, che rimangono nei Paesi d’origine nonostante le difficoltà e talvolta anche affrontando pericoli seri di incolumità personale, sono persone estremamente motivate, che credono fermamente nel proprio lavoro e che non hanno perso la speranza di contribuire al miglioramento delle condizioni sociali del loro Paese”. E aggiunge: “Rimangono anche a difesa di un territorio magnifico spesso ancora incontaminato con una natura rigogliosa ed unica, che con lo spopolamento da parte dei giovani finisce per impoverirsi e diventare ancora di più facile preda dello sfruttamento delle multinazionali”. Quest’ultimo aspetto, quello della depredazione delle risorse, brucia il cuore dell’Africa. Per contrastarlo, Crescini suggerisce di investire nella cooperazione internazionale. “In particolare quella italiana – dice – ha una lunghissima tradizione, dovrebbe essere promossa, incentivata e gestita con grande trasparenza. Perché – conclude – salvare l’Africa significa salvare anche noi stessi”. Del resto, se ogni popolo riesce a prosperare nella propria terra, si evita l’omologazione culturale nel pantano del consumismo e si tutela la biodiversità.

Fonte: Interris

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