I Vescovi australiani resistono all’eutanasia. E gli europei?

Come riportato, con dispiacere o compiacimento, da alcuni organi di stampa, lo Stato australiano del Victoria (5.500.000 ab.), ha autorizzato l’eutanasia, per “i pazienti in fase terminale”, di almeno 18 anni, i quali risiedano nello Stato da almeno 12 mesi. Questa forma larvata di suicidio assistito riguarderebbe tutte le persone che hanno una speranza di vita – secondo calcoli medici non sempre attendibili – di meno di un anno. Oppure qualora fossero vittime di “sclerosi a placche o altre affezioni neuro-motrici”.

Secondo la legge, dopo colloquio medico, i pazienti-suicidi si “amministreranno da loro stessi la medicina mortale” o, in caso di impossibilità fisica, saranno aiutati dal personale ospedaliero. Secondo Daniel Andrew, primo ministro in carica, la nuova legislazione dovrebbe riguardare non più di 150 casi l’anno. 

Ma anche quando il Terzo Reich decise l’eliminazione degli handicappati, con la celebre Aktion T4 messa a punto nel 1939 – esattamente 80 anni fa – costoro erano una percentuale minima del popolo tedesco.

Alcuni altri Stati della confederazione – l’Australia occidentale, l’Australia meridionale e il Queensland – si sono detti interessati agli sviluppi della questione medica e bioetica. Ma c’è da temere il peggio visto che il cattivo esempio del Victoria è forse vantaggioso anche per altri e quindi conveniente e imitabile (specie per ragioni di budget e di posti letto in ospedale…).

Immediatamente, l’arcidiocesi di Melbourne, presieduta da mons. Denis James Hart, ha qualificato la normativa come “nuovo capitolo profondamente scioccante per le cure mediche nello Stato”.

Ora però, più diffusamente, sono i 4 vescovi del Victoria ad essere scesi in campo con un comunicato. In esso, i presuli affermano che “Non possiamo cooperare per facilitare il suicidio, neppure quando questo sembra motivato dall’empatia verso il paziente e la bontà”.

Infatti, non sempre accontentare il bambino fa bene al bambino stesso, e privare sistematicamente lo studente della bocciatura o della nota di demerito, non è ipso facto segno di magnanimità, contrariamente a quanto si ostina a insegnare certa pedagogia d’accatto.

Ma lo stesso, mutatis mutandis, vale per il cittadino: giovane adulto o anziano che sia. Il paziente e il sofferente non hanno sempre ragione per il solo fatto di trovarsi in quello stato difficile e penoso, e non sempre accettare i loro desideri è un bene. Anche i bambini in effetti lo capiscono, i nichilisti invece sono per il sissignore obbligatorio – specie se si è in tema di diritti (in)civili – e per l’abolizione del no.

I Vescovi cattolici d’Australia invece ricordano le parole forti di papa Francesco contro “la cultura dello scarto”, l’idea di vite indegne di essere vissute e tutte le giustificazioni per sopprimere il malato grave. E ribadiscono che “Tutti quelli che si oppongono per principio all’eutanasia oggi sono di fatto degli obiettori di coscienza”. Da rispettare proprio perché la coscienza è il riflesso di una legge più alta, che nessuna autorità della terra, fosse pure un Parlamento o un imperatore, può sopprimere.

Invitano quindi i cattolici e gli uomini di buona volontà a “resistere all’eutanasia, e a proteggere le persone anziane, vulnerabili e i giovani”.

E dire “resistere” è un po’ diverso che dire “dialogare”. Certe volte è bene parlarsi in faccia e discutere, altre volte urge opporsi senza troppi tentennamenti. La conclusione dei Vescovi, per questa ennesima sconfitta della cultura cristiana, è improntata alla (vera) misericordia: “Noi non abbandoneremo mai quelli che amiamo, e crediamo che essi abbiano il diritto di essere amati, dall’inizio alla fine”.

Anche se la tecnologia applicata alla medicina ha in un certo qual modo complicato l’annosa faccenda del suicidio – oggi visto come liberazione dall’intrusione della macchina – i principi di fondo si potevano cogliere già secoli fa. Perfino nel “buio” Medioevo, un Tommaso d’Aquino, commentando il Non uccidere di Mosè, scriveva che il suicidio, a prescindere dalle intenzioni recondite del suicida, è male perché “è contro l’inclinazione naturale, e contro la carità con la quale uno deve amare sé stesso”. Del resto, nessun uomo è un’isola, “per cui uno suicidandosi fa torto alla società”. 

E infine, almeno per i credenti, il suicida e chi chiede l’eutanasia va contro Dio che ci chiama alla vita dandoci il dono più grande. E non è bene sopprimersi o farsi sopprimere “per sfuggire alla miseria della vita terrena”. E così sono azzerati i ragionamenti, pur di impianto cristiano, del teologo inglese John Donne, il cui In difesa del suicidio (prima edizione 1608) non a caso è divenuto una bandiera di laicisti e radicali.

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