Bombe sull’Italia

Cosa direbbe un qualunque giovane liceale di oggi se gli chiedessero delle notizie circa il bombardamento a tappeto subito dall’Italia durante l’ultima guerra? Secondo noi cadrebbe dalle nuvole e resterebbe basito, come se uno gli dicesse che Dante era turco o Galilei dipinse la Gioconda. Sarebbe in ogni caso un bell’esperimento di sociologia giovanile e un campione interessante sulla cultura generale e il senso storico condiviso dagli autoctoni dello Stivale.

Proprio per questo forse la rivista Storia in rete ha appena dedicato un intero numero speciale (di 130 pagine, con tante foto a colori e grafici esplicativi), al tema meno trattato e più eluso dai libri di scuola della repubblica: le “Bombe sull’Italia”.

Eh già. Perché la nostra patria, che tutte le istituzioni pubbliche dovrebbero cercare di far amare ai cittadini e ai futuri cittadini, è stata bombardata da nord a sud negli anni ’40 del secolo scorso. E purtroppo per noi non furono i tedeschi. Dico purtroppo perché altrimenti la cosa sarebbe risaputa, e non mancherebbero film, celebrazioni e rievocazioni storiche.

Una serie significativa di noti studiosi, come Fabio Andriola (direttore del mensile), Gigi di Fiore (autore per Rizzoli di una Controstoria della Liberazione), Sebastiano Parisi, Enrico PetrucciPietro Cappellari (autore di un saggio sulle bombe finite in Vaticano), Luciano GaribaldiAldo A. Mola, fanno stato dei quasi 100.000 italiani morti, in gran parte civili inermi e bambini, a causa delle bombe sganciate da inglesi e americani.

“Fin dalla prima notte di guerra, nel 1940, l’Italia viene bersagliata dalle bombe degli Alleati. Tuttavia è con il 1942, quando si rendono disponibili le basi in Nordafrica, che il nostro paese subisce un sistematico martellamento dal cielo”. Del resto, i “britannici non faranno nulla per dissimulare il vero bersaglio: il morale delle popolazioni civili” (p. 66).

E così, furono colpite, danneggiate o semidistrutte città d’arte come Messina e Palermo, Bari e Caserta, Firenze e Roma (i cui abitanti odierni ignorano persino la grande entità delle vittime che ammonterebbero a 7000 unità), Livorno e Bologna, Torino e Milano, Trento e Foggia. Quest’ultima definita poi la “Dresda italiana”, poiché quasi completamente rasa al suolo nell’estate del ’43, con oltre 20.000 vittime. E tutto ciò fu realizzato grazie all’impiego di oltre 2 milioni di bombe sganciate dal cielo. Proprio quelle bombe che a volte ancora vengono reperite, inesplose, su nostro territorio.

La scusa del pacifismo ufficiale (a correnti alternate) successivo ai fatti è simile a quello americano usato per giustificare il lancio di 2 bombe atomiche sul Giappone (che fecero 500.000 morti civili): accelerare la fine della guerra. Bel proposito, certo. Ma la logica che presiedette moltissime di queste azioni militari fu simile a quella dell’attuale terrorismo: terrorizzare e annientare un intero popolo giudicato – in toto – come nemico. Un nemico che per di più era già moribondo.

Scrive Andriola che si trattò di una vera “guerra asimmetrica” e che gli agloamericani – come d’altra parte faranno sovietici, tedeschi e giapponesi – scelsero “deliberatamente di uccidere persone indifese, colte nella loro quotidianità” (p. 4), senza nessuno scopo direttamente militare. Centinaia, tanto per far un esempio, le chiese, i santuari e i monasteri distrutti, senza alcuna ragione bellica.

Non si celino più, 80 anni dopo (1939-2019), i danni umanitari, ambientali, artistici ed ecologici compiuti dai vincitori della guerra, come la retorica resistenziale dell’Anpi ha imposto qui da noi, in base al ben noto assioma manicheo: contro il Male tutto è lecito!

Sarebbe legittima persino la distruzione di una scuola elementare a Gorla, nel milanese, con l’impiego di 37 tonnellate di esplosivo, il quale polverizzò l’edificio “seppellendo sotto le macerie 184 bambini di età compresa tra i 6 e gli 11 anni, la direttrice, 14 insegnanti, 4 bidelli e un’assistente sanitaria” (p. 104)?

Quel che è stato è stato, certo. E la seconda guerra mondiale, più ancora della prima, ha visto il trionfo della tecnologia militare-industriale sul tradizionale spirito cavalleresco dei popoli europei. Ma almeno, con la scomparsa di quelle generazioni provate, si abbia il coraggio e la dignità storica di ricordare un pezzo importante del nostro passato. E onorare quei 100.000 italiani che paiono fantasmi nei libri di storia e nei convegni dedicati, spesso con enfasi retorica, alla memoria del nostro popolo.

Tutti i buoni cristiani e gli amanti della patria, che come una madre va amata al di là dei suoi difetti, corrano in edicola e acquistino il prezioso fascicolo: così facendo avranno supportato il recupero di una memoria collettiva tanto più utile quanto più negletta e bandita.

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