Il derby gilet gialli Emmanuel Macron continua anche dopo le europee

macronNel silenzio dei media, ormai avvezzatisi e forse stancatisi della loro protesta infinita, anche sabato 8 giugno, varie migliaia di Gilet gialli hanno marciato un po’ in tutta la Francia. Ed è stato il trentesimo sabato di seguito, senza alcuna sosta finora. Forse non era mai accaduto prima, né in Francia né altrove che una protesta sociale di popolo durasse oltre sei mesi.

E questo la dice lunga sulla popolarità reale di Emmanuel Macron, il quale aveva detto e ripetuto che le elezioni europee sarebbero state per lui il termometro per valutare la tenuta del governo.

E il suo partito, La République en marche, con il 22,41%, è stato battuto, seppur di misura dal Rassemblement national della battagliera Marine Le Pen (23,31%).

La cosa paradossale, o almeno la cosa meno detta dai media del sistema, è che il voto di cambiamento, di speranza e di quindi di testa e di ragione, è stato evidentemente quello per i patrioti euroscettici della LePen. Mentre il voto di paura, di conservazione dello status quo, di immobilismo e stasi è quello che ha preferito Macron.

Moltissimi sono gli scontenti dell’algido presidente gallico, ma molti di questi o almeno una buona parte di costoro, temono che se veramente Marine Le Pen andasse al potere, le sanzioni di Bruxelles, in un modo o in un altro, si farebbero sentire presto. E quindi, nonostante la disoccupazione cronica e il dramma ormai fatale della mancata integrazione dei quasi 10 milioni di stranieri (includendo i naturalizzati recenti), si continua turandosi il naso a votare Macron.

Ma la sociologia recente, oltre che il buon senso antico, dice chiaramente che più il popolo è ridotto a massa eterogenea senza valori comuni, e più esso perde dignità e libertà, ed è così facilmente manipolabile (cf. Stelio Fergola, L’inganno antirazzista. Come il progressismo uccide identità e popoli, Passaggio al bosco, 2018).

I Gilet gialli però, secondo sondaggi accurati, hanno scelto in larga parte proprio il RN. E in taluni casi i Verdi (13,47%) e altri partiti minori, come La France insoumisedi Jean-Luc Mélanchon (6,31%).
Secondo il fine analista politico Eric Zemmour, la residua forza politica di Macron sta essenzialmente in due elementi chiave.

Anzitutto l’avere la simpatia pressoché totale dei poteri forti e della stampa, del mondo dello spettacolo e della cultura: è questa simpatia è tutto meno che priva di significato. Specie in una società dello spettacolo come quella francese, la cosa non è affatto banale. Poi, è da notare che, presentandosi come un reuccio o forse proprio come un micro Napoleone IV, Macron ha attirato altresì i voti della destra gollista. E infatti Les Républicains, un tempo RPR, hanno avuto un crollo da cui forse non si rialzeranno più (8,48%), come pure sono quasi scomparsi il partito socialista e l’ormai minuscolo e persistente partito comunista.

Macron, malgrado abbia fronteggiato in modi poco democratici le piazze colme dei Gilet gialli (con arresti arbitrari, fermi preventivi e manganelli facili) è rimasto in alto nei voti perché ha unito a sé tutto il centro sinistra, ovvero coloro che votavano socialista, e larga parte degli elettori del centro destra. E così, pur secondo dietro Marine Le Pen, presentata dai media come estremista senza esserlo, è destinato a vincere, con ogni probabilità, le prossime presidenziali del 2022. Ma come si dice, chi vivrà vedrà…

Ancora una volta dei paradossi storici francesi poco notati. Se in nome di libertéégalité e perfino fraternité si sono commesse a fine Settecento delle stragi inaudite, a base di condanne senza processo e ghigliottine facili, ora i ribelli e i rivoluzionari guardano ai nazional-conservatori della Le Pen e non più a sinistra. Mentre i ceti più borghesi e i residenti dei centri storici – le classi alte per essere sintetici – sono il sostegno fisso dell’iperliberista ed euromaniaco Emmanuel Macron.

Anche sabato scorso, dopo 6 mesi di mobilitazione, i Gilet erano in piazza contro il governo, i suoi tagli e la sua tassazione iniqua: e non solo sulla benzina. Eppure, da settimane non se ne parla che marginalmente. Quando però accadevano delle deprecabili violenze, a causa di infiltrati e black bloc, se ne parlava eccome. Segno che la politica stessa è ridotta a gossip. La vetrina rotta e la rissa tiene bene e fa vendere; il corteo sereno, con richieste comunque forti e coraggiose – come ad esempio il Ric, cioè il referendum di iniziativa popolare che in Francia non esiste e i Gilet gialli vorrebbero introdurre – allora si preferisce tacere.

Di sicuro l’uomo comune è stanco a Parigi, nelle banlieue e in tutto l’Esagono. E l’estate probabilmente tenderà ad assottigliare le proteste. Ma i ceti medi e popolari, ovvero la gran maggioranza dei francesi, sono stanchi di un governo forte coi deboli (l’uomo qualunque) e debole coi forti (gruppi bancari e le onnipresenti commissioni di Strasburgo e Bruxelles).

Se non si hanno veri ideali politici – come la moralità generale, l’amor di patria, la crescita culturale delle nuove generazioni – e la politica viene soppiantata dall’edonismo (droga, sesso e alcool) e dall’omologazione, si può solo temere il peggio. In questo quadro ci vorrebbe davvero una nuova rivoluzione francese per iniziare qualcosa di radicalmente opposto alla decadenza di oggi.

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