L’Alabama vieta l’aborto, negli Usa c’è un’aria nuova

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di Marco Respinti.

Il 14 maggio, grazie alla forte maggioranza repubblicana, è stata approvata in Alabama la legge che vieta l’aborto anche nei casi di stupro e incesto. Le eccezioni ammesse rimangono il serio rischio per la salute e la vita della madre, ma il pericolo dovrà essere documentato. Fuori da questi casi l’aborto viene punito come un reato di classe A (fino a 99 anni di carcere, madri escluse). Si tratta quindi di una legge di portata mondiale, che diminuirà fortemente la mattanza di bambini nel grembo, e potrebbe condurre a sfidare davanti alla Corte Suprema la Roe contro Wade.

Da oggi in Alabama l’aborto è vietato. Vietato anche per i famosi e classici cavalli di Troia dello stupro e dell’incesto, ovvero quei casi pietosi e gravi sì, ma liminali e costantemente usati come grimaldello per aprire nel muro della difesa della vita quelle brecce che prestissimo si trasformano in voragini incolmabili.

Le eccezioni ammesse in Alabama rimangono il serio rischio per la salute (fisica e non anche mentale, a meno che quest’ultimo pericolo non sia certificato da un secondo medico, psichiatra) e per la vita della madre, ma il quadro generale comunque non cambia. Il pericolo per la vita della madre dovrà infatti essere documentatamente serio, ma, una volta che lo fosse, si tratterebbe di una fattispecie totalmente diversa. Un conto è infatti premeditare e attuare la soppressione della vita nascente con l’aborto, un altro curare una madre in pericolo di vita secondo modalità che possano anche comportare la morte della creatura che la donna porta in grembo. Cambia tutto perché cambia l’intenzione, perché cambia il modo dell’azione, perché cambia l’oggetto dell’intervento.

Del resto, anche agire medicalmente per salvare la vita di una madre con il fortissimo rischio di mettere a repentaglio la vita della creatura che la donna porta in seno non coincide mai con la volontà positiva, diretta, di sopprimere la vita nascente. E peraltro nessuno può avere la certezza matematica previa che un intervento a favore di una madre potenzialmente pericoloso per il suo bimbo lo sia poi fattualmente. Un’analogia decisiva la si può fare con il caso del 18enne Lorenzo Mori che, nel reparto di Rianimazione dell’ospedale Borgo Trento di Verona, si è risvegliato dal coma profondo in cui versava da cinque mesi in seguito a un incidente stradale appena prima che dal suo corpo, già destinato all’espianto degli organi per beneficiare qualche altro infelice, venisse “staccata la spina”. Del resto, una madre può comunque volontariamente scegliere di non curarsi anche solo sospettando che il farlo comporterebbe lesioni per la sua creatura, come fece santa Gianna Beretta Molla (1922-1962). Con la vita, cioè, mai dire mai.

Con l’aborto invece sì, bisogna dire mai. Ed è per questo che la legge approvata dal Congresso dello Stato dell’Alabama è una notizia di portata mondiale, un unicumstraordinario. Dopo quattro ore di dibattito, martedì 14 maggio, il Senato dello Stato, a maggioranza repubblicana, ha approvato, con 25 voti a favore contro 6, la proposta di legge HB 314, la più restrittiva di tutta l’Unione federale nordamericana in tema di protezione della vita nascente, allineandosi a quanto già fatto dalla Camera, pure a maggioranza repubblicana, il 30 aprile quando la proposta è stata approvata con 74 voti contro 3. Di conseguenza adesso in Alabama l’aborto è un reato di classe A e può comportare fino a un massimo di 99 anni di carcere (con l’esclusione delle madri), laddove il tentato aborto figura come reato di classe C per il quale si può essere condannati a un massimo di 10 anni di prigione.

Con tutta evidenza, il provvedimento è importantissimo in sé: diminuirà fortemente la mattanza di innocenti non ancora nati entro i confini dell’Alabama, costituisce un esempio virtuoso di buone prassi da parte di un’amministrazione politica e scardina la logica della “cultura di morte” che per altri versi sembra invece avanzare indisturbata in tutto il mondo. Ma la nuova legge dell’Alabama è importantissima anche per una seconda ragione, forse persino maggiore. Accende la miccia della bomba che può far saltare per aria la legalità dell’aborto in tutti gli Stati Uniti.

La prima domanda che sorge spontanea all’indomani dell’approvazione dell’HB 314 è infatti: come può una legge come quella convivere con la sentenza della Corte Suprema federale che nel 1973 chiuse il caso Roe v. Wade imponendo l’aborto a tutto il Paese? Una domanda di buonsenso, prima ancora che legittima, che certamente si stanno ponendo tutti, anzitutto il fronte abortista. Ma con imbarazzo enorme. Presto o tardi, infatti, se il fronte abortista contesterà la legittimità di quella legge, il caso finirà davanti alla Corte Suprema di Washington, la quale a quel punto non potrà non tirare direttamente in ballo anche la sentenza del 1973. E visto che oggi la Corte Suprema è a maggioranza conservatrice, potrebbe anche accadere ciò che fino a poco tempo fa era del tutto impensabile. Difficile pensare che non ci abbiano pensato anche i Repubblicani che in Alabama hanno votato per la vita con proporzioni “bulgare”.

Intanto nel clima generale del Paese spira una brezza fresca. Non solo perché nella Corte Suprema siedono cinque giudici su nove, presidente compreso, favorevoli al diritto alla vita (John G. Roberts, Neil Gorsuch, Brett M. Kavanaugh, Clarence Thomas e Samuel A. Alito Jr.) e i filoabortisti sono una minoranza (Ruth Bader Ginsburg, Stephen Breyer, Elena Kagan e Sonia Sotomayor). Non solo perché la punta più acuminata del quartetto liberal dentro la Corte Suprema, Ruth Bader Ginsburg, ha oggi 86 anni e può darsi che la Casa Bianca venga chiamato magari non tra molto a sostituirla, rafforzando ancora di più la maggioranza pro-life del massimo tribunale del Paese. Ma è il Paese intero che sta dando contraccolpi forti.

Se è vero che lo Stato di New York ha approvato una legge abortista aberrante, e che il Vermont ne ha varata una se possibile peggiore, è però anche vero che pochi giorni prima del voto pro-life dell’Alabama, il 7 maggio, il governatore repubblicano della Georgia, Brian Kemp, ha firmato la legge votata dal Congresso del suo Stato per impedire l’aborto dal momento stesso in cui sia possibile ascoltare il battito cardiaco di un bimbo nel ventre della madre, cosa che può avvenire anche alla sesta settimana di gravidanza laddove prima in Georgia era possibile abortire fino alla ventesima settimana di vita della creatura. E che non siano rondini isolate lo mostra la primavera denunciata con preoccupazione già nel 2013 dall’Alan Guttmacher Institute, costola della Planned Parenthood, il quale parlava di 135 leggi a favore della vita approvate in ben 30 Stati americani.

A questo punto non c’è che augurarsi che i liberal portino in giudizio il nuovo divieto totale dell’aborto sancito dall’Alabama di modo che nella Corte Suprema si giochi finalmente a carte completamente scoperte. Sarà un bene comunque vada. O si smaschereranno i falsari una volta per tutte, oppure…

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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