La Polonia raccontata agli italiani

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La felice penna di Roberto Marchesini è di nuovo in libreria con Per la libertà vostra e nostra – La Polonia raccontata agli italiani (D’Ettoris Editori, 2019).

Nel testo, che raccoglie articoli già pubblicati online (anche su Libertà&Persona) e pezzi inediti, si vanno a toccare diversi aspetti del Paese polacco: tra storia, religione, politica… e tra passato, presente e futuro. 

Ne abbiamo parlato con l’Autore stesso.

Come mai un libro sulla Polonia?

Per diversi motivi. Il primo è un atto d’omaggio a una nazione che ho imparato a stimare e che considero ormai la mia seconda patria. Il secondo è un tentativo di far conoscere la Polonia agli italiani; non a caso il sottotitolo del mio libretto è «La Polonia raccontata agli italiani». Italiani e polacchi sono due popoli molto simili e legati da diversi aspetti; tuttavia, se i polacchi conoscono e stimano gli italiani, non si può certo dire il contrario. Il terzo motivo è presto detto: quest’anno cade l’anniversario della fine del regime comunista in Polonia (e dell’intera cortina di ferro). Mi è sembrata una buona occasione per fare luce su quel passaggio fondamentale, spesso ritratto in modo caricaturale.

La Polonia è la terra di Papa Giovanni Paolo II: ad oggi com’è la situazione culturale, politica e religiosa del paese?

Dal mio punto di vista, la situazione culturale e religiosa del paese è in lento declino, rispetto a qualche anno fa. Dal punto di vista culturale devo dire che l’arrivo dei media commerciali (TV e radio in primis) è stato devastante per un popolo che ha sempre avuto in gran conto la musica, il teatro, la letteratura, la poesia, la storia…

La stessa cosa è avvenuta dal punto di vista religioso: le vocazioni, pur numerose, sono inferiori a quelle del periodo sovietico; la stessa cosa si può dire della partecipazione al tradizionale pellegrinaggio alla Madonna di Częstochowa. Intendiamoci: nulla a che vedere con il deserto culturale e religioso dell’Europa occidentale, Italia compresa. Tuttavia un declino c’è, è innegabile.

Giovanni Paolo II l’aveva predetto, inascoltato: «Non passate dalla schiavitù del regime comunista a quella del consumismo, un’altra forma di materialismo che, anche senza rigettare Dio a parole, lo nega però nei fatti, escludendolo dalla vita».

Da un punto di vista politico – sempre secondo la mia povera opinione – il declino (il disastro, sarebbe meglio dire) dell’epoca Tusk è stato arrestato dalla vittoria del PiS, il partito di Kaczyński. È in atto un grosso sforzo per arginare la corruzione, agire un base all’interesse nazionale, riportare i valori tradizionali polacchi al centro della vita politica. È un tentativo destinato al successo? Lo vedremo. Tuttavia, mentre scrivo queste righe, apprendo che il PiS è stato votato dal 45,6% dei polacchi alle elezioni per il Parlamento Europeo, pur governando. Qualcosa vorrà dire…

Fede popolare o no, un dato di fatto rimane: la Polonia ama fare figli…

Approfondiamo? Durante gli ultimi anni del regime sovietico, la Polonia ha vissuto un vero e proprio boom demografico. Paradossale, se si pensa che proprio in quegli anni le condizioni di vita ebbero un crollo. Con la caduta del regime, altrettanto paradossalmente, la natalità polacca ha cominciato a diminuire. Le cause possono essere diverse ma, a mio parere, la principale è l’immigrazione massiccia che ha coinvolto milioni di giovani polacchi, istruiti e in età fertile. È così: l’avvento del mercato libero, invece di dare speranza ai giovani polacchi, li ha costretti a lasciare il proprio paese e a cercare lavoro all’estero (soprattutto nel Regno Unito). La situazione è nuovamente cambiata dal 2016: la riduzione della popolazione si è fermata; sono aumentati il tasso di natalità e il numero di figli per donna. Un elemento che ha contribuito a questo risultato è senz’altro il programma 500+, varato dal governo di Beata Szydlo (PiS). Questo programma prevede un assegno di 500 złoty al mese per ogni figlio per ogni figlio, a partire dal secondo, fino al  compimento del diciottesimo anno. È stato senza dubbio un provvedimento coraggioso, che sembra aver portato dei buoni frutti.

L’Europa come guarda alla Polonia?

Beh, questa è una domanda alla quale non riesco a dare una risposta… posso solo riportare qualche mia impressione. Ho spesso avuto l’impressione che gli italiani guardino alla Polonia come un paese terzomondiale, o quasi. L’amministratore delegato italiano di una multinazionale, ad esempio, si lamentava perché non trovava il personale per un progetto da realizzare in Polonia. In effetti, la sua proposta era poco più dignitosa di specchietti e perline colorate; non aveva idea che il livello professionale, in Polonia, è eccellente e che la disoccupazione, negli ultimi tempi, è al di sotto del livello fisiologico… Quando mi è capitato di accompagnare dei turisti italiani in Polonia ho scoperto che non si aspettavano di trovare molto più che minestre e chiese. E, immancabilmente, sono rimasti stupiti dalla varietà e dalla quantità del patrimonio storico-culturale di quel paese. La parte conclusiva del mio libro è, in effetti, una guida sintetica per chi volesse conoscere meglio la nazione in oggetto.

L’immagine che i tedeschi hanno della Polonia, poi, è ancora peggiore. Come Federico il grande e Hitler, sembrano considerare la Polonia come il loro Lebensraum, spazio vitale; come ho spiegato nel libro, si considerano, ad esempio, tutori delle grandi foreste del nord-est della Polonia. Ma non solo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, i tedeschi rapirono circa 50.000 bambini polacchi: erano biondi, con gli occhi azzurri… dei perfetti ariani. Era il famoso Heuaktion, la «raccolta di fieno». Bene: la cosa continua anche ai giorni nostri, seppur nel silenzio dei media: molte coppie polacche residenti in Germania si vedono sottrarre dai servizi sociali, con i motivi più futili, i loro bambini biondi (https://www.tempi.it/ridateci-i-nostri-bambini-lingiustizia-di-cui-nessuno-parla/). A quanto pare, le coppie turche o nord-africane non hanno nulla da temere… A dire la verità, la Germania non è l’unico paese a considerare i piccoli polacchi come una soluzione al drammatico inverno demografico: la stessa cosa accade in Norvegia (https://www.tempi.it/barnevernet-norvegia-polonia-servizi-sociali/)…

Fermiamoci ora ad analizzare la storia: l’11 novembre è una data significativa per la Polonia…

Assolutamente: è il giorno dell’indipendenza. Il giorno nel quale si celebra la rinascita della Polonia dopo 123 anni nei quali essa era scomparsa dalle carte geografiche di tutto il mondo a causa delle tre spartizioni con le quali Austria, Prussia e Russia si divisero il territorio polacco e tentarono di far scomparire la nazione polacca. Da qualche anno, l’evento commemorativo più importante è la Marsz Niepodległości, la Marcia per l’Indipendenza. Nel 2018 ricorrevano i 100 anni dell’indipendenza e ho avuto la gioia di partecipare, con un gruppo di amici, alla marcia. È stato un evento di popolo commuovente, assolutamente impressionante. Che niente ha avuto a che fare con i resoconti che ne hanno dato i giornalisti italiani senza avervi partecipato… è un momento che porterò nel mio cuore per tutta la vita, con il rammarico che non vedrò mai, in Italia, una manifestazione simile.

Come si comportarono i polacchi rispetto ai campi di concentramento tedeschi presenti sul loro territorio?

Da prigionieri, considerato che sei milioni di polacchi morirono in tali campi. Prigionieri, ma non domi: per tutta la durata della guerra tentarono più volte di organizzare insurrezioni nei campi, purtroppo senza mai riuscirci. A questo proposito vorrei ricordare Witold Pilecki (1901-1948). Al termine dell’invasione russo-tedesca continuò a combattere (come tutti i suoi commilitoni) clandestinamente. Nel settembre del 1940, con il permesso dei superiori (era un militare, non un partigiano) si fece arrestare dalla Gestapo e internare ad Auschwitz. È l’unico uomo al mondo ad essere entrato volontariamente nei campi di concentramento nazisti. L’anno dopo riuscì a esfiltrare un suo rapporto su quanto avveniva ad  Auschwitz; il rapporto arrivò al governo in esilio a Londra, che lo girò agli inglesi. Lo ignorarono. Nella notte tra il 26 e il 27 aprile 1943 riuscì ad evadere (uno dei pochi ad esserci riuscito): compilò un secondo rapporto che consegnò agli inglesi. Questi giudicarono lo scritto «esagerato». Nel 1944 partecipò all’Insurrezione di Varsavia e, dopo la guerra, raggiunse il II Corpo d’Armata di Anders in Italia. Tornò in Polonia deciso a continuare la guerra contro i sovietici, ma venne catturato e condannato a morte. Fu ucciso con un colpo alla nuca; non sappiamo né la data della sua morte né dove sia stato gettato il suo corpo.

Questo è solo un esempio, ma potrei citarne tanti. Eppure, la Polonia, ha dovuto tutelare con una legge apposita la verità storica: non sono campi di concentramento polacchi, ma campi di concentramento nazisti, o tedeschi, in Polonia. I Polacchi furono vittime dell’invasione tedesca (e russa, contemporaneamente), non i carnefici di quanti morirono nei campi. Non ci fu mai alcuna collaborazione da parte delle autorità polacche all’opera dei nazisti, anzi: la Polonia (essendo considerata dai tedeschi una provincia della Germania) era l’unica nazione nella quale il minimo aiuto fornito agli ebrei era punito con la morte, spesso anche dei familiari e di tutta la comunità. Eppure, nel Giardino dei Giusti tra le Nazioni, la Polonia è la nazione che conta più «giusti»: quasi settemila, in continua crescita, circa il 25% del totale. Dunque: come si comportarono i polacchi?

E il Sessantotto, in Polonia?

Ecco un’altra storia interessante che ho raccontato nel libro. Si, perché il Sessantotto nacque in Polonia, per poi diffondersi in tutt’Europa. In breve: fu una ritorsione che i sionisti misero in atto per punire la Russia – colpevole di aver appoggiato i paesi arabi durante la Guerra dei Sei Giorni – attraverso i paesi satelliti (Polonia e Cecoslovacchia in primis). Il Sessantotto in Polonia si concluse con la Gomułka aliyah, ossia il trasferimento volontario di circa 20.000 ebrei polacchi in Israele. Qualcosa di molto simile accadde in Cecoslovacchia e condusse alla Primavera di Praga; la quale altro non fu che la «de-stalinizzazione» del paese, e non un tentativo di liberismo economico (come viene erroneamente descritta). Da lì, il Sessantotto si diffuse in tutti i paesi filo-arabi europei; ed ebbe come vittime designate i partiti comunisti legati a Mosca. Chi ancora crede che il Sessantotto sia stato un fenomeno spontaneo, e «di sinistra», avrà la possibilità di ricredersi.

Un ultimo focus: il regime sovietico… e la sua caduta.

Quest’anno si dovrebbe celebrare l’anniversario della fine della «cortina di ferro»: leggeremo (forse) diversi articoli celebrativi che raccontano tutti la stessa versione. Siamo sicuri che sia quella vera?

All’inizio del mio viaggio ormai pluriennale alla scoperta della Polonia sono rimasto sconvolto per una cosa: Lech Walęsa, l’eroe dei cantieri navali di Danzica, colui che ha dato la spallata decisiva al crollo del regime sovietico… in Polonia è considerato una macchietta, per essere gentili. Il problema è che, in Polonia, capiscono ciò che Walęsa dice. Lì ho cominciato a pensare che, forse, non è molto plausibile che un elettricista semi-analfabeta, che si vanta di non aver mai letto un libro in vita sua, abbia potuto sconfiggere un regime sanguinario e spietato come quello sovietico. Perché non farlo sparire, come hanno fatto con padre Jerzy Popiełuszko e con centinaia di altre persone?

No, la verità è un’altra: la caduta del regime sovietico in Polonia è stato semplicemente un graduale passaggio di potere concordato e gestito dall’oligarchia sovietica in collaborazione con i poteri finanziari occidentali. Questo è ciò che dicono i documenti (che cito nel libro), ma è anche quello che ha dichiarato Giovanni Paolo II nel suo libro-intervista con Vittorio Messori: «Sarebbe semplicistico dire che è stata la Provvidenza Divina a far cadere il comunismo. Il comunismo come sistema è, in un certo senso, caduto da solo. È caduto in conseguenza dei propri errori e abusi. Ha dimostrato di essere una medicina più pericolosa e, all’atto pratico, più dannosa della malattia stessa. Non ha attuato una vera riforma sociale, anche se era diventato in tutto il mondo una potente minaccia e una sfida. Ma è caduto da solo, per la propria immanente debolezza». Questa è la verità, anche se a molti piace ripetere la storiella dell’elettricista baffuto che, con le sue fede e determinazione, ha sconfitto il comunismo…

Concludendo, quindi, cosa possiamo imparare, noi Italia, dalla Polonia?

Molte cose, ma – credo – tre sopra tutte. La prima: l’importanza di essere un popolo. La seconda: la grazia di sacerdoti eroici, santi. La terza: il coraggio di studiare e costruire la propria storia, al di là delle narrazioni ufficiali, di comodo.

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