Il vero problema del politicamente corretto

censura

di Roberto Vivaldelli.

Dal caso del filosofo conservatore Roger Scrutonlicenziato con effetto immediato dalla presidenza di una commissione governativa britannica per aver criticato Soros e l’islam, all’involuzione di serie animate come i Simpson, su questo giornale ci siamo occupati diverse volte dell’ideologia fanatica e totalitaria del politicamente corretto. Una spinta ideologica che porta la sinistra progressista alla censura di tutto ciò che ritiene potenzialmente “intollerante” e “offensivo” verso una delle minoranze che la stessa sinistra ha preso sotto la sua protettrice, a sdoganare un linguaggio ridicolo per compiacere l’ultima ossessiva deriva del femminismo e a riconoscere tutte le identità sessuali possibili di questo mondo (asessuale, intersessuale, pansessuale, demisessuale, queer, Transgender, e così via). 

È anche in quest’ottica che va letta (anche) la recente polemica attorno alla casa editrice AltaForte di Francesco Polacchi, esclusa dal Salone del libro di Torino a causa dell’isteria progressista su un ipotetico ritorno del fascismo smentito in maniera categorica dagli accademici più autorevoli – come Emilio Gentile, docente di Storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma e storico di fama internazionale per i suoi studi sul ventennio fascista.

Nulla da fare, l’ideologia del politicamente corretto non vuole sentir ragioni e l’unica lingua che conosce è quella – questa sì liberticida – della censura. Dalle Università e dai movimenti liberal statunitensi, il politically correct sta contagiando in maniera ineluttabile l’opinione pubblica italiana, già fortemente polarizzata.

Che cos’è il politicamente corretto

Come spiega William Lind in un articolo pubblicato qualche anno fa sulla rivista The American Conservative e intitolato “Le origini del politicamente corretto”, il termine è stato ampiamente sdoganato dalla cosiddetta New left americana negli anni ’70. “Negli anni ’50 e ’60 – osserva – Herbert Marcuse tradusse il lavoro degli altri pensatori della Scuola di Francoforte in libri che gli studenti universitari potevano comprendere, come Eros e civiltà, che divenne la Bibbia della New left negli anni ’60. Marcuse ha iniettato il marxismo culturale della Scuola di Francoforte nella generazione del boom, al punto che ora è l’ideologia di quella generazione”.

Da allora, i campus universitari americani sono stati il fulcro del political correctness, ideologia diventata particolarmente aggressiva negli ultimi anni, soprattutto, nei confronti degli studenti conservatori. Tant’è che nel 2015 la rivista The Atlantic ha pubblicato un articolo sulle preoccupanti conseguenze dell’imposizione del linguaggio politicamente corretto nei campus degli Stati Uniti.

Come riporta Tempi, l’Università del New Hampshire pubblicò, sempre nel 2015, una guida sul linguaggio da usare in campus, scoraggiando gli studenti dal pronunciare parole come “povero” per sostituirle con espressioni tipo “persona che vive sotto la soglia della povertà”. Per nominare gli studenti provenienti dall’estero non si può più parlare di “stranieri”, ma solo di “persone internazionali”, mentre un uomo non può più descrivere una donna come appartenente al “sesso opposto” ma come persona “di un altro sesso”. Secondo The Atlantic, “questo nuovo clima si sta lentamente istituzionalizzando, influenzando ciò che può essere detto in aula, anche come base di una discussione”.

Se l’ideologia colpisce le statue

Su Gli Occhi della Guerra, Edoardo Cigolini e Marta Proietti si sono occupati con un reportage dagli Usa della folle guerra dei liberal contro le statue dei confederati, ultima deriva del politicamente corretto. A Charlottesville, la statua del generale Robert Lee era stata coperta da alcuni teloni neri, studiati per schermarne la vista e non “urtare” le persone di colore. Il tentativo è quello di applicare la morale dei nostri giorni al passato.

Ma la guerra non si è fermata ai sudisti. Lo scorso novembre, a Los Angeles, la statua di Cristoforo Colombo è stata rimossa dal centro della città. “Fu personalmente responsabile di diverse atrocità, le sue azioni hanno messo in moto il più grande genocidio della storia” ha spiegato il consigliere comunale Mitch O’Farrell.

E così che il “politicamente corretto”, nato in certa sinistra liberal nordamericana, è diventato la neolingua ufficiale dei progressisti di mezzo mondo. Che si tratti di antifascismo – ad oltre 70 anni dalla fine del fascismo – o della guerra alle statue, non cambia poi molto. La volontà di cancellare la storia e di censurare il pensiero altrui, è la medesima. Ed è un serio problema.

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