Gilet gialli e gilet rossi contro il cinese Emmanuel Macron

macronNon crediamo che ci siano in Europa dei paesi più evoluti di altri. Pensiamo però che ci siano dei paesi più avanzati di altri, per esempio a livello legislativo e sociale, su certe strade e su certe (discutibili) prospettive storiche.

La Francia fa parte certamente di quei paesi che l’Italia può guardare come un paese a sé simile, ma anche come una società che ha vissuto già vari anni fa ciò che noi stiamo vivendo ora. Le recenti leggi che regolano il matrimonio gay e l’adozione dei bambini

– il cosiddetto mariage pour tous – tanto per fare un esempio, sono state precedute dal Pacs, approvato già nel 1999 dal governo socialista di Lionel Jospin. E il Pacs è quasi identico alle unioni civili promulgate da noi solo nel 2016, grazie al duo RenziCirinnà. Tutto quindi lascia pensare che, se le cose non cambieranno in profondità e non si capirà che la complementarità fa la famiglia non il sentimento, anche in questo seguiremo la Francia sulla via delle nozze gay, del lavaggio del cervello ai bambini e tutto il resto.

Stessa cosa, fatte le debite proporzioni, sta avvenendo con la gestione dei moti migratori e la politica detta antirazzista. Difficile trovare nel mondo uno che dichiari di odiare tutti i membri di un’altra razza, ma tant’è: la lotta al razzismo è oggi un po’ come la caccia alle streghe e agli untori (in assenza di streghe e untori).

In Francia tutto ciò è già vecchio di decenni, e ci offre spunti di riflessione per il nostro presente, proprio perché da noi l’immigrazione di massa è più recente e bollente. Lo ius soli che vorrebbero introdurre i progressisti nostrani (laici e cattolici uniti in una sacra unione indissolubile), esiste da molto nello Stato di Emmanuel Macron e i suoi effetti non si sono fatti attendere, come scriveva un insospettabile Giovanni Sartori in un profetico articolo contro lo ius soli del 17 giugno 2013. Infatti, grazie ai ricongiungimenti familiari facili e alle nascite per “piantare le tende”, si può certamente parlare di Grand Remplacement ovvero “sostituzione di popolazione”, come ha fatto l’intellettuale sovranista, peraltro discretamente omosessuale, Renaud Camus.

Il primo maggio francese è spesso stato teatro di scontri e incidenti tra manifestanti e forze dell’ordine, e quindi di per sé la violenza di quest’anno non è un fatto nuovo. Tuttavia, nel contesto della infinita protesta dei gilet gialli – iniziata a novembre 2018 e che non sembra volersi arrestare – questi scontri e questo caos sociale, prendono una valenza nuova a livello politico.

La violenza registrata in Francia non era solo il gratuito e pessimo, oltre che politicamente inetto, teppismo dell’estrema sinistra e dei cosiddetti black bloc. Simile per esempio a quanto avvenuto da noi, nelle stesse ore, nel corteo torinese per la festa dei lavoratori.

A Parigi, ma anche in tante altre città minori, in nome del lavoro e della lotta alla precarietà, due tendenze fortemente diverse e in teoria opposte, si sono unite contro il sistema socio-economico rappresentato da Macron.

Da un lato i gilet gialli, che dopo aver manifestato ancora sabato scorso nel loro atto 24, sono scesi in piazza, per la prima volta, per partecipare a una manifestazione storica, che ha come tradizionali protagonisti i sindacati e il mondo del lavoro. D’altra parte, erano altresì presenti nelle strade del primo maggio i “gilet rossi”, ovvero il popolo della sinistra classica, di ciò che resta degli operai, degli artigiani, e dei ceti più vicini ai messaggi dei partiti comunista e socialista.

I gilet gialli, secondo gli analisti più accurati, sono i nuovi poveri, cioè le classi basse e medio-basse che vedono scemare costantemente il loro potere d’acquisto: rappresentano la cosiddetta France périphérique (come scrive il sociologo Christophe Guilluy). Vengono più dalla campagna che delle metropoli, sono più di destra che di sinistra, e tra loro il primo partito è quello di Marine Le Pen.

I “gilet rossi”, al di là delle punte estremiste e nefaste degli anarchici e dei casseurs, spesse volte di provenienza delle banlieue arabizzate, sono gli elettori di sinistra, specie di Jean Luc Mélanchon, che però ora, al pari dei gilet gialli identitari, non sopportano più l’involuzione sociale “cinese” della Francia di Macron. Ovvero, una politica completamente sganciata dalle esigenze della gente comune, tendenzialmente totalitaria nei metodi e dei mezzi di repressione, e che criminalizza in modo insopportabile ogni forma di dissenso.

Alcuni politologi da riscoprire, come i nostri Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto parlano da decenni delle nuove oligarchie finanziarie che sostituiranno a poco a poco le élite tradizionali, trasformandosi nella nuova nobiltà, ma assai più arrogante e sfacciata di quelle storiche.

Nella Francia dell’ex banchiere Macron tutto ciò è visibilissimo e quasi palpabile. Il governo è sostenuto dalla gran parte dei mass media e dalla totalità dei gruppi finanziari noti e arcinoti. Una massa enorme di cittadini scende in piazza ogni sabato rischiando multe, arresti, mutilazioni e peggio, per protestare contro la precarietà e l’iniqua tassazione asfissiante, senza alcun minimo ripensamento dall’alto.

Ciò che distingue e separa, irriducibilmente, i due spezzoni delle manifestazioni peraltro unitarie del primo maggio è la questione, che resta centrale e ineludibile, dell’immigrazione.

I gilet rossi non la vedono e in fondo ragionano, marxisticamente, così: tutti uniti contro i padroni del vapore e il governo dei tecnocrati. Ovvero la nuova edizione dell’ottocentesco ‘proletari di tutto il mondo unitevi’. I gilet gialli hanno una marcia in più nella legittima protesta popolare: infatti, come mai questi odiatissimi padroni della finanza e delle oligarchie fanno di tutto per imporre l’immigrazione ormai evidentemente esorbitante fino a criminalizzare ogni dissenso? Forse perché, tra gli altri motivi, un popolo disomogeneo e suddiviso in varie tribù è più facile da sottomettere e soggiogare? Senza radici si diventa sradicati e passivi, vuoti e liquidi, manipolabili e inutili, come mostra un saggetto recente (cf. Andrea Moi, Il valore delle radici, Passaggio al Bosco, 2018).

La risposta a questa crisi politica globale la ha data, quasi solo e alla veneranda età di 90 anni, Jean Marie Le Pen che il primo maggio scorso ha onorato la memoria di santa Giovanna d’Arco, patrona della Francia, facendo un discorso davanti alla sua statua dorata a Parigi. L’ex deputato europeo e fondatore nel lontano 1972 del Front national, ha dichiarato che come Giovanna senza umane speranze riuscì a liberare la Francia dagli occupanti inglesi, così i patrioti debbono lottare con coraggio contro l’invasione migratoria di oggi, sperando oltre ogni umana speranza. L’integrazione è una cosa bellissima (cf. Mt 25, 31-46), ma riguarda singoli casi limitati e non popoli interi assai più prolifici di noi.

Qui si rischia invece la disintegrazione e come insegnano i vescovi africani la fuga di braccia e cervelli dal continente nero danneggia sia l’Europa che la stessa Africa e la mantiene nel suo cronico sottosviluppo.

Molto presto vedremo attraverso le urne europee, se il futuro sarà nell’Europa dei popoli o in quella delle oligarchie finanziarie transnazionali.

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