Elogio di Foa, che sogna una tv «più cattolica»

«Allarme in Rai», titolava stamane Repubblica a pagina 10, cosa che al lettore frettoloso poteva lasciar immaginare licenziamenti di massa, scandali, epurazioni. Niente di tutto ciò: l’«allarme» di cui parla il quotidiano fondato da Scalfari è semplicemente dovuto alle parole del presidente della Rai, Marcello Foa, che al festival della tv a Dogliani ha osato affermare: «La voce cattolica ha un livello di rappresentanza che non rispetta l’identità culturale del Paese. Ci sono sensibilità che non hanno abbastanza rappresentanza nel mondo giornalistico Rai». Considerazione inattaccabile cui Foa ha fatto seguire un personale auspicio: «Bisogna che il mondo Rai diventi più pluralista, io auspico più presenza cattolica in Rai».

Apriti cielo. Nelle parole del «presidente sovranista», come l’ha sprezzantemente ribattezzato Repubblica, c’è subito stato chi vi ha visto l’annuncio di moltitudini di assunzioni di giornalisti cattolici, chi il principio di un nuovo medioevo, chi la trasformazione della Rai in un’Al Jazeera crociata: di qui l’«allarme». In realtà, Foa ha solo formulato un auspicio personale (articolo 21 della Costituzione, dice niente?), che tra l’altro non mi trova d’accordo, ma d’accordissimo. Osando ancor di più, infatti, io auspicherei una Rai e, in generale, una televisione con fiction dove la coppia sposata e fedele sia la regola e non l’eccezione, dove possano andare in onda programmi anche senza l’ospite fisso Lgbt  o di origine straniera, e dove si possa parlare anche di Dio senza chiedere il permesso.

Impegni, questi, finora lasciati solo sulle spalle di don Matteo. Tuttavia, siccome per quanto straordinaria neppure per Terence Hill la longevità diverrà eternità – e non è credibile che Gubbio e Spoleto siano più letali di Caracas -, l’auspicio di Foa tutto è fuorché peregrino. Tanto più se si pensa, come ho spiegato nel mio nuovo libro, Propagande, che il potere di persuasione del mezzo televisivo è enorme. Addirittura, secondo Ettore Bernabei, uno che la Rai la guidò per anni e anni, «la sua potenza di suggestione non è neppure immaginabile». Questo significa che la tv, in ogni caso un’influenza l’ha: allora tanto vale che essa sia sana, pia, ispirata a valori veri e fedeli a quelli di un Paese, in fondo, ancora cristiano. Lunga vita dunque al presidente Foa, che immagina più cattolici in tv in un tempo in cui sembrano scarseggiare persino nella Chiesa.

Giuliano Guzzo

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