Dimmi che parole usi e ti dirò in cosa credi

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Dottrina Sociale di Stefano Fontana.

Giulio Meiattini, benedettino, è professore al Sant’Anselmo di Roma e sulla rivista francese “Catholica”, diretta da Bernard Dumont, scrive cose piuttosto interessanti. Nel fascicolo n. 143 ora in distribuzione, egli si occupa dei “silenzi” nella Chiesa di oggi, ossia delle parole che non vengono più adoperate assieme ai relativi concetti dato che, come diceva Aristotele, “i nomi sono segni dei concetti”.

Nel suo articolo “L’effacement de la notion d’adultère egli fa l’esempio piuttosto evidente della parola “adulterio”, che è completamente scomparsa dall’uso degli ecclesiastici, sia nei documenti che nella predicazione, e che viene addirittura interdetta. Durante il sinodo sulla famiglia del 2014-2015 e in Amoris laetitia – egli dice – la parola “adulterio” è stata completamente cancellata. La stessa cosa – continua – accade per la parola “disordine” applicata all’omosessualità, che un tempo era la modalità espressiva canonica della Chiesa per trattare questo argomento. Sia l’adulterio che la relazione omosessuale vengono nominate ora con espressioni di nuovo conio come “situazioni cosiddette irregolari”, oppure “fragilità, o “imperfezioni”. Sono anche dette “situazioni non paragonabili al matrimonio” con il che però si dice solo che sono diverse ma non che sono sbagliate, né che non meritino una regolamentazione civile. Meiattini fa un esempio concreto: nel n. 15 del 2018 della rivista “Il Regno Documenti”, che contiene un’ampia documentazione degli abusi nel clero nordamericano, la parola “omosessualità” non appare mai: si può parlare di abusi sui minori ma non di omosessualità. Su di essa è calato un velo di silenzio, come anche sulla espressione “metodi naturali”, che in Amoris laetitia compare solo in un fuggevole cenno. In questo documento – aggiungiamo noi è stata silenziata anche la parola “castità”, che dalla Casti connubi di Pio XI aveva sempre caratterizzato gli insegnamenti della Chiesa sulla vita coniugale. Anche la parola “aborto” – aggiungiamo sempre noi – è ormai completamente assente dalla predicazione. Per contro, l’espressione LGBT è apparsa nel documento preparatorio del sinodo sui giovani.

Un’altra parola significativa che secondo Meiattini è sparita dal vocabolario pastoralmente corretto è “martirio”. Già i documenti del Vaticano II, incentrati sul “dialogo”, avevano messo in sordina il concetto e adoperato sporadicamente la parola, che ora non viene più usata.

Questo articolo del prof. Meiattini è interessante anche per la Dottrina sociale della Chiesa. Non solo perché parole come “adulterio”, “omosessualità” hanno anche un significato pubblico essendo che la sessualità umana ha pure una dimensione sociale e politica. Ma soprattutto perché inducono ad osservare come anche nel campo della Dottrina sociale ormai alcune parole-chiave non si adoperano più. Il caso più evidente è dato dalle espressioni “legge morale naturale” o “diritto naturale” che mentre ricorrevano con grande frequenza nella predicazione di Benedetto XVI sembrano pressoché scomparsi da quella di papa Francesco. Eppure si tratta di nozioni su cui si è sempre detto che si fonda (in parte) l’intera costruzione della Dottrina sociale della Chiesa.

Anche la parola “ordine” riferita all’ordine naturale della società, è desaparecida. L’ordinamento della vita sociale tramite la legge e la sua ordinazione tramite la politica rischiano di non avere più un punto d’appoggio oggettivo se si cancella il concetto di ordine, frutto della creazione. Non può essere infatti dimenticato che il Creatore non ha creato solo l’universo fisico ma anche l’umana società, conferendole una struttura ordinata e finalistica che diventa normativa per la politica. [Non si può negare, del resto, che anche la teologia della creazione è in grave difficoltà].

Un’altra parola completamente scomparsa è “regalità” di cui mi sono occupato nel blog precedente, col pericolo di lasciare senza fondamento il concetto di autorità. L’espressione “regalità sociale di Cristo” poi non solo non viene adoperata ma risulta essere addirittura implicitamente vietata.

Le parole esprimono i concetti. Quando non si usa più una parola è perché non si considera più vero ed attuale il concetto corrispondente. Quando si usano nuove parole è per far passare nuovi concetti. Per cambiare le cose si possono creare parole nuove, ma anche passare sotto silenzio quelle precedenti. In questo caso il cambiamento viene meno avvertito.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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