Parigi Brucia

 

 

Un tempo le persone passando davanti ad una chiesa facevano il segno della croce. Oggi le chiese sono diventate musei. L’Europa non c’entra nulla, neppure i migranti; lo dico ai commentatori di Repubblica e affini. Siete fuori tema ragazzi. Mi ricordate certi studenti che a corto di argomenti si aggrappano al poco che sanno.

Brucia la Cattedrale e un popolo che dapprima fu profondamene cattolico, ma che poi conobbe l’abiura collettiva incarnata dalla rivoluzione, un popolo che ingaggiò una lotta aperta contro la religione -in particolare il cattolicesimo- ora si scopre a piangere. I rivoluzionari del 1789 avevano saccheggiato il tempio mariano che miracolosamente scampò alla demolizione. Sorte più infausta toccò invece alla meravigliosa abbazia di Cluny; in quel triste caso, la folla irosa e le autorità organizzarono la demolizione sistematica dell’abazia. Il passato doveva sparire anche fisicamente: con la testa del re era d’obbligo far cadere i simboli cristiani.

Mao apprese assai bene questa logica nemica della storia e del passato quando fece demolire la Pechino antica e instaurò una sorta di sacralizzazione della giovinezza, opposta alla saggezza degli anziani che incarnava il tempo andato. Forse, tentazioni tanto iconoclaste furono frenate, a proposito di Notre Dame, dall’opera meravigliosa del genio francese di Victor Hugo, che pose al centro del proprio romanzo la misteriosa e maestosa cattedrale. Dalla cenere dei lumi crebbe però un forte spirito anticlericale e la Chiesa fatta con le pietre vive d’ogni fedele andò via via spegnendosi, come un corpo che si consumi lentamente, per inedia e stanchezza. Poi le leggi mutarono le abitudini dei francesi che furono educati ad amare il sacro suolo nazionale. Fu così che gli eserciti accolsero ogni popolano, e l’arte della guerra -sino ad allora riservata ai cadetti di nobile lignaggio- fu un dovere riservato al popolo. Al Dio che stava in cielo e nelle opere sociali e artistiche subentrò il “dio” stato. In tal modo le cattedrali di pietra sopravvissute ai furori del passato si svuotarono, con l’eccezione di Lourdes, che funse da pungolo fastidioso per i benpensanti razionalisti; tanto da indurre un indispettito Zolà a scrivere un saggio, Viaggio a Lourdes, con l’intento di ridicolizzare la veggente.  Ma uno scherzo del destino accreditò ancor più quel santo luogo di apparizioni mariane, facilmente raggiungibile grazie al treno, come dire: la tecnica al servizio della fede. La piccola Bernadette aveva vinto. Ma le chiese di città persero i fedeli, che ora si riversavano lunghe le strade, un fiume ribollente di protesta invase Parigi e i boulevard. Ogni autorità fu giudicata illegittima, ogni dogma fu contestato, i genitori e la famiglia divennero il centro del conflitto, l’occidente capitalista fu giudicato. L’uomo finalmente era padrone del proprio destino, sottratto a tutte le chiese e all’oppio del cielo. Il sessantotto fu anche questo.

Venne la rivoluzione del 1989, cadde il muro di Berlino e con esso il sogno di un mondo diverso. Le strade si fecero meno popolate, si riempirono i pub e il mondo personale si ripiegò su se stesso. Era giunto il tempo del privato, i sogni collettivi infranti non avevano spento le ambizioni personali. Il piccolo sogno borghese riprese fiato, ma fu un progettare senza più riferimenti, concentrato sul momento, sul piacere, sulla felicità breve. La famiglia era in crisi, il lavoro cominciava a scarseggiare, le periferie a popolarsi di etnie diverse. Prima di quest’ultima svolta c’erano stati gli anni di piombo, il rigurgito del sogno marxista sfociato nel terrorismo. In Francia la dottrina Mitterand aveva dato accoglienza a terroristi fuggiaschi generando tensioni, ma la società stava mutando.  Prese piede l’estremismo economico del neoliberismo. Via lo stato, largo ai privati. Dilagò “l’economia mondo” al servizio della legge selvaggia dei desideri. Il nuovo mondo era composto di un nuovo proletariato: il precariato. Migranti e contraccolpi di una mal intesa integrazione fecero del suolo francese un luogo privilegiato per il terrorismo islamista.  Le strade si ripopolarono, per piangere, per ricordare, per difendere i valori liberali.

Ora, e siamo ad oggi, è la volta dei gilet gialli; loro non sono di destra, non sono di sinistra, rappresentano gli esiti della globalizzazione selvaggia, difendono il lavoro, difendono i francesi.  L’Europa pullula di piccole rivoluzioni identitarie, i finanzieri e i loro accoliti non ne vogliono sapere; più il mondo è aperto, più il denaro scorre e si riproduce, più loro sono felici.

Ma oggi, davanti allo spettacolo tragico della cattedrale che brucia sembra ridestarsi lo Spirito. Cessa l’idea del calcolo, l’egoismo umano batte in ritirata, c’è la bellezza da salvare, la storia da conservare. Notre Dame non è solo una cattedrale, è un simbolo: il volto della Francia di un tempo, della Francia colma di fede e di santi. Simbolo della preghiera e del culto che con un colpo di coda il destino beffardo incendia. Quel rogo inatteso, spinge tutti a riflettere, convoca i francesi dentro il sagrato della loro cattedrale. Sono credenti e non credenti essi piangono e pregano insieme. Quel luogo, sembrano dire, con il volto, con la posa dei corpi, non è solo un museo. Persino Macron, un semidio figlio di qualche divinità finanziaria, si commuove. Forse ricorda la propria infanzia, forse una nonna che lo portava per mano in chiesa. Chissà.

Cosa piangono i francesi? Lo spirito dell’arte? La bellezza che temono di perdere? La loro storia ferita? Il ricordo di una fede per i più smarrita ma mai allontanata del tutto dal cuore? Non so.  Ma tutto, tutto rivela l’enigma dell’uomo, il suo pianto davanti ad un tempio di pietre che per un attimo diventa carne viva nobilita questo nostro essere creature in attesa di qualcosa, di qualcuno che ci regali la stabilità, il per sempre. Brucia la Cattedrale il lunedì della settimana Santa.

 

 

 

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