Un frate amico dell’Africa

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Il recente lavoro di Federica Saini Fasanotti, “Etiopia 1936-1940. Le operazioni di polizia nelle fonti dell’esercito italiano”, ha il merito di ricordare che accanto alle innegabili crudeltà proprie del colonialismo italiano- ipocritamente condannato da quegli inglesi e francesi che adottavano metodi anche peggiori, perseguendo un analogo imperialismo- non mancarono, nella conquista dell’Etiopia, gli aspetti positivi: costruzione di strade, ponti, scuole, ospedali, centrali elettriche…, altrimenti impensabili per un paese in cui, come scriveva Evelin Waugh, dominavano scontri tribali ferocissimi, miseria e povertà.

Proprio le riflessioni su questi fatti mi hanno spinto a ricordare che prima che il fascismo, ripercorrendo le vie del nazionalismo crispino, decidesse di impadronirsi con la violenza dell’Etiopia, un grande uomo di Chiesa, e futuro cardinale, il frate Guglielmo Massaja, aveva dedicato la sua vita a conquistare l’Etiopia non all’Italianità o alla potenza di una nazione terrena, ma al Vangelo di Cristo.

Partendo da solo, allo sbaraglio, senza confidare quasi per nulla sull’aiuto dei potenti, senza eserciti e senza soldi, ma contando sulla divina Provvidenza. Dopo aver abbandonato la corte di Carlo Alberto, che lo aveva scelto come padre spirituale dei due figli, e l’amicizia di Silvio Pellico, una volta che costui era ritornato alla fede dell’infanzia. Possiamo ricostruire la vita del Massaja attraverso i suoi ponderosi scritti, “Memorie storiche del vicariato apostolico dei Galla”, e, più agevolmente, grazie ad una recente ricostruzione storica di Cristina Siccardi: “Nella solitudine della Croce. Il Cardinale Guglielmo Massaja missionario in Africa” ( San Paolo).

Quella del Massaja (1809-1889) è una vita affascinante, come tutte quelle di coloro che hanno portato, con immensa perseveranza, fatiche, dolori, paure, senza retrocedere di un passo dal loro obiettivo. Massaja, che affrontò otto traversate del Mediterraneo e dodici del Mar Rosso e che vide la morte in faccia numerose volte, fu spinto, nelle sue scelte, dall’idea di ogni missionario: che portare Cristo significhi portare la Verità, il Salvatore. Non soltanto della vita, diciamo così spirituale, ma anche di questa vita terrena: “il centuplo quaggiù e l’eternità”.

L’Etiopia conosciuta dal Massaja è una terra abitata da copti, musulmani ed animisti, sconvolta da continue lotte fratricide, e soprattutto ferita da quelle piaghe che, dopo di lui, saranno combattute da Daniele Comboni. La prima è, appunto, il tribalismo, che causa frequentissimi conflitti interni con strascichi inenarrabili; la seconda è la condizione delle donne, costrette alla poligamia e a condizioni umilianti; la terza è la tratta degli schiavi, cui il Massaja si oppone come può, comperando schiavi per liberarli, ben sapendo di compiere una impresa disperata, come quella di chi cerchi di “svuotare il mare con un cucchiaino”.

La quarta, forse la più terribile, è la mentalità magica e superstiziosa degli africani. Riguardo a quest’ultima, lo sforzo di Massaja per sradicarla è grandioso. Passa anzitutto dalla predicazione di un Dio che non coincide con le creature, il sole, la luna, le stelle… ma ne è il Creatore.

In secondo luogo il Massaja cerca di smascherare i numerosi maghi e maghe che dovunque vendono maledizioni e benedizioni, spesso terrorizzando la gente, causando conflitti tra vicini e tra tribù diverse. Scrive nelle Memorie: “se volessi riferire tutti i fatti orribili di discordie nelle famiglie, di guerre orribili tra paesi e paesi, ed inimicizie personali sollevate da rivelazioni vere o false di questi maghi, non mi basterebbe un libro”.

Per contrastare la mentalità superstiziosa, Massaja si inventa agronomo, geografo, zoologo, botanico, erborista e medico. Pianta la vite e le patate, che si fa spedire dall’Europa e in occasione di una epidemia di vaiolo, devastante, scoppiata ad Asandabo, utilizza il vaccino portato dall’Italia, e, una volta finitolo, provvede a crearlo da solo, ricavandolo dal pus degli animali. Senza però che questo significhi sempre comprensione e riconoscenza. “La gente, racconta Cristina Siccardi, vedendo che inietta il siero con un po’ di saliva, considera quest’ultima il veicolo della magia. Ma nella mentalità di molti africani chi elargisce benefiche magie, può anche elargire malefici. Così, quando scoppiano focolai di febbre gialla e vengono colpiti anche tre nemici della missione, alcuni pensano che si tratti di una maledizione” del Massaja stesso.

Nell’Africa tanto amata, il capuccino piemontese, futuro cardinale, scorge i danni della superstizione e il pericolo di un Islam che gli appare in continua espansione, col contributo della stoltezza dei governi europei. Ma vede anche gli aspetti positivi: la semplicità degli abitanti, il loro innato senso religioso, la facilità con cui è possibile risvegliare in essi il senso di una “legge naturale”. Di contro alla sua Europa, che gli appare sempre più decadente, e in cui “esiste oggi una Setta la quale non vede più nulla al di là della materia e si fa avanti tentando di negare ogni traccia di legge naturale…”. Il Foglio, 12/11/2011

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