Tre conversioni non ne fanno una

vescovi

di Stefano Fontana.

Da tempo sono apparse all’orizzonte del cattolicesimo tre nuove conversioni. Si tratta della conversione pastorale, della conversione sinodale e della conversione ecologica. La prima è largamente presente in Amoris laetitia, la seconda è stata espressamente indicata da papa Francesco in Evangelii gaudium, e la terza nell’enciclica Laudato si’. La parola conversione la Chiesa l’aveva sempre adoperata per indicare il volgersi a Cristo, unico Salvatore. Ora viene usata in questi altri significati, e non senza un perché alle spalle.

Delle tre conversioni la “madre” è quella pastorale, ormai fatta propria da grandissima parte della teologia contemporanea. Bisogna capire bene cosa significhi, perché essa rappresenta la chiave per capire anche le altre due conversioni. Il Vaticano II, come si sa, fece la “scelta pastorale”. Non si trattava (ancora) di una conversione ma di una scelta. Come illusoriamente disse papa Giovanni XXIII nel discorso di apertura Gaudet Mater Ecclesia, si sarebbe trattato semplicemente di dire le cose di sempre in un modo nuovo: la dottrina non muta ma deve cambiare il modo di proporla per renderla significativa per l’uomo contemporaneo. Era un’illusione, come già detto, perché cambiare il modo di dire le cose è impossibile senza cambiare anche il modo di intenderle. Già nel 1946 il Padre Garrigou-Lagrange aveva avvertito che se si cambiano le formule della fede se ne cambia la forma. E infatti il Vaticano II fu un Concilio non solo pastorale ma anche dottrinale (pur se non dogmatico).

Comunque siano andate le cose, la scelta pastorale del Vaticano II era, almeno nelle intenzioni, ancora solo una “scelta”. Infatti nacque la nuova disciplina teologica della “teologia della pastorale”. Le preposizioni articolate hanno la loro importanza: la teologia della pastorale arriva alla pastorale partendo dalla dottrina. Fino a qui la pastorale è ancora subordinata alla dottrina. Col tempo, però, la teologia della pastorale è diventata “teologia pastorale” e la preposizione articolata è sparita.  Oggi in nessuna facoltà teologica esiste una disciplina che si chiami “teologia della pastorale”, segno che la scelta pastorale doveva naturalmente evolversi verso la conversione pastorale, secondo la quale la pastorale non è più l’oggetto di applicazione della dottrina ma è il luogo teologico in cui la dottrina stessa si forma. La conversione pastorale comporta che la pastorale faccia parte della dottrina. Questo radicale cambiamento, finora avvalorato dai teologi, viene adesso confermato dal Papa. Questo esito era implicito nella “scelta pastorale” del Vaticano II, in ogni caso è una sua versione molto più radicale: la pastorale da metodo diventa evento e da campo di applicazione diventa verità, con il pericolo del pastoralismo.

Se la “madre di tutte le conversioni” è la conversione pastorale, si può allora comprendere il senso delle altre due conversioni. Prendiamo la conversione ecologica: essa non sarà più l’applicazione della dottrina cristiana alla salvaguardia del creato. Quest’ultima sarebbe solo una “teologia della ecologia” (torna in campo la preposizione articolata) e non una “teologia ecologica” come richiesto da una vera e propria conversione ecologica. Da questo ultimo punto di vista l’ambiente non è più l’oggetto della riflessione teologica ma è il luogo teologico da cui elaborare la dottrina stessa. Prima ci si impegna, con tutti, per l’ecologia e poi, dall’interno di questa prassi, emerge la teologia ecologica.

Di ecologia il magistero si era sempre interessato. Sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI ne avevano parlato a lungo e in profondità. Ma era ancora “teologia dell’ambiente” e non “teologia ambientale”. Ora la conversione ecologica richiede di pensare in termini di teologia ambientale, con il forte pericolo, però, che si apra ad una teologia ambientalista. Lo stesso dicasi per la conversione sinodale e quindi, per la “teologia sinodale” che vuole soppiantare la “teologia della sinodalità” (attenti alla preposizione). La Chiesa tedesca ha comunicato di iniziare un sinodo per cambiare alcuni elementi importanti della dottrina della Chiesa, soprattutto della morale. Ecco un esempio di teologia sinodale, ossia la sinodalità non è più l’oggetto ma diventa il luogo teologico da cui emerge la dottrina.

Che la cosa si presti a sistematiche strumentalizzazioni è fin troppo evidente. Il cardinale Marx ha infatti già elencato le riforme dottrinali che il sinodo tedesco dovrebbe approvare le quali, quindi, sono già state decise. Anche le conclusioni dei sinodi sulla famiglia e sui giovani erano già state decise. Come è molto facile che una teologia ambientale diventi una teologia ambientalista, così è molto probabile che una teologia sinodale diventi una teologia sinodalista. Il prossimo sinodo sull’Amazzonia potrebbe avere entrambe queste caratteristiche.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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