Patti chiari, nozze a tempo: il Governo rafforza il divorzio

divorzio

di Tommaso Scandroglio.

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alla legge delega in materia di accordi prematrimoniali. Che in Italia sono sempre stati proibiti. Ora il Governo ha deciso di cambiare rotta per disciplinare non solo le questioni economiche tra i futuri coniugi, ma anche le scelte di vita come l’educazione dei figli. La denuncia del Livatino: «Si rafforza la mentalità divorzista». E per i cattolici ci sarà anche il rischio di nullità matrimoniale perché si mette in discussione fin da subito la fiducia. 

Il Consiglio dei Ministri il 28 febbraio scorso ha approvato, tra gli altri, un disegno di legge di delega al Governo in materia di accordi pre-matrimoniali. La ratio di questa futura legge è quella di “consentire la stipulazione tra i nubendi, tra i coniugi, tra le parti di una programmata o attuata unione civile, di accordi intesi a regolare tra loro (…) i rapporti personali e quelli patrimoniali, anche in previsione dell’eventuale crisi del rapporto, nonché a stabilire i criteri per l’indirizzo della vita familiare e l’educazione dei figli”.

Gli accordi pre-matrimoniali consistono in patti tra i nubendi o gli sposi (in questo caso cambia la denominazione) volti a disciplinare i rapporti patrimoniali nel caso in cui la coppia decidesse di separarsi o divorziare. In Italia tali accordi sono illeciti ex art. 160 c.c. perché la determinazione dell’assegno di mantenimento e l’assegno di divorzio, così come la disciplina di altri diritti reali, non possono essere lasciati al libero arbitrio delle parti, ma devono essere sottoposti al vaglio del giudice o perlomeno a un controllo effettuato dagli avvocati delle parti ex lege 162/2014. Questa verifica di carattere pubblicistico è voluta a garanzia della parte economicamente più debole e dei figli. In questo senso i diritti e doveri patrimoniali dei coniugi sono indisponibili.

Inoltre gli accordi pre-matrimoniali sono vietati perché potrebbero portare a una mercificazione del rapporto di coniugio influenzando negativamente la libertà della persona, incentivandola o dissuadendola dal contrarre matrimonio o dallo sciogliere il vincolo matrimoniale. In breve l’affectio maritalis sarebbe sostituita dall’affectio pecnuniae. È essenzialmente per questi motivi che la giurisprudenza non ha mai riconosciuto la legittimità di simili accordi, con l’eccezione di un paio di pronunce della Cassazione (sentenze n. 23713/2012 e n. 18287/2018) in cui però mai esplicitamente si benedicevano gli accordi pre-matrimoniali.

Ora il Governo ha deciso di cambiare rotta. Il Centro di Studi Livatino a tal proposito ha pubblicato una interessante e assai limpida nota in cui critica la decisione dell’esecutivo. Le critiche articolate dal Centro di Studi possono essere così sintetizzate. In primo luogo un disegno di delega al Governo su un tema così sensibile bypassa il Parlamento.  In secondo luogo ci si domanda “quale considerazione abbiano i minori, se i patti includono la disciplina dell’educazione dei figli prima ancora che nascano: l’educazione di un minore presuppone conoscerlo (non si concorda previamente a tavolino)”. In altre parole, si possono anche concordare i principi educativi – però sarebbe squalificante codificarli nero su bianco – ma di certo non si possono determinare con precisione gli strumenti educativi specifici. Farlo manifesterebbe una mancanza di fiducia nell’altro nubendo e appaleserebbe un possibile intento ricattatorio aprendo, tra l’altro, a un maggior conflitto tra i coniugi dato che  entrambi potrebbero usare l’accordo come una pistola da usarsi a danno dell’altro se venisse meno agli accordi presi. In terzo luogo si sottolinea il fatto che “estendendo i patti alle unioni civili (che riguardano pure persone dello stesso sesso) […] si dà per scontato che nell’unione civile same sex ci siano figli”, quando la legge Cirinnà sul tema dell’omogenitorialità è perlomeno ambigua (esclude l’adozione, ma la fa rientrare dalla finestra grazie all’eventuale azione dei giudici).

Ma sono due gli aspetti più problematici di questo disegno di legge messi in luce dal Centro Livatino. Innanzitutto si rafforza l’istituto del divorzio, anzi si rafforza la mentalità divorzista (tra l’altro, fanno notare gli esperti del Centro Livatino, il cattolico che si sposa in Chiesa e che ha sottoscritto tale accordo contrae matrimonio nullo dato che ha escluso – addirittura scrivendolo nero su bianco – la proprietà dell’indissolubilità matrimoniale). Il matrimonio è basato sull’amore tra gli sposi e una componente ineludibile dell’amore è la fiducia.

L’accordo codifica la mancanza di fiducia perché mette in conto che l’altro coniuge potrebbe ripensarci, dipinge il marito o la moglie come un potenziale nemico o come un socio in affari che potrebbe anche fregarti a un certo punto. Inserisce quindi nella vita matrimoniale un elemento di possibile attrito: compri casa, metti al mondo dei figli, condividi le gioie e i successi tuoi e dell’altro, ma l’accordo è sempre lì a ricordarti che tutto questo potrebbe cessare da un momento all’altro. L’accordo può creare disaccordo. Tale patto in definitiva certifica l’amore a tempo determinato, che quindi non è amore, bensì un compromesso basato su interessi contrapposti.

E qui veniamo al secondo rilievo importante: “Gli accordi prematrimoniali – scrive il Centro Livatino – riducono il matrimonio a un contratto come tanti altri che, come per la somministrazione di un servizio, disciplina le modalità di conclusione prima ancora di iniziare, in un’ottica di privatizzazione mercantile che penalizza la parte più debole”. Il matrimonio è certamente anche un contratto, ma nel senso più ampio e quindi più nobile della parola, ossia un patto di fiducia. Entrambi i contraenti marciano compatti verso il medesimo obiettivo e dunque si alleano.

Oggi invece il matrimonio viene sempre più considerato come un contratto di natura patrimoniale. In questo tipo di contratto i contraenti si assestano su posizioni opposte (ad esempio il venditore vorrebbe guadagnare il più possibile e l’acquirente spendere il meno possibile) e con il contratto si cerca di mediare a esigenze divergenti. L’accordo pre-matrimoniale si inserisce in questa prospettiva confliggente e dunque diventa nemico del patto patrimoniale. E così il matrimonio si trasforma in una società per azioni dove ognuno entra con le proprie quote e si aspetta che nel tempo il valore delle stesse aumenti, altrimenti si chiede la risoluzione. E se esistono degli accordi previ in merito a questa eventualità, ben vengano.

A fronte di questo scenario dalle tinte fosche che probabilmente diventerà realtà, chiediamo al Ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana di intervenire il prima possibile.

Fonte: La nuova Bussola Quotidiana

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